Alfredo Pirri, l’equilibrismo di un funambolo

20170502_165842.jpg

“Sono interessato a tutto ciò che si muove nell’interstizio delle cose e quindi alle relazioni tra gli elementi. Credo che l’arte e l’architettura siano fatte di queste relazioni.” cit. Alfredo Pirri

20170502_170157.jpg

Alfredo Pirri, mostra “I mostri non portano fucili”, Macro Testaccio, Roma, 2017

Tutti da bambini rimangono affascinati dall’immagine dell’equilibrista, ne osservano la figura slanciata, che con delicatezza e decisione cammina sotto quel tendone di luci e con maestria rapisce gli occhi ipnotizzandoli. L’attrazione per la leggerezza e la fragilità sono due costanti che rimangono anche quando si diventa adulti. Ed è proprio quando si cresce che le illusioni e i sogni si mescolano con i dubbi e le incertezze. Il nuovo stato mentale permette di considerare l’eventualità dell’esistenza di ulteriori prospettive, magari proprio quelle ingenuamente trascurate, e l’avvento di nuovi orizzonti. E sono le opere di Alfredo Pirri che conducono il fruitore alla scoperta di nuove frontiere soltanto lontanamente immaginate. Nella mostra “I mostri non portano fucili” ospitata negli spazi allestitivi del Macro Testaccio a Roma Pirri conduce attraverso un percorso quasi iniziatico il visitatore che si viene a trovare a contatto con un’altra percezione della quotidianità.

20170502_165732Entrando nello spazio lo spettatore inizia una sorta di percorso iniziatico, dove ogni opera viene nascosta allo sguardo da alcuni panelli. Solo entrando all’interno del ristretto spazio ad essa dedicato è possibile osservare l’opera. Questa divisione degli spazi va contro la tendenza attuale, proclamata dagli open space, di poter scorgere già con una solo occhiata l’insieme totale delle opere dell’artista. Il percorso diventa così più intimo e meno distaccato e il fruitore è in grado di immergersi meglio e con meno fatica all’interno dell’arte di Pirri. La concentrazione viene quindi da prima intrappolata dalle stampe fotografiche della serie Quello che avanza, realizzate con off-camera e perciò tendenti al colore blu, poi dalle forme della serie Verso N, che come montagne fuoriescono dai muri quasi esplodendo e rendendo visibile una linea rosso-arancio, un’orizzonte nuovo e perturbante. Proseguendo il visitatore viene costretto ad attraversare un pavimento di vetri rotti e scricchiolanti, che oltre che metafora perfetta della soglia che bisogna attraversare per raggiungere l’illuminazione, è anche allegoria dell’uomo odierno che si fa equilibrista vivendo la vita in bilico sui propri dubbi ed suoi propri interrogativi. Passi è sicuramente l’opera più conosciuta di Pirri. Nella sala successiva si trova invece la serie Le Squadre Plastiche, lavori che all’interno di una lastra di plastica concentrano luminose fluorescenze di colore, emanando un evanescenza variopinta. Nell’ultima sala si entra in un antro buio rischiarato solo da luci orizzontali, che creano uno spazio utopico. Si tratta dell’installazione Gas che già dal titolo segnala l’ingresso in una dimensione astratta costituita dalla parte immateriale della stessa materia.

20170502_170019.jpgL’arte di Pirri è una fusione tra architettura, politica ed estetica. Per l’artista la politica deve essere pubblica e non privata, la politica deve poter essere un momento di condivisione e non di esclusione. Questa concezione si rispecchia consapevolmente anche nel suo lavoro. L’arte non può essere neutrale. Essa svela spazi inattesi, e mette in relazione il visibile con ciò che non lo è. Ogni atto di svelamento è un atto decisionale votato ad un determinato scopo. La trasformazione così come la ricerca sono continue nel suo immaginario e nel suo lavoro. Leggerezza e forza si fondono in un tutt’uno creando un’arte minimalista e riflessiva in grado di dare rappresentazione anche al sublime che ogni giorno erompe dai problemi.

20170502_170143.jpg

Giuseppe Penone e il mondo naturale

20170331_181905

“Un albero è un essere che memorizza la sua forma e la sua forma è necessaria alla sua vita, quindi è una struttura scultorea perfetta, perché ha la necessità dell’esistenza.” cit. Giuseppe Penone

20170331_183029

Giuseppe Penone, mostra “Matrice”, Palazzo della civiltà italiana, Roma Eur, 2017

<<Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.>> Queste erano le parole di Shakespeare nella Tempesta per descrivere la corrispondenza tra il mondo del sogno, dell’illusione e quello della vita, del reale. Corrispondenza che ritroviamo anche nelle opere di Giuseppe Penone, dove tutto ciò che vediamo in realtà non è, ma piuttosto appare in determinate forme. Così nella mostra “Matrice”, eccezionalmente ospitata negli spazi del vecchio Palazzo della civiltà italiana a Roma (il cosiddetto Colosseo quadrato), lo spettatore può assistere e rimanere piacevolmente incantato dallo sposalizio tra quotidiano ed immaginazione.

Non appena si entra nella sala, si viene catapultati in un bosco incantato, dove ogni elemento sembra prendere vita propria. Lo sguardo si posa da prima su un mucchio di foglie che non sembrerebbero avere nulla di speciale, se non fosse per il fatto che quel mucchio di foglie diviene letto e calco per l’artista, che sopra di esso imprime la sua forma e con il soffio modella i vuoti all’interno del mucchio. “Soffio di foglie” si rende segno organico e vivo. L’uomo vive la perfetta armonia che si concretizza con la natura e con il tempo. Ciò è visibile anche in “Foglie di Pietra” dove bianchi blocchi di marmo dalle forme di capitelli vengono sollevati da rami intrecciati. La rianimazione di un ricordo lontano irrompe nella mente fruitore. Così come in “Spine d’acacia-Contatto” dove la mimetizzazione e allo stesso tempo la messa in mostra dell’impronta umana dell’artista attraverso l’articolazione di una complessa composizione di spine d’acacia riecheggia appunto l’essenza umana all’interno del disegno naturale. Con “Essere fiume” invece la presenza umana viene celata, e in questo modo anche sottolineata dietro la lavorazione, che porta alla riproduzione quasi perfetta delle pietre che giacciono sugli argini del fiume, e che in natura proprio da esso vengono plasmate. Le pietre assumono fattezze talmente realistiche che la materia marmorea di cui sono composte svanisce nella loro nuova natura di rocce. L’illusione che Penone perpetua nella sua opera ha un’incanto naturale, poiché egli riesce ad accostare elementi artificiali ad elementi naturali facendoli dialogare in un discorso armonico e spontaneo. Altro lavoro di grande impatto è “Ripetere il bosco” una foresta di tronchi dove il fruitore si smarrisce guardando le alte cime che lo sovrastano. Sogno o realtà la linea è sempre più sottile. Alla fine del percorso si trova “Matrice”, opera che dà il titolo alla mostra. Un albero cavo si distende orizzontalmente per l’intera sala e al suo interno giace una piccola scultura in bronzo, copia di una parte del tronco, che diviene cuore pulsante dell’organismo disteso.

Natura e artificialità, spontaneità e artificiosità si fondono in maniera unica nell’arte di Penone, un’ artista che sa guardare le radici senza perdersi in esse, che sa apprezzare e far amare ciò che di più scontato l’essere umano si concede di ignorare. Queste opere si fanno specchi nei quali lo spettatore può intravedere il riflesso di un modo di vivere più semplice e più intimo con il mondo, un tipo di esistenza che ha perso in nome di un mondo artificiale, dove l’incongruenza è regina incontrastata. Con queste opere viene a completarsi così la simbiosi tra natura ed essere umano ed anche l’anima persa dell’uomo si riconcilia con la natura primordiale e primigenia del mondo chiudendo finalmente il cerchio e l’equilibrio restaurato può di nuovo adempire il suo compito.

20170331_183623

Adrian Paci e Centro di Permanenza temporanea

“Il mio lavoro si colloca spesso in uno spazio intermedio, in un momento di transizione su una soglia.” cit Adrian Paci

Tornare a casa navigando per mille mari contro ogni perizia, questo era il sogno e il desiderio di Ulisse, come anche il sogno di tanti altri che andati lontano vorrebbero tornare a ciò che sentono come la loro casa primigenia. Questo è anche il desiderio di Adrian Paci, artista visivo nativo dell’Albania e residente ora in Italia, dopo il suo trasferimento avvenuto nel 1997, per fuggire all’anarchia e agli scontri violenti che si succedevano proprio in quegli anni nel suo paese d’origine. Nelle sue opere ospitate in parte nella mostra Time is Out of Joint presso la Gnam di Roma si riscontra la ricerca utopica e in un certo senso disperata del ritorno verso quella casa così tanto anelata dall’artista e in particolare il video “Centro di Permanenza temporanea” diventa una vetrina illustrativa di quel sentimento di smarrimento e impotenza.

paci

Adrian Paci, “Centro di Permanenza temporanea”, mostra “Time is Out of Joint”, Gnam, Roma, 2017

“Centro di Permanenza temporanea” è un video presentato per la prima volta nel 2007 nel quale, Paci cantastorie visivo, racconta la storia attuale di un gruppo di migrati, che aspettano su una pista di atterraggio un aereo destinato a  non arrivare mai. Ammucchiati sulla scaletta di un aereo in mezzo alla pista, aspettano un presunto Godot, come in Beckett. I loro corpi non saranno traghettati in un posto migliore, e per ogni interminabile secondo che passa la già tenue speranza si affievolisce. Ma il gruppo continua ad aspettare, incapace di fare altro. Il futuro si unisce al presente e insieme formano un presente continuo, imperturbabile nel quale non possono avvenire cambiamenti. Nessuno si muove e accanto a loro il mondo scorre e gli aerei scorrono veloci sulla pista.

008Le speranze riposte nel sogno vengono facilmente infrante da un destino amaro. Tutti i passeggeri sulla piattaforma non assumeranno mai questo ruolo di persone di passaggio, ma diverranno persone-statue costrette nella loro attesa. L’impotenza si fa scomoda prigione e l’immobilità governa la loro esistenza. Anime penitenti aspettano nel grigio limbo dal quale non usciranno mai.  L’attesa è vissuta con rassegnazione e i volti esprimono l’evidente frustrazione per una situazione che nemmeno loro sanno quando potrà sbloccarsi. L’immateriale attesa viene tratteggiata in una forma tangibile e visibile, così come le emozioni che accompagnano gli sfortunati viaggiatori. Paci ci dà la descrizione precisa di cosa sia l’attesa attraverso le immagini visive, e la forza che queste riescono a sprigionare è sublime. Lavoro unico, ancora oggi riesce a sconvolgere gli animi, e lo spettatore che si ritrova per caso davanti a questo, non può far altro che riflettere e pensare da una parte al dramma attuale che si consuma ogni giorno nelle acque del Mediterraneo, dall’altra ai propri drammi personali, a quel desiderio di poter arrivare dovunque, ma di essere allo stesso tempo bloccati da catene più forti del desiderio stesso, catene che non permettono di raggiungere gli obiettivi e i desideri che si vorrebbero veder realizzati.

tumblr_myrhbwVmm31rouua1o5_r1_500

Yayoi Kusama, l’invasione delle zucche

“Ho anche avuto giorni bui e sfortunati, ma li ho superati con il potere dell’arte.” cit. Yayoi Kasuma

20170208_115244.jpg

Yayoi Kusama, “All the Eternal Love I Have for the Pumpkins”, mostra “LOVE”, Chiostro del Bramante, Roma, 2017

Immergersi in un mondo altro, respirare un’ aria diversa rarefatta eppure così reale. Questo è ciò che si prova immergendosi nella surreale installazione di Yayoi Kusama “All the Eternal Love I Have for the Pumpkins” ospitata presso la mostra Love nei suggestivi spazi del Chiostro del Bramante a Roma. Un’altra realtà si cela dietro la maschera del vivere quotidiano e aprendo la bianca porta della piccola stanza ci si trova catapultati in uno spazio popolato da ortaggi, che si moltiplicano in una parossistica invasione infinita.

20170208_115210.jpgIl fruitore viene immerso in un campo fertile e lussureggiante ed il suo sguardo si perde in una distesa infinità di zucche, che dal loro interno irradiano una surreale luce arancio-giallastra. Torce tutelari illuminano e rischiarano il buio assoluto del nuovo spazio e mostrano plateali l’esistenza di nuove dimensioni. Nel campo sterminato si ritrova pace e silenzio, avvolti in uno spazio mistico, solo in un secondo momento si riesce a percepire il rumore sconvolgente, che viene dalla coesistenza forzata delle proliferanti zucche. Queste si moltiplicano senza sosta e da tutte le parti emettendo una vibrazione perenne e costante. E’ una vera e propria invasione. Il vuoto non deve e non può esistere. Perfino il fruitore raddoppia e moltiplica la sua esistenza negli specchi facendosi elemento dell’opera e al contempo elemento creatore di spazio. La fusione tra le forme e lo spettatore all’interno dello spazio è perfetta e calibrata. La relazione che si crea tra questi è esclusiva.

20170208_115222.jpg
Le zucche rivelandosi e sottolineandosi nel lavoro di Yayoi rendono possibile il loro ridimensionamento nella mente dell’artista, che sfrutta l’arte come medicinale per superare la sua avversione per queste, che durante i difficili tempi della guerra le venivano imposte come unico alimento per nutrirsi e sostentarsi. L’eccessivo consumo però delle innocenti zucche non è passato senza lasciare conseguenze, difatti l’elevato numero assuntone ne ha provocato il ragionevole disgusto dell’artista. Per quanto l’esperienza possa essere risultata spiacevole ed essersi dimostrata esasperante a un certo punto, a differenza di tanti altri che tenterebbero di occultare un esperienza traumatica, lei invece non sceglie di relegare un ricordo odioso in un angolo remoto dei suoi pensieri per non prenderne più visione, ma anzi tenta di liberarsene in questo caso facendo fuoriuscire dalla sua mente quelle forme tanto odiate e mettendole in risalto in un tentativo di esorcismo perentorio. Ogni cosa ed esperienza che la traumatizza e la ossessiona va a creare tutta la sua arte, che acquisisce valenze demiurgiche capaci di disinfettare e curare le ferite dell’artista, ombre che porta con sé da una vita intera. Yayoi è un esempio di artista dalla quale tutti dovrebbero prendere ispirazione, forte più di quanto lei stessa non creda, è riuscita a creare negli anni dei capolavori unici e a saper prendere delle scelte difficili, che non solo l’hanno condotta lontano e resa famosa, ma anche che le hanno permesso di riscoprire sé stessa e di lasciare una traccia tangibile del suo spettacolare operato, che ci rende consapevoli della possibilità intrinseca della guarigione e del fatto che a volte a partire da un gorgo oscuro di dolore e sofferenza possa nascere qualcosa di veramente unico e bello.

20170208_115208.jpg

Foundation Myths, storia di un terreno

20161210_101838.jpgVi siete mai ritrovati a passeggiare per le verdi strade di un giardino per poi essere abbagliati dallo scintillio della scoperta? Camminare tranquilli sotto al fievole sole di una giornata nuvolosa e venire sorpresi improvvisamente dalla possibilità di assistere a qualcosa di inatteso? Ecco, qualcosa di molto simile accade passeggiando nei pressi del  Bearparks Garden a York, dove ha sede la York Art Gallery . Qui il collettivo Ordinary Architecture crea un’installazione la “Foundation Myths”  capace di rapire lo sguardo del casuale voyer e di proiettarlo in tempi e spazi dimenticati.

20161210_101854Su un terreno erboso, si stagliano incompresi alcuni tronchi di alberi gialli. La loro corteccia è ceramica dall’intenso colore giallo canarino e insieme formano una sorta di recinto rettangolare. La forza visiva è notevole, nonostante il contrasto così netto tra il colore dell’opera e il colore verde dell’ambiente in cui è immersa.  L’armonia regna sovrana e regala una sensazione di meraviglia e serenità. Il disturbo del contrasto viene infatti mitigato dallo stupore di trovarsi di fronte a qualcosa di conosciuto, ma che ha assunto connotazioni diverse che non vengono però percepite come negative.

20161210_101804Gli artisti riscoprono il vissuto del territorio e la sua storia nel tentativo di ridare splendore a ciò che un tempo era un luogo attivo, pieno di incanto e di contemplazione. Sono poche infatti le persone che passeggiando per questi giardini si domandano come sono nati. Anche se i ruderi dell’abbazia di Santa Maria catturano l’occhio del visitatore pochi si rendono conto di camminare sulle rovine di quel che un tempo fu quest’edificio. Facendo attenzione e guardando in terra, si può però notare la linea di pietre che contorna quello che prima era lo spazio dove si innalzava l’abbazia e nessuno si rende conto di camminare all’interno di quella che un tempo fu una chiesa. L’opera si fa nodo che lega due temporalità, il passato e il presente, convertendo lo sguardo dell’ignaro visitatore da vuoto a pieno mostrando ed insegnando come la natura al contatto con la storia possa cambiare teoricamente e praticamente l’idea di architettura. Si apre così uno sguardo più attento sull’evoluzione del contesto. Terreno usato prima dai monaci come frutteto diviene ora terreno didattico capaci di instaurare un nuovo rapporto con il passante. Scocca la scintilla della riflessione sul cambiamento attraverso il rapporto tra la sottolineatura dell’installazione e il mana che permea il luogo.

20161210_101801.jpg

 

Stairwaill Project, segni dal tempo

“Questo edificio è sorprendentemente solido come un pezzo di architettura ma ha anche questi straordinari, bellissimi dettagli e piccoli elementi nascosti, e ha questa storia malinconica pure, che si è insinuata nel mio modo di pensare.” cit Richard Wright

20161208_163421

Stairwaill Project, Richard Wright, Dean Gallery, Richard Wright, 2016

Tempo. Sempre corre nulla lascia, eccetto ricordi sfumati di esperienze ormai lontane. Burattinaio crudele decide e sceglie tutto lui. Non ci sono uscite di emergenza, né fantomatici rifugi. Vede ed emette sentenze come un giudice a volte troppo attento a volte maledettamente ingiusto. Dov’è allora la speranza? Quella speranza, tenue luce, che come un bastone sorregge il vecchio anziano,  conduce avanti gli animi esausti? Per capire dov’è basta vedere “Stairwaill project”, uno dei due soli lavori esistenti e permanenti di Richard Wright alla Scottish National Gallery of Modern Art II di Edimburgo, meglio nota come  Dean Gallery.

5589adfceebd1-thumb

In una volta bianca contornata da quattro finestre, si stagliano sprezzanti una serie di figure nere che ricordano vagamente uccelli a prima vista, forse corvi che sorvolano le nostre teste presagendo un segno infausto. Non è poi così esatto. Ad un secondo sguardo si nota che i corvi in realtà sono forme appartenenti al mondo floreale. Ma come mai un senso di stupore e meraviglia misto a malinconia e tristezza si avvinghia così tenacemente al nostro io? Questo accade perché Wright si ispira alla storia della struttura della Dean Gallery, che prima del 1984 era adibita ad orfanotrofio. Un senso quindi di malattia, inquietudine e morte viene portato alla luce da queste forme mutuate dai fleurs de lis, che nella tradizione medievale sono simbolo di felicità. Il fiore da simbolo di speranza e bellezza, diviene emblema del triste ricordo. La traccia indelebile di un passato doloroso rimosso. Ma ciò dona solo più spessore ai segni che non divengono solo infauste reminiscenze di un mondo ormai lontano. Sono segni che portano in sé luci ed ombre, dietro un significato se ne cela un altro, e l’unione di essi completa il quadro creando l’incanto dietro l’opera.

4872164025_90a61b1075_bWright che normalmente fa seguire alle sue opere il naturale corso del tempo, dandogli una degna morte con la distruzione stessa del lavoro stavolta ci ripensa e cambiando rotta crea una traccia tangibile testimone dell’accadimento. Ma anche se non viene seguito l’ordine naturale Wright non va propriamente contro il tempo, poiché non si mette mai nella posizione di distruggerlo, ma anzì lo riafferma con maggior vitalità. Egli mette in evidenza la caratteristica intrinseca del tempo: la sua immortalità. Non può essere distrutto e tutti devono esserne assoggettati. Nell’opera il tempo riafferma la sua esistenza che viene cristallizzata in un segno evidente. Ulteriore dimostrazione di ciò viene poi riscontrata nella scelta di creare l’affresco a mano, sfruttando il tempo naturale e non cercando di padroneggiare il tempo accorciandolo, magari attraverso l’uso di mezzi di riproduzione più veloci e tecnologici, come il computer. E’ un lavoro di artigianato quello di Wright che riprendendo la cultura medievale riscopre la poetica dell’amanuense, che impiega ogni singolo suo gesto nella realizzazione di testi scritti. La qualità vince sulla quantità, ma il lavoro della Stairwaill potrebbe benissimo essere scambiato per un lavoro realizzato attraverso avanzati mezzi tecnici o più semplicemente stencil. Ma il creare uno alla volta i segni fa riappropriare del tempo ed è questo l’intento, dare valore ad ogni singola azione ed a ogni secondo impiegato in essa, per riscoprire il reale valore del tempo.

p1010749

 

Alessio Deli, visioni angeliche

20161115_160406

“Attraverso l’arte cerco di esprimere emozioni e tensioni che animano l’essere umano.” cit Alessio Deli

20161115_160357.jpg

Alessio Deli, mostra “La bellezza e la ruggine”, Sala della chiesa Santa Rita, Roma, 2016

Ruggine, quante volte ci siamo tagliati, feriti e per giorni siamo stati attanagliati dalla paura di aver contratto una letale malattia? Sicuramente il vedere questa materia così ambigua da lontano ci ha affascinato molto di più e spaventato molto meno, rispetto ad averne esperienza con un incontro ravvicinato. L’immagine vivida del bruno metallo squarciato riporta subito la mente a pensieri melanconici, quasi come quando nei cieli autunnali guardiamo le foglie che fluttuanti, dopo la loro vivace danza cadono gementi a terra. Il senso del disfacimento e del logoramento rimangono così impressi nei nostri pensieri che tante volte cerchiamo rifugio in posti vivaci ed esuberanti, così colorati che non ci lascino pensare, distraendoci dai nostri tristi pensieri. Alessio Deli tenta con la sua opera di capovolgere questa logica di decadimento, generando la vita dalla polvere. L’invecchiamento e le cose rotte non sono più simboli di inevitabile futura morte, ma si trasmutano in oggetti pieni di vita e di speranza. La corrosione dona la vita e l’odiato ticchettio del tempo che passa riavvolge il suo corso tornando indietro, come quando in altri tempi si riavvolgevano le videocassette per poterle nuovamente guardare.

20161115_160248
Figure diafane, leggere e incostanti si susseguono nella mostra “La bellezza e la ruggine” nella Sala Santa Rita dell’ex chiesa omonima in una sfilata che ha le sembianze di un ballo senza tempo. Seminate nello spazio circolare, in effetti le figure femminili sembrano invitarci a danzare con loro, prendendo atto del loro stato instabile, tra realtà e finzione, tra verità e inganno. Sono figure in bilico quelle che si possono osservare, immerse in una realtà ovattata che le rende ancora più intriganti. Il dissidio creato tra la loro matericità di figure fatte di materiali poveri ma concreti, e la spiritualità che emanano dalle loro forme regala un inatteso senso di armonia e meraviglia. Come angeli scendono dalla realtà trascendente e incantano l’umano, facendogli trasparire per qualche secondo la realtà altra di cui sono annunciatrici. La delicatezza e la bellezza unica di queste angeliche figure sbalordisce non poco il visitatore, in quanto la loro nascita è figlia della felice unione di materiali poveri come l’argilla e la ruggine, che non poche volte vengono scioccamente considerate anche di poco gusto. La povertà non piace a nessuno, ma in questo caso il sensibile accoppiamento di mezzi estranei al tradizionale mondo estetico incarna perfettamente la volontà dell’artista di far intravedere la bellezza che esiste anche in ciò che può sembrare privo di valore.

20161115_160326.jpg
Il senso di sacralità emanato dalle apparizioni è forte e costante in ognuna di esse. Ne nasce una riflessione sul tema del sacro che porta il fruitore ad interrogarsi sulla sacralità dell’immagine, ma anche sulla questione spinosa di cosa realmente può essere considerato sacro e da cosa nasce la spiritualità? Sono argomenti e questioni evidentemente non da poco conto e dalle risposte difficili e contorte. Nonostante ciò le statue innescano l’inizio della riflessione e ne conducono anche il processo. La loro bellezza nata dalla polvere riesce ad essere traghettatrice di anime e spiriti, che si elevano immergendosi negli abissi inesplorati di un pensiero profondo. La luce è quel che si riesce ad intravedere solo grazie all’esistenza delle magiche chimere, che illuminano le oscurità del pensiero. Il conflitto tra materia e spirito viene lietamente risolto nelle immagini delle candide figure che con la loro purezza e la loro fragilità fanno da mediatori tra i due universi. Deli sottolinea in particolare la loro funzione di figure messaggere e testimoni di un’altra realtà, aprendo quindi uno squarcio nell’animo e nelle credenze del fruitore, che è costretto finalmente a interrogarsi sulle sue posizioni religiose. Opere mirabili con la loro potenza evocativa sono il canto delle sirene che conduce lo spettatore stavolta non verso gli scogli e una triste fine, ma verso la conoscenza di qualcosa di altro e quindi verso la speranza, la speranza di una realtà eterna.

20161115_160313

Rachel Howard, la ferita del segno

“E’ come essere il mare, essere instabile, incerto. Tutto si muove sotto i nostri piedi. Niente è stabile” cit. Rachel Howard

20161015_182445.jpg

Rachel Howard, mostra “Painting of violence (Why I am not amere Christian)”, Macro Testaccio, Roma, 2016

Tele violate, ma violate sottilmente, quasi non vi fosse segno dell’avvenuta aggressione. E’ quest’idea di violenza celata, che viene catturata dal ciclo di opere esposto negli spazi del Macro Testaccio, “Painting of violence (Why I am not a mere Christian)” dall’artista ex assistente di Damien Hirst, Rachel Howard. Con questa serie la Howard comunica il senso del dolore causato dall’aggressione e dalla violenza. Non si parla però di una violenza ostentata e visibile, quanto piuttosto di un tipo di violenza studiata e attenta. La forza comunicativa di questo lavoro nasce proprio da questa particolare idea, secondo la quale la violenza può essere molto più intensa anche se nascosta. Ed è in questa diversa prospettiva che l’artista riesce ad affrontare un tema così ostico, dandogli nuova visibilità, nonostante l’uso di una tecnica tradizionale come il colore a olio.

20161015_182539.jpg
Nelle tele i segni si dispongono in sovrapposizione fino a formare uno spazio continuum nel quale in evidenza possono essere intravisti alcuni di essi, che si staccano dai restanti di colore più scuro. Per la disposizione dei segni l’artista recupera la performance usata negli anni ’60 e con calma traccia i segni prima dall’alto verso il basso e poi da sinistra a destra. In questo modo va a formare delle precise forme a T che ricordano vagamente il crocefisso di San Francesco, il Tau. Tutte le T si fanno marchio indelebile dell’azione che l’artista opera sulla tela e di conseguenza del suo lavoro e dello sforzo fatto. La fatica è impressa in ogni segno e la precisione denota l’attenzione maniacale adoperata. Si è di fronte a quadri che trasudano sofferenza, sofferenza originata dalla fatica e dallo sforzo impiegato nel concepimento artistico. Sofferenza che viene anche mostrata attraverso i panni impregnati del denso color sangue, che accatastati uno su l’altro sopra un piedistallo modellano i contorni di una statua. Si tratta delle stoffe usate per tamponare sulla tela i segni tracciati. E’ un lavoro di aggiunta e di eliminazione. Un processo meticoloso e faticoso.

20161015_182757.jpg
Non si può vedere quanto una ferita sia profonda se nascosta sotto un tessuto coprente. E quando si toglie la stoffa ancora la mente tenta di mascherare il danno subito tramite il processo di negazione. Gli occhi vedono, ma non del tutto, la verità. La visione avviene solo parzialmente. Con i quadri della Howard si attiva lo stesso meccanismo. Lo spettatore sa che è successo qualcosa, sa che c’è un danno, sa che c’è sofferenza, ma non sa quanto sia grave la situazione, poiché non riesce a inquadrare bene la condizione che viene mostrata. L’opera diviene motivo di riflessione ed esercizio per allenare lo spettatore finalmente a riuscire a visualizzare totalmente il male che può arrecare la violenza nel suo lato più devastante. Il forte desiderio di ricordare e di creare una coscienza sensibile alla questione presa in causa fuoriesce spiazzante dall’opera dell’artista.

20161015_182659.jpg
Altra serie che si può ammirare è quella nella quale l’artista si interessa in un certo senso analogamente ai processi che stabiliscono la relazione tra primo piano e sfondo sulle tela. Analizzare il dietro le quinte dell’opera in atto è quindi la ricerca costante della Howard, che tramite sovrapposizioni e strati di colore riesce a dare luce a ciò che è nascosto. Le tele vengono così ricoperte di motivi e fantasie, che immergono il fruitore in un mondo alternativo e riescono ad elevare la decorazione classica dal suo status di arte minore. Ciò che sembrava solo un gioco meccanicismico di abbellimento si rivela nella sua realtà di opera unica e irripetibile.

20161015_182816.jpg

None, viaggio nel database

“Ci interessa portare il fruitore in una dimensione realizzata con questo immaginario, dove lo spazio e il tempo non esistono” cit. Deep Dream_Act II

20161015_180923

None, Deep Dream Act II, mostra “DigitalLife” , Macro Testaccio Pelada, Roma, 2016

Che siate nerd o semplicemente amanti della tecnologia, ma anche profani del mondo dei computer sicuramente l’opera “Deep Dream_Act II”, progettata in occasione della mostra DigitalLife al Macro Testaccio dal collettivo None, non potrà non sconvolgervi notevolmente. Esperienza trascendentale in un certo senso, conduce il fruitore in una sorta di realtà virtuale nella quale è facile smarrirsi e rimanere scioccati. Come Marty Mcfly nel film degli anni 80′ “Ritorno al futuro”, il fruitore viene letteralmente trascinato attraverso un tempo ancora inesplorato, di cui si fa fatica a riconoscere l’esistenza. In questo caso però non si tratta del tempo di un immaginario futuro prossimo quanto piuttosto del tempo che al giorno d’oggi quotidianamente impieghiamo in rete. Ogni giorno navighiamo senza sosta e senza metà in un mare di dati che rifluiscono come onde accumulandosi e stratificandosi, e tutte le immagini e le informazioni che si visualizziano costruiscono una parte considerevole della coscienza collettiva degli utenti e quindi di ogni persona.

img-20161016-wa0049“Deep Dream_Act II” come installazione immersiva permette al fruitore di viaggiare all’interno dell’interrotto flusso di dati che si evolve aggiornandosi continuamente in internet. All’interno di una stanza specchiata, degli input visivi costituiti da piccole immagini luminose ad alternanza si accendono e si spengono creando una danza unica di dati, che passano in rassegna ai nostri occhi. Complice della riuscita magistrale dell’opera è anche la parte sonora che attraverso rumori sempre più forti e cacofonici, riesce ad amplificare l’illusione di essere realmente all’interno del regno di internet. Ma forse in realtà l’illusione non è poi così illusione, in quanto i dati vengono mostrati in modo reale e tangibile. Il fruitore diviene navigatore ed esploratore del mondo racchiuso all’interno dell’immensa rete, che collega istantaneamente ogni server e di conseguenza ogni utente. A galla emerge il processo dietro al servizio, e l’impatto con la marea gigantesca e incalcolabile di dati fa sì che il fruitore sia allo stesso tempo attratto e respinto dall’opera stessa. L’eccitazione data dal ritmo crescente delle immagini che appaiono e scompaiono in una caleidoscopica danza di presenza-assenza, viene attutita dal profondo senso di smarrimento che si prova con il crescere esponenziale delle immagini che si presentano nello spazio. Il bombardamento ottico e acustico partorisce il senso di caoticità e di confusione che lascia spazio alla non comprensione e al rifiuto. Ma dopo la paralisi subentra l’estasi per un inatteso carattere sublime.

20161015_180938
Il senso di sublime è percepibile in modo molto netto. La fascinazione e l’attrazione scaturiscono dal fatto che il fruitore si sente in un certo senso creatore egli stesso di questo mondo computerizzato e connesso. E’ lui insieme ad ogni altro individuo, compresi noi, a formare la comunità degli utenti. Siamo tutti noi a scegliere in ogni istante i contenuti ai quali vogliamo avere accesso e che vogliamo visualizzare. Il database quindi non è altro che l’enorme archivio digitale dei nostri desideri, dei nostri pensieri e delle nostre idee. Insieme viviamo nel mondo irreale della connessione, che grazie alla nostra continua partecipazione si concretizza ed è in grado di esistere. E’ un mondo dipendente dall’essere umano, ma quest’opera apre la riflessione anche per la domanda inversa, che ora appare quasi scontata: Siamo divenuti anche noi dipendenti da questo mondo irreale? La risposta è illustrata molto bene da “Deep Dream_Act II”, che con il suo infinito circolo di dati ci ricorda il nostro attuale stato di assoggettamento ai social e alla rete. Si è schiavi della connessione e questo apre nuove questioni e nuovi interrogativi nel campo dell’etica e della psicologia umana. Ed è questa la potenza di un’opera che pone l’accento su una nuova psicosi, che ci accompagna e ci accompagnerà per molto tempo se sottovalutata.

 

20161015_180933

Shiro Takatani, la magia della pioggia

“Le nuove tecnologie ci permettono di catturare ogni istante e di osservare ogni più piccolo dettaglio. È un processo in cui possiamo afferrare il tempo che non possiamo vedere, sentire.” cit. Shiro Takatani

img-20161016-wa0052

Shito Takatani, Sti/ll 3d water matrix, mostra “DigitalLife”, Macro Testaccio Pelada, Roma, 2016

Cosa si prova quando si vede avverarsi davanti ai propri occhi una magia? La sensazione è molto simile a ciò che si prova di fronte all’opera di Shiro Takatani “St/ill 3d water matrix” ospitata nella mostra DigitaLife al Macro Testaccio Pelada. Si resta intontiti, paralizzati. E’ una vera magia o un trucco ben congegnato? Ovviamente la risposta è ovvia in quanto la magia non esiste, ma se si prova a immaginare come potrebbe presentarsi nel mondo reale probabilmente le sue fattezze non sarebbero così diverse da quelle assunte, illusoriamente, in quest’opera, che ci riporta a quando eravamo bambini e credevamo alla magia senza batter ciglio, come se il mondo ed ogni cosa che lo abitava non potesse esistere senza quell’aura magica, che lo circondava e che lo animava. L’aria era frizzante e piena di aspettative ed è proprio quest’aria che riesce a ricreare Takatani.

img-20161016-wa0044Milioni di particelle d’acqua danzano sospese senza sosta nel 3d water matrix, macchina generatrice attraverso le sue 900 valvole dà vita a uno spettacolo unico e a coreografie sensazionali. Ad un primo sguardo s’immagina che l’artista abbia voluto ricreare un agente atmosferico, ma rimanendo a guardare si nota come questa pioggia sia un tipo di pioggia atipica, argentea e brillante, scende e sale in un continuo ciclo di nascita e morte. Creazione e distruzione si alternano nel loro incessante corso. La vita si manifesta solo per pochi istanti, quelli concessi alle gocce che inesorabilmente si dissolvono. Il precipitare non è più azione apocalittica che porta alla fine e alla distruzione. Essa viene vissuta piuttosto come azione positiva che conduce alla rigenerazione della forma. Le evoluzioni assumono forme geometriche, spirali, linee, diagonali, cerchi e a volte forme meno geometriche come cuori e macchie. La trasformazione è continua in questo tempo, ma si tratta di tempo atemporale in quanto l’atmosfera che viene creata è soffusa, sospesa, ferma. Dinamismo e staticità si confrontano in una lotta che porta ad uno strano, ma efficace equilibrio. Guardare questa particolare pioggia in effetti dona un insolito senso di benessere e armonia.

img-20161016-wa0041Opera profondamente poetica, plasma artificialmente l’invisibile dandogli una forma in continua evoluzione. L’artificialità costruisce l’illusione nascondendo la sua reale natura di congegno. Le valvole magnetiche vengono infatti offuscate dalla luce che le divora. E’ surreale, il tempo è fermo ma allo stesso tempo si muove. Le variazioni sono alla base dell’illusione, prima piano poi più velocemente la gocce cadono imperterrite suggerendo allo spettatore ipnotizzato il ritmo incalzante di una giornata piovosa. La realtà è resa quasi perfettamente, ma viene contaminata dall’incontro con l’irrealtà che i disegni producono. In questo incontro tra realtà e irrealtà è racchiuso il segreto, il trucco che crea la magia. Così nasce un’opera di magica, talmente verosimile da creare non solo l’incanto, ma anche la realtà di ciò che appare. Questa è la favola e la speranza, una realtà cristallizzata nelle fattezze di un incantesimo, che grazie all’immaginazione e al meccano prende forma, divenendo visibile nella sua perfetta irrealtà.

img-20161016-wa0057