Foundation Myths, storia di un terreno

20161210_101838.jpgVi siete mai ritrovati a passeggiare per le verdi strade di un giardino per poi essere abbagliati dallo scintillio della scoperta? Camminare tranquilli sotto al fievole sole di una giornata nuvolosa e venire sorpresi improvvisamente dalla possibilità di assistere a qualcosa di inatteso? Ecco, qualcosa di molto simile accade passeggiando nei pressi del  Bearparks Garden a York, dove ha sede la York Art Gallery . Qui il collettivo Ordinary Architecture crea un’installazione la “Foundation Myths”  capace di rapire lo sguardo del casuale voyer e di proiettarlo in tempi e spazi dimenticati.

20161210_101854Su un terreno erboso, si stagliano incompresi alcuni tronchi di alberi gialli. La loro corteccia è ceramica dall’intenso colore giallo canarino e insieme formano una sorta di recinto rettangolare. La forza visiva è notevole, nonostante il contrasto così netto tra il colore dell’opera e il colore verde dell’ambiente in cui è immersa.  L’armonia regna sovrana e regala una sensazione di meraviglia e serenità. Il disturbo del contrasto viene infatti mitigato dallo stupore di trovarsi di fronte a qualcosa di conosciuto, ma che ha assunto connotazioni diverse che non vengono però percepite come negative.

20161210_101804Gli artisti riscoprono il vissuto del territorio e la sua storia nel tentativo di ridare splendore a ciò che un tempo era un luogo attivo, pieno di incanto e di contemplazione. Sono poche infatti le persone che passeggiando per questi giardini si domandano come sono nati. Anche se i ruderi dell’abbazia di Santa Maria catturano l’occhio del visitatore pochi si rendono conto di camminare sulle rovine di quel che un tempo fu quest’edificio. Facendo attenzione e guardando in terra, si può però notare la linea di pietre che contorna quello che prima era lo spazio dove si innalzava l’abbazia e nessuno si rende conto di camminare all’interno di quella che un tempo fu una chiesa. L’opera si fa nodo che lega due temporalità, il passato e il presente, convertendo lo sguardo dell’ignaro visitatore da vuoto a pieno mostrando ed insegnando come la natura al contatto con la storia possa cambiare teoricamente e praticamente l’idea di architettura. Si apre così uno sguardo più attento sull’evoluzione del contesto. Terreno usato prima dai monaci come frutteto diviene ora terreno didattico capaci di instaurare un nuovo rapporto con il passante. Scocca la scintilla della riflessione sul cambiamento attraverso il rapporto tra la sottolineatura dell’installazione e il mana che permea il luogo.

20161210_101801.jpg

 

Stairwaill Project, segni dal tempo

“Questo edificio è sorprendentemente solido come un pezzo di architettura ma ha anche questi straordinari, bellissimi dettagli e piccoli elementi nascosti, e ha questa storia malinconica pure, che si è insinuata nel mio modo di pensare.” cit Richard Wright

20161208_163421

Stairwaill Project, Richard Wright, Dean Gallery, Richard Wright, 2016

Tempo. Sempre corre nulla lascia, eccetto ricordi sfumati di esperienze ormai lontane. Burattinaio crudele decide e sceglie tutto lui. Non ci sono uscite di emergenza, né fantomatici rifugi. Vede ed emette sentenze come un giudice a volte troppo attento a volte maledettamente ingiusto. Dov’è allora la speranza? Quella speranza, tenue luce, che come un bastone sorregge il vecchio anziano,  conduce avanti gli animi esausti? Per capire dov’è basta vedere “Stairwaill project”, uno dei due soli lavori esistenti e permanenti di Richard Wright alla Scottish National Gallery of Modern Art II di Edimburgo, meglio nota come  Dean Gallery.

5589adfceebd1-thumb

In una volta bianca contornata da quattro finestre, si stagliano sprezzanti una serie di figure nere che ricordano vagamente uccelli a prima vista, forse corvi che sorvolano le nostre teste presagendo un segno infausto. Non è poi così esatto. Ad un secondo sguardo si nota che i corvi in realtà sono forme appartenenti al mondo floreale. Ma come mai un senso di stupore e meraviglia misto a malinconia e tristezza si avvinghia così tenacemente al nostro io? Questo accade perché Wright si ispira alla storia della struttura della Dean Gallery, che prima del 1984 era adibita ad orfanotrofio. Un senso quindi di malattia, inquietudine e morte viene portato alla luce da queste forme mutuate dai fleurs de lis, che nella tradizione medievale sono simbolo di felicità. Il fiore da simbolo di speranza e bellezza, diviene emblema del triste ricordo. La traccia indelebile di un passato doloroso rimosso. Ma ciò dona solo più spessore ai segni che non divengono solo infauste reminiscenze di un mondo ormai lontano. Sono segni che portano in sé luci ed ombre, dietro un significato se ne cela un altro, e l’unione di essi completa il quadro creando l’incanto dietro l’opera.

4872164025_90a61b1075_bWright che normalmente fa seguire alle sue opere il naturale corso del tempo, dandogli una degna morte con la distruzione stessa del lavoro stavolta ci ripensa e cambiando rotta crea una traccia tangibile testimone dell’accadimento. Ma anche se non viene seguito l’ordine naturale Wright non va propriamente contro il tempo, poiché non si mette mai nella posizione di distruggerlo, ma anzì lo riafferma con maggior vitalità. Egli mette in evidenza la caratteristica intrinseca del tempo: la sua immortalità. Non può essere distrutto e tutti devono esserne assoggettati. Nell’opera il tempo riafferma la sua esistenza che viene cristallizzata in un segno evidente. Ulteriore dimostrazione di ciò viene poi riscontrata nella scelta di creare l’affresco a mano, sfruttando il tempo naturale e non cercando di padroneggiare il tempo accorciandolo, magari attraverso l’uso di mezzi di riproduzione più veloci e tecnologici, come il computer. E’ un lavoro di artigianato quello di Wright che riprendendo la cultura medievale riscopre la poetica dell’amanuense, che impiega ogni singolo suo gesto nella realizzazione di testi scritti. La qualità vince sulla quantità, ma il lavoro della Stairwaill potrebbe benissimo essere scambiato per un lavoro realizzato attraverso avanzati mezzi tecnici o più semplicemente stencil. Ma il creare uno alla volta i segni fa riappropriare del tempo ed è questo l’intento, dare valore ad ogni singola azione ed a ogni secondo impiegato in essa, per riscoprire il reale valore del tempo.

p1010749

 

Alessio Deli, visioni angeliche

20161115_160406

“Attraverso l’arte cerco di esprimere emozioni e tensioni che animano l’essere umano.” cit Alessio Deli

20161115_160357.jpg

Alessio Deli, mostra “La bellezza e la ruggine”, Sala della chiesa Santa Rita, Roma, 2016

Ruggine, quante volte ci siamo tagliati, feriti e per giorni siamo stati attanagliati dalla paura di aver contratto una letale malattia? Sicuramente il vedere questa materia così ambigua da lontano ci ha affascinato molto di più e spaventato molto meno, rispetto ad averne esperienza con un incontro ravvicinato. L’immagine vivida del bruno metallo squarciato riporta subito la mente a pensieri melanconici, quasi come quando nei cieli autunnali guardiamo le foglie che fluttuanti, dopo la loro vivace danza cadono gementi a terra. Il senso del disfacimento e del logoramento rimangono così impressi nei nostri pensieri che tante volte cerchiamo rifugio in posti vivaci ed esuberanti, così colorati che non ci lascino pensare, distraendoci dai nostri tristi pensieri. Alessio Deli tenta con la sua opera di capovolgere questa logica di decadimento, generando la vita dalla polvere. L’invecchiamento e le cose rotte non sono più simboli di inevitabile futura morte, ma si trasmutano in oggetti pieni di vita e di speranza. La corrosione dona la vita e l’odiato ticchettio del tempo che passa riavvolge il suo corso tornando indietro, come quando in altri tempi si riavvolgevano le videocassette per poterle nuovamente guardare.

20161115_160248
Figure diafane, leggere e incostanti si susseguono nella mostra “La bellezza e la ruggine” nella Sala Santa Rita dell’ex chiesa omonima in una sfilata che ha le sembianze di un ballo senza tempo. Seminate nello spazio circolare, in effetti le figure femminili sembrano invitarci a danzare con loro, prendendo atto del loro stato instabile, tra realtà e finzione, tra verità e inganno. Sono figure in bilico quelle che si possono osservare, immerse in una realtà ovattata che le rende ancora più intriganti. Il dissidio creato tra la loro matericità di figure fatte di materiali poveri ma concreti, e la spiritualità che emanano dalle loro forme regala un inatteso senso di armonia e meraviglia. Come angeli scendono dalla realtà trascendente e incantano l’umano, facendogli trasparire per qualche secondo la realtà altra di cui sono annunciatrici. La delicatezza e la bellezza unica di queste angeliche figure sbalordisce non poco il visitatore, in quanto la loro nascita è figlia della felice unione di materiali poveri come l’argilla e la ruggine, che non poche volte vengono scioccamente considerate anche di poco gusto. La povertà non piace a nessuno, ma in questo caso il sensibile accoppiamento di mezzi estranei al tradizionale mondo estetico incarna perfettamente la volontà dell’artista di far intravedere la bellezza che esiste anche in ciò che può sembrare privo di valore.

20161115_160326.jpg
Il senso di sacralità emanato dalle apparizioni è forte e costante in ognuna di esse. Ne nasce una riflessione sul tema del sacro che porta il fruitore ad interrogarsi sulla sacralità dell’immagine, ma anche sulla questione spinosa di cosa realmente può essere considerato sacro e da cosa nasce la spiritualità? Sono argomenti e questioni evidentemente non da poco conto e dalle risposte difficili e contorte. Nonostante ciò le statue innescano l’inizio della riflessione e ne conducono anche il processo. La loro bellezza nata dalla polvere riesce ad essere traghettatrice di anime e spiriti, che si elevano immergendosi negli abissi inesplorati di un pensiero profondo. La luce è quel che si riesce ad intravedere solo grazie all’esistenza delle magiche chimere, che illuminano le oscurità del pensiero. Il conflitto tra materia e spirito viene lietamente risolto nelle immagini delle candide figure che con la loro purezza e la loro fragilità fanno da mediatori tra i due universi. Deli sottolinea in particolare la loro funzione di figure messaggere e testimoni di un’altra realtà, aprendo quindi uno squarcio nell’animo e nelle credenze del fruitore, che è costretto finalmente a interrogarsi sulle sue posizioni religiose. Opere mirabili con la loro potenza evocativa sono il canto delle sirene che conduce lo spettatore stavolta non verso gli scogli e una triste fine, ma verso la conoscenza di qualcosa di altro e quindi verso la speranza, la speranza di una realtà eterna.

20161115_160313

Rachel Howard, la ferita del segno

“E’ come essere il mare, essere instabile, incerto. Tutto si muove sotto i nostri piedi. Niente è stabile” cit. Rachel Howard

20161015_182445.jpg

Rachel Howard, mostra “Painting of violence (Why I am not amere Christian)”, Macro Testaccio, Roma, 2016

Tele violate, ma violate sottilmente, quasi non vi fosse segno dell’avvenuta aggressione. E’ quest’idea di violenza celata, che viene catturata dal ciclo di opere esposto negli spazi del Macro Testaccio, “Painting of violence (Why I am not a mere Christian)” dall’artista ex assistente di Damien Hirst, Rachel Howard. Con questa serie la Howard comunica il senso del dolore causato dall’aggressione e dalla violenza. Non si parla però di una violenza ostentata e visibile, quanto piuttosto di un tipo di violenza studiata e attenta. La forza comunicativa di questo lavoro nasce proprio da questa particolare idea, secondo la quale la violenza può essere molto più intensa anche se nascosta. Ed è in questa diversa prospettiva che l’artista riesce ad affrontare un tema così ostico, dandogli nuova visibilità, nonostante l’uso di una tecnica tradizionale come il colore a olio.

20161015_182539.jpg
Nelle tele i segni si dispongono in sovrapposizione fino a formare uno spazio continuum nel quale in evidenza possono essere intravisti alcuni di essi, che si staccano dai restanti di colore più scuro. Per la disposizione dei segni l’artista recupera la performance usata negli anni ’60 e con calma traccia i segni prima dall’alto verso il basso e poi da sinistra a destra. In questo modo va a formare delle precise forme a T che ricordano vagamente il crocefisso di San Francesco, il Tau. Tutte le T si fanno marchio indelebile dell’azione che l’artista opera sulla tela e di conseguenza del suo lavoro e dello sforzo fatto. La fatica è impressa in ogni segno e la precisione denota l’attenzione maniacale adoperata. Si è di fronte a quadri che trasudano sofferenza, sofferenza originata dalla fatica e dallo sforzo impiegato nel concepimento artistico. Sofferenza che viene anche mostrata attraverso i panni impregnati del denso color sangue, che accatastati uno su l’altro sopra un piedistallo modellano i contorni di una statua. Si tratta delle stoffe usate per tamponare sulla tela i segni tracciati. E’ un lavoro di aggiunta e di eliminazione. Un processo meticoloso e faticoso.

20161015_182757.jpg
Non si può vedere quanto una ferita sia profonda se nascosta sotto un tessuto coprente. E quando si toglie la stoffa ancora la mente tenta di mascherare il danno subito tramite il processo di negazione. Gli occhi vedono, ma non del tutto, la verità. La visione avviene solo parzialmente. Con i quadri della Howard si attiva lo stesso meccanismo. Lo spettatore sa che è successo qualcosa, sa che c’è un danno, sa che c’è sofferenza, ma non sa quanto sia grave la situazione, poiché non riesce a inquadrare bene la condizione che viene mostrata. L’opera diviene motivo di riflessione ed esercizio per allenare lo spettatore finalmente a riuscire a visualizzare totalmente il male che può arrecare la violenza nel suo lato più devastante. Il forte desiderio di ricordare e di creare una coscienza sensibile alla questione presa in causa fuoriesce spiazzante dall’opera dell’artista.

20161015_182659.jpg
Altra serie che si può ammirare è quella nella quale l’artista si interessa in un certo senso analogamente ai processi che stabiliscono la relazione tra primo piano e sfondo sulle tela. Analizzare il dietro le quinte dell’opera in atto è quindi la ricerca costante della Howard, che tramite sovrapposizioni e strati di colore riesce a dare luce a ciò che è nascosto. Le tele vengono così ricoperte di motivi e fantasie, che immergono il fruitore in un mondo alternativo e riescono ad elevare la decorazione classica dal suo status di arte minore. Ciò che sembrava solo un gioco meccanicismico di abbellimento si rivela nella sua realtà di opera unica e irripetibile.

20161015_182816.jpg

None, viaggio nel database

“Ci interessa portare il fruitore in una dimensione realizzata con questo immaginario, dove lo spazio e il tempo non esistono” cit. Deep Dream_Act II

20161015_180923

None, Deep Dream Act II, mostra “DigitalLife” , Macro Testaccio Pelada, Roma, 2016

Che siate nerd o semplicemente amanti della tecnologia, ma anche profani del mondo dei computer sicuramente l’opera “Deep Dream_Act II”, progettata in occasione della mostra DigitalLife al Macro Testaccio dal collettivo None, non potrà non sconvolgervi notevolmente. Esperienza trascendentale in un certo senso, conduce il fruitore in una sorta di realtà virtuale nella quale è facile smarrirsi e rimanere scioccati. Come Marty Mcfly nel film degli anni 80′ “Ritorno al futuro”, il fruitore viene letteralmente trascinato attraverso un tempo ancora inesplorato, di cui si fa fatica a riconoscere l’esistenza. In questo caso però non si tratta del tempo di un immaginario futuro prossimo quanto piuttosto del tempo che al giorno d’oggi quotidianamente impieghiamo in rete. Ogni giorno navighiamo senza sosta e senza metà in un mare di dati che rifluiscono come onde accumulandosi e stratificandosi, e tutte le immagini e le informazioni che si visualizziano costruiscono una parte considerevole della coscienza collettiva degli utenti e quindi di ogni persona.

img-20161016-wa0049“Deep Dream_Act II” come installazione immersiva permette al fruitore di viaggiare all’interno dell’interrotto flusso di dati che si evolve aggiornandosi continuamente in internet. All’interno di una stanza specchiata, degli input visivi costituiti da piccole immagini luminose ad alternanza si accendono e si spengono creando una danza unica di dati, che passano in rassegna ai nostri occhi. Complice della riuscita magistrale dell’opera è anche la parte sonora che attraverso rumori sempre più forti e cacofonici, riesce ad amplificare l’illusione di essere realmente all’interno del regno di internet. Ma forse in realtà l’illusione non è poi così illusione, in quanto i dati vengono mostrati in modo reale e tangibile. Il fruitore diviene navigatore ed esploratore del mondo racchiuso all’interno dell’immensa rete, che collega istantaneamente ogni server e di conseguenza ogni utente. A galla emerge il processo dietro al servizio, e l’impatto con la marea gigantesca e incalcolabile di dati fa sì che il fruitore sia allo stesso tempo attratto e respinto dall’opera stessa. L’eccitazione data dal ritmo crescente delle immagini che appaiono e scompaiono in una caleidoscopica danza di presenza-assenza, viene attutita dal profondo senso di smarrimento che si prova con il crescere esponenziale delle immagini che si presentano nello spazio. Il bombardamento ottico e acustico partorisce il senso di caoticità e di confusione che lascia spazio alla non comprensione e al rifiuto. Ma dopo la paralisi subentra l’estasi per un inatteso carattere sublime.

20161015_180938
Il senso di sublime è percepibile in modo molto netto. La fascinazione e l’attrazione scaturiscono dal fatto che il fruitore si sente in un certo senso creatore egli stesso di questo mondo computerizzato e connesso. E’ lui insieme ad ogni altro individuo, compresi noi, a formare la comunità degli utenti. Siamo tutti noi a scegliere in ogni istante i contenuti ai quali vogliamo avere accesso e che vogliamo visualizzare. Il database quindi non è altro che l’enorme archivio digitale dei nostri desideri, dei nostri pensieri e delle nostre idee. Insieme viviamo nel mondo irreale della connessione, che grazie alla nostra continua partecipazione si concretizza ed è in grado di esistere. E’ un mondo dipendente dall’essere umano, ma quest’opera apre la riflessione anche per la domanda inversa, che ora appare quasi scontata: Siamo divenuti anche noi dipendenti da questo mondo irreale? La risposta è illustrata molto bene da “Deep Dream_Act II”, che con il suo infinito circolo di dati ci ricorda il nostro attuale stato di assoggettamento ai social e alla rete. Si è schiavi della connessione e questo apre nuove questioni e nuovi interrogativi nel campo dell’etica e della psicologia umana. Ed è questa la potenza di un’opera che pone l’accento su una nuova psicosi, che ci accompagna e ci accompagnerà per molto tempo se sottovalutata.

 

20161015_180933

Shiro Takatani, la magia della pioggia

“Le nuove tecnologie ci permettono di catturare ogni istante e di osservare ogni più piccolo dettaglio. È un processo in cui possiamo afferrare il tempo che non possiamo vedere, sentire.” cit. Shiro Takatani

img-20161016-wa0052

Shito Takatani, Sti/ll 3d water matrix, mostra “DigitalLife”, Macro Testaccio Pelada, Roma, 2016

Cosa si prova quando si vede avverarsi davanti ai propri occhi una magia? La sensazione è molto simile a ciò che si prova di fronte all’opera di Shiro Takatani “St/ill 3d water matrix” ospitata nella mostra DigitaLife al Macro Testaccio Pelada. Si resta intontiti, paralizzati. E’ una vera magia o un trucco ben congegnato? Ovviamente la risposta è ovvia in quanto la magia non esiste, ma se si prova a immaginare come potrebbe presentarsi nel mondo reale probabilmente le sue fattezze non sarebbero così diverse da quelle assunte, illusoriamente, in quest’opera, che ci riporta a quando eravamo bambini e credevamo alla magia senza batter ciglio, come se il mondo ed ogni cosa che lo abitava non potesse esistere senza quell’aura magica, che lo circondava e che lo animava. L’aria era frizzante e piena di aspettative ed è proprio quest’aria che riesce a ricreare Takatani.

img-20161016-wa0044Milioni di particelle d’acqua danzano sospese senza sosta nel 3d water matrix, macchina generatrice attraverso le sue 900 valvole dà vita a uno spettacolo unico e a coreografie sensazionali. Ad un primo sguardo s’immagina che l’artista abbia voluto ricreare un agente atmosferico, ma rimanendo a guardare si nota come questa pioggia sia un tipo di pioggia atipica, argentea e brillante, scende e sale in un continuo ciclo di nascita e morte. Creazione e distruzione si alternano nel loro incessante corso. La vita si manifesta solo per pochi istanti, quelli concessi alle gocce che inesorabilmente si dissolvono. Il precipitare non è più azione apocalittica che porta alla fine e alla distruzione. Essa viene vissuta piuttosto come azione positiva che conduce alla rigenerazione della forma. Le evoluzioni assumono forme geometriche, spirali, linee, diagonali, cerchi e a volte forme meno geometriche come cuori e macchie. La trasformazione è continua in questo tempo, ma si tratta di tempo atemporale in quanto l’atmosfera che viene creata è soffusa, sospesa, ferma. Dinamismo e staticità si confrontano in una lotta che porta ad uno strano, ma efficace equilibrio. Guardare questa particolare pioggia in effetti dona un insolito senso di benessere e armonia.

img-20161016-wa0041Opera profondamente poetica, plasma artificialmente l’invisibile dandogli una forma in continua evoluzione. L’artificialità costruisce l’illusione nascondendo la sua reale natura di congegno. Le valvole magnetiche vengono infatti offuscate dalla luce che le divora. E’ surreale, il tempo è fermo ma allo stesso tempo si muove. Le variazioni sono alla base dell’illusione, prima piano poi più velocemente la gocce cadono imperterrite suggerendo allo spettatore ipnotizzato il ritmo incalzante di una giornata piovosa. La realtà è resa quasi perfettamente, ma viene contaminata dall’incontro con l’irrealtà che i disegni producono. In questo incontro tra realtà e irrealtà è racchiuso il segreto, il trucco che crea la magia. Così nasce un’opera di magica, talmente verosimile da creare non solo l’incanto, ma anche la realtà di ciò che appare. Questa è la favola e la speranza, una realtà cristallizzata nelle fattezze di un incantesimo, che grazie all’immaginazione e al meccano prende forma, divenendo visibile nella sua perfetta irrealtà.

img-20161016-wa0057

Andrea Frasser. L’1% c’est moi

“Per me, questo è il momento più importante nella performance. E’ quando io non ho più l’intenzione di essere l’esecuzione, e sto lì dicendo: “Eccomi. Questo è ciò che conta per me essere qui “. Diventa un momento, non direi redenzione esattamente, ma qualcosa al di là della terra bruciata.” cit. Andrea Frasser

Analizzare spesso è la chiave per conoscere realmente l’oggetto del nostro studio. Attraverso la ricerca e lo studio si può arrivare ad avere una piena coscienza di ciò che si sta prendendo in analisi. La possibile critica nasce dalla conoscenza che si ha sull’oggetto in questione, quindi l’analisi non è solo mezzo di scoperta, ma anche intelligente strumento di opinione. La sua facoltà di condurre in un percorso iniziatico di conoscenza permette la formazione di idee, che assumono il potenziale funzionale di opinione. Opinione che è ipotesi documentata, e che perciò può risultare maggiormente vera rispetto ad ipotesi non dimostrabili. La critica scaturisce quindi necessariamente dal confronto tra le ipotesi documentate, che attestano quel qualcosa che crea squilibrio nel sistema. In questo modo le falle vengono individuate repentinamente e su di esse può nascere la riflessione vera propria di un’artista come Andrea Frasser che nella mostra “Andrea Frasser. L’1% c’est moi”, presso il Macba di Barcellona, riesce a creare analogie e corrispondenze portando in evidenza i punti deboli di ogni sistema cristallizzato.

20160804_154106
Seguendo il percorso ci si rende conto della sua suddivisione in settori, ognuno dei quali analizza un diverso tema. C’è il settore “Musei” che si occupa della relazione imprescindibile tra il fruitore-spettatore e il luogo dedicato all’esposizione e delle dinamiche che possono svilupparsi tra questi. Il settore sulla “Globalizzazione”, che prende in questione gli effetti derivati dalla spasmodica crescita esponenziale di quest’ultima negli ultimi anni, una globalizzazione che mai sazia ingoia sempre più voracemente ogni cosa. Il settore “Un bello spettacolo vero?” che si sofferma sul tema del consumo culturale e dei suoi effetti. Poi si trova quello “Fantasie Buttate” dove si ricerca il nesso che collega gli investimenti emotivi nell’arte e i contesti sociali e politici nei quali si investe. Infine l’ala dedicata a “Il personale e il politico” che si concentra sulla duplice relazione dei rapporti intimi e su di quelli pubblici.

img_4110
Le opere quindi si alternano a seconda del settore di appartenenza. Tra quelle più significative troviamo “Monumento às Fantasias Descartadas”, monumento realizzato con i costumi usati durante la sfilata di carnevale di Rio de Janeiro e poi gettati al termine dell’evento. Con questo agglomerato di vestiti l’artista intende aprire la riflessione sul gesto del buttare, che è in realtà segno intriso di ulteriori implicazioni. Altra opera molto discussa è “Untitled” nella quale l’artista si mostra in tutta la sua intimità di donna, mentre è intenta nell’atto sessuale. Non si tratta semplicemente dell’azione, questa assume rilevanza solo se accostata all’idea di potere. Tra desiderio e potere si instaura un rapporto di dominanza, che subordina il primo al secondo. Chi desidera è potenzialmente controllabile perciò è un elemento a rischio e chi viene desiderato ha potere quindi domina ed è elemento pericoloso. E’ questa la dialettica che viene mostrata e che in un primo momento può non essere rintracciata, nascosta com’è nella sua apparenza. In un’altra videoperformance “Official Welcome” Frasser recita prima i panni dell’uomo indossando pantaloni e cravatta, per poi svestirsi e restare nuda reclamando il reale ruolo delle donne e denunciando il loro stato attuale che verte in una finta indipendenza e in una falsa accettazione da parte del maschio.

img_4092La domanda, evento scatenante dell’analisi è “Che cosa dobbiamo aspettarci dall’arte?”. La non facile risposta viene perentoriamente cercata nell’opera della Frasser, che ci sorprende costruendo un excursus di ciò che dovremmo e di ciò che non dovremmo aspettarci. Grazie alle teorie di Pierre Bourdieu inerenti i campi sociali Frasser può inoltrarsi nel campo della critica istituzionale per investigare i problemi interni al sistema dell’arte. Lo strumento che predilige nella sua indagine è il video, strumento in grado di registrare le varie performance dell’artista trasformando il loro DNA in quello di documenti-testimonianze. Con una spiritosa ironia e la singolare particolarità di ogni video performance Frasser dà luogo a dibattiti appassionati e fa emergere riflessioni taglienti sul mondo dell’arte che viene inquadrato nei suoi lati nascosti, ma allo stesso tempo reali. La sensibilità e la perspicacia divengono strumenti di ricerca essenziali, tramite i quali l’artista, come un medico, riesce ad individuare i sintomi di un malessere radicato nei meandri che costituiscono il sistema.

20160804_153952
La critica istituzionale che è l’indagine all’interno del sistema dell’arte, è lo studio preso in considerazione dalla Frasser per i suoi esperimenti-opere. Attraverso l’analisi e lo studio l’artista riesce a risalire le trappole imposte dal sistema dell’arte che implica in sé stesso enormi contraddizioni, creando nei suoi lavori piccole oasi di contestazione e di dibattito , che di solito vengono spesso giudicate aspramente proprio da coloro che operano all’interno del sistema preso in esame. La critica nasce sia come vera forma di giudizio sia come mezzo per sollecitare una rivoluzione del pensiero comune, che deve aprirsi alla realtà dei fatti in modo così da acquisire l’armatura contro le contraddittorietà proposte da questo complesso sistema. Frasser conduce un’indagine all’insegna della verità. Verità composta a volte da luci a volte da ombre. L’analisi viene incentrata sull’elaborazione delle varie sfumature che caratterizzano il sistema. L’attenzione si concentra poi su ciò che mostra contraddizioni, elementi pochi chiari e incomprensioni. La riflessione attiva che il fruitore deve dunque svolgere è proprio su questi elementi oscuri ed ambigui. Una mente attiva è così in grado di intravedere e di giudicare autonomamente i chiaroscuri e tutte le problematiche imposte nel sistema artistico ed è questa l’efficacia della Frasser, lei, evento inaspettato, dà le chiavi per poter comprendere e vivere serenamente questo mondo di finzione abbagliante.

img_4104

Colletion 31, questione di percezione

“In quali momenti si affillano i sensi?”
“Intendo associarlo a un fulmine. In breve: in un primo momento, qualcosa che attraversa il cervello. Non ha un colore, forma, funzione, qualsiasi cosa. E’ semplicemente un dato di un fatto, un germe, una stranezza.” cit. Cildo Meireles

20160804_155832
Che rapporto si instaura tra esperienza, tempo e conflitto? Sono argomenti che non possono toccarsi e per questo sono condannati ad essere rilegati in compartimenti stagni oppure può esserci una connessione tra essi? C’è un filo invisibile che lega questi tre fattori e permette loro una convivenza inconsueta, ma allo stesso tempo magica. L’esperienza, che presuppone per la sua formazione un passaggio di tempo non indifferente, tramuta sé stessa in conflitto. Il processo è molto facile da intuire. Il tempo svolgendo la sua funzione intrinseca dà forma all’esperienza, questa a sua volta in un secondo tempo, attraverso la riflessione diviene madre del conflitto. Nella mostra “Colletion 31” al Macba di Barcellona ritroviamo il filo indissolubile, che instaura questo particolare rapporto e possiamo vedere da vicino come molti artisti siano stati ispirati da questi temi e abbiano saputo riproporre la magia segreta, che scaturisce dalla loro vicinanza.

20160804_160616
L’attenzione viene immediatamente rapita dall’opera “Condesor Cube” di Hans Haacke, un cubo in mezzo alla sala, nel quale gocce d’acqua scorrono cambiando forma a seconda della temperatura rilevata dal termometro, che a sua volta si modifica quando il fruitore si avvicina all’oggetto. Il visitatore diviene fattore elementare, che solo con la sua presenza, è in grado di permutare il sistema di base. Percorrendo la sala si nota un enorme tunnel in legno, che assomiglia a un tronco d’albero sradicato. Si tratta dell’istallazione “Entrevendo” di Cildo Meireles. Per trarne il senso si deve entrare nell’opera. E’ buio e un rumore fastidioso invade l’orecchio. Nonostante la via senza uscita si tende a camminare verso la fine del tunnel, ma un potente getto di aria calda è guardiano invisibile del tunnel e non fa avanzare. Nelle indicazioni dell’artista per vivere l’esperienza artistica correttamente bisognerebbe entrare nel tunnel con un cubetto di ghiaccio in bocca, in modo da poter vivere un’esperienza sensoriale multipla. Tutti i sensi vengono coinvolti. Fondamentale è infatti il dato sensoriale per gli artisti che muovono i loro passi in questa ricerca, poiché la sensorialità dà forma tridimensionale e concreta all’esperienza.

20160804_161131
Più avanti si trovano delle fotografie che presentano i passaggi di alcune performance degli artisti Jordi Benito, Fina Miralles, Francesc Abad, Esther Ferrer and Àngels Ribé. Le fotografie di Benito mostrano i passaggi della trasformazione di una cartina di sigaretta, che viene colpita da un soffio d’aria . Resistendo essa cambia il suo aspetto per qualche secondo e poi ritorna alla sua forma originale. In un’altra foto l’artista mostra il processo che lentamente porta un cubetto di ghiaccio, attraverso il contatto con il calore delle mani, a trasformarsi in acqua. Fina Miralles invece ci mostra la trasmutazione della donna in albero ricordandoci il mito di Apollo e Dafne. Le fotografie documentano i passaggi della trasformazione dall’umano al vegetale. Angel Ribé invece riesce a cristallizzare con il suo obiettivo la forza e la matericità delle onde del mare che si frantumano sul bagnosciuga, mettendo tra l’acqua e la terra un vetro trasparente che blocca le onde. Il movimento viene spezzato, la forma si divide e la forza è interrotta. In un altro lavoro la lastra di vetro diviene trappola per fermare gocce di pioggia, che sono obbligate a scorrere sulla sua superficie prima di toccare terra, mentre in un’altra foto ancora la lastra viene sostituita da una composizione di fili legati a due alberi che intervengono sull’aria, spostando il percorso abituale del vento tra gli alberi. Gli artisti giocano con il tempo e con i suoi effetti. E’ evidente come agendo su un fattore reale si possa ottenere un risultato sorprendente capace di modificare il naturale scoccare dei minuti e dei secondi attraverso trasformazioni che hanno qualcosa di alchemico nel loro essere.

20160804_160924
Il conflitto viene discusso nell’opera dell’artista Krzysztof Wodiczko “If you see something…” nella quale ci si trova davanti a quattro finestre, nelle quali sono proiettate sagome di uomini e donne che raccontano la loro triste storia. Il tema dell’immigrazione è il collante che lega le varie esperienze. Ogni personaggio si lamenta e si dispera animatamente dello stato in cui è stato gettato dalla società, dalla sua persistente diffidenza e dalla pericolosa sensazione costante di xenofobia, che impadronendosi delle persone le tramuta in mostri. I personaggi sono sopraffatti, schiacciati dal peso di continue umiliazioni e frustrati dal loro mondo. Tutto ciò li fa scomparire rendendoli ombre inconsistenti, in un mondo dove la materia è crudele così come i suoi abitanti. Una sofferenza senza fine è palpabile nei loro racconti. Il sospetto alimenta il timore e l’astio e questo porta a gesti di violenza. Il conflitto nasce da questa paura: la paura dell’altro. Diversamente viene trattato il conflitto come idea di limite e di violenza, così nascono i lavori di Allan Sekula, Angel Rilbes, León Ferrari, Alice Creischer, Carlos Garaicoa, Marcel Broodthaers, Étienne Chambaud, Pere Noguera, Harun Farocki e Alice Creischer. Ci si trova di fronte a mappe e fotografie che sottolineano l’ambiguità dell’idea di confine, concreto nella sua accezione convenzionale di delimitatore fisico di campi ed aree e aleatoria nella sua accezione più generica di confine comportamentale, che determina la linea di demarcazione tra un comportamento pacifico e uno aggressivo.

20160804_160843
Facendo attenzione l’osservatore può scorgere il filo trasparente che fin dall’inizio è riuscito a tenere uniti questi tre mondi paralleli. La percezione si dichiara elemento chiave. Guida soggettiva ed emozionale, essa è fluida e malleabile. In ogni momento modifica i suoi contorni per rendersi disponibile alla comprensione totale dell’opera d’arte. Percezione attiva, mutaforma professionale, opera nei campi di esperienza, tempo e conflitto in maniera così sottile da divenire invisibile alla mente razionale. Essa gestisce la funzione di alterare il nostro approccio all’opera stessa. A seconda di ciò che percepiamo, abbiamo un’ esperienza un’unica con l’opera in ogni istante. Con un percorso alternativo la mostra svela il prodotto e fattore che interviene nella riuscita emozionale della potenziale opera d’arte, che si pone come obiettivo il completo coinvolgimento del fruitore. Grazie all’aspetto inatteso del cortocircuito tra esperienza, tempo e conflitto che innesca la sorprendente dialettica tra questi e come una macchina a raggi x, riesce a rendere visibile lo scheletro che costituisce la struttura dell’intero sistema in questione, compreso quello in cui è immersa la particolare relazione fruitore-opera, si può comprendere a pieno i meccanismi, i dibattiti e i dialoghi nati dall’accostamento di temi così diversi eppure così simili tra loro ed è proprio questa la forza della “Collection 31”.

20160804_155507

PUNK.Its traces in contemporary art, la corsa sfrenata

“We’re the flowers in the dustbin, we’re the poison in your human machine, we’re the future, your future” cit. Sex Pistols

img_4147

mostra “Punk. Its traces in contemporary art”, Macba, Barcellona, 2016

Trasgressione, distruzione, dissacrazione. Questi sono solo alcuni dei valori venerati dalla cultura punk degli anni ’70. In quegli anni a Londra e New York si viveva in un periodo nero: la disoccupazione dilagava a dismisura, la paura costante di possibili attacchi terroristici insediava la vita di tutti i giorni e la rassegnazione nell’assenza di futuro rendeva inutile ogni agire. In questo clima si sviluppò la cultura punk, che attecchi le sue radici proprio nell’amarezza e nel dissenso generale della popolazione, che ogni giorno andava crescendo. Questa nuova religione inneggiava all’anarchia, all’anti-conformismo e al dissenso. Si cercava così di sfogare la frustrazione e la rabbia repressa per tutto ciò che fino a quel momento aveva deluso e che continuava inesorabilmente a deludere. La rabbia e la paura divennero fautrici crudeli di sentimenti di rivolta e di ribellione, che si espressero specialmente in campo musicale con l’ascesa di gruppi come i Sex pistols, i Ramones, The Clash, The Damned, ecc. Il punk divenne un’ emblema di rivoluzione, distruzione e sovvertimento dell’ordine politico così forte, che anche con la sua fine continuo comunque a causare molti danni, in particolare continuo ad avere una potente influenza sulle menti e sugli animi e le sue tracce ancora oggi si possono ritrovare negli stili di vita e nell’arte. Il suo respiro, nonostante gli anni e le nuove ideologie, continua imperterrito ad essere fastidiosamente presente. Attraverso la mostra “Punk. Its traces in contemporary art” presso il Macba di Barcellona si sono così volute ricercare le tracce del suo passaggio che ancora oggi continua a scioccare.

img_4137
Nel vaso di pandora troviamo fotografie dai contenuti forti e spiazzanti, proiezioni che riproducono lo stato psicotico causato dalle droghe, manifesti che urlano contro lo stato politico e sociale, stanze interamente distrutte dove sembra passato un urano, strumenti che come per magia suonano da soli facendo risuonare un gran frastuono di rumori, un’auto che porta sopra di sé un cartello luminoso con scritto “No Future”, pupazzi rotti che si professano killer, un naso rosso da clown che ridicolizza la regina sulle sterline, fotografie che simulano i comportamenti dei terroristi, video di trans intenti in rapporti bondage e fetish, collage di copertine di dischi punk anni ’70, ecc. In questo mondo ogni cosa è un elemento di contestazione, tutto è dissacrante e dissacratorio, la provocazione padroneggia sull’indifferenza e l’ironia la frammentazione sono gli strumenti principali per dare voce all’insoddisfazione. La violenza e la sessualità si mostrano strafottenti nel loro reale essere. Sono i segni distorti di una ribellione ad un sistema ormai in decadimento. La volgarità e il tresh fuoriescono implacabili dalle opere. Rifiuto, disprezzo e rabbia si intrecciano moltiplicando il senso di forza esplosiva. Siamo di fronte a bombe senza salve pronte a esplodere e a distruggere.

img_4148
Distruzione, mai come in queste opere può esprimere il suo essere a pieno. Distruggere per rompere ciò che non va più a genio, per dare forma a un’insita delusione che sempre più forte risale dagli abissi della coscienza. La delusione trasmuta il suo aspetto in rabbia e tutto è possibile per chi viene trafitto dal dolore della cocente delusione. Non ci sono più regole, non esiste più niente che abbia valore, tutto dunque è permesso. La sessualità non è più un tabù. Questa diviene aspetto esaltato e condiviso, il sesso è dovunque e non bisogna nasconderlo. L’ipocrisia e il pudore vengono attaccati dal nuovo stile, che li demonizza facendone nemici. La violenza è il dio della distruzione a questa si deve ricorrere per ottenere risultati concreti. Il rifiuto di tutto e tutti è la fede del punk che denuncia con la sua vita la realtà del mondo conformista.

img_4150Le opere inneggiano l’estetica del brutto, un’estetica che di solito non viene considerata in quanto poco agevole. Ma è con questa sottolineatura dell’aspetto brutto e orribile che riesce a raccontarsi il punk. Il suo è uno stile particolare, che non può essere limitato dal concetto di bellezza tradizionale. Il brutto si oppone al bello, la stranezza alla quotidianità e il particolare al comune. La rivolta ha inizio. “No future” è lo slogan che viene creato per combattere il falso progresso e il lento affondare dei valori tradizionali. Non c’è futuro, si combatte irrequietamente una causa persa. Nessuna speranza per una redenzione, per una salvezza dal mondo apocalittico. Si canta l’anarchia di un mondo che si estingue. Provocare diviene strumento per svegliare le coscienze. Non c’è futuro. Una critica tagliente urla le sue ragioni facendosi strada scalciando e così veniamo travolti da questo strano universo, iniziamo a sentirci ribelli e un insolito senso di libertà ci pervade. Una libertà totale senza limiti, che ci rende euforici ed è questo il bello. Senza freni ci gettiamo in una corsa sfrenata. Viviamo.

img_4145

Kentridge, racconto di una storia dimenticata

“Cercando il senso della storia a partire dai suoi frammenti, troviamo un trionfo in una sconfitta e una sconfitta in un trionfo.” cit. William Kentridge

20160628_114428

William Kentridge, mostra “Triumphs and Laments”, Macro Nizza, Roma, 2016

Viaggiare è sicuramente una di quelle esperienze uniche che ci permettono di conoscere, arricchendoci sempre più. Allontanarci e vedere culture diverse apre le nostre prospettive, amplia i nostri orizzonti e ci rende liberi. Non sempre però ci si deve allontanare troppo per riuscire ad afferrare l’anelata e sfuggente libertà. Da bambini impariamo a stupirci di ogni cosa nuova, la curiosità è la nostra fedele compagna di giochi e con lei ci divertiamo a dare attributi particolari ed eclettici a  quelle piccole cose che costituiscono il nostro mondo e che prendono magicamente vita ai nostri occhi, tutto ciò restando tra le consuete mura della nostra cameretta. In questa ci ritroviamo affascinati e ipnotizzati da tutto ciò che ora vediamo e che prima non riuscivamo a vedere, un nuovo spazio da esplorare e nel quale vivere grandi avventure. Essere in grado di riuscire a vedere altri mondi all’interno del proprio spazio non è cosa da tutti, ma Kentridge riesce in questo gioco di visioni e ci regala il risultato di quel suo perenne sognare nella mostra al Macro Nizza di Roma.

20160628_115216

Schizzi e bozze si alternano sui muri e nelle teche. I disegni si susseguono con un ordine preciso e costruiscono la loro storia in questa temporalità. E’ la storia di Roma che viene recuperata e manipolata in modo da riesumare tappe fondamentali del suo essere “conosciuta”, ma dimenticate allo stesso tempo. Storia che rinasce a nuova vita e dall’oscurità risale i gradini dell’oblio nel quale amiamo destinarla. E così ci ritroviamo davanti Anita Ekberg e Marcello Mastroianni dalla Dolce Vita di Fellini che sono immersi nella vasca di una doccia, anziché nella Fontana di Trevi; il simbolo di Roma, la lupa che allatta due vasi invece che i gemellini leggendari fondatori della città; la statua della vittoria che ostenta tra le mani una tavolozza e un pennello; Mussolini che marcia sul cavallo della morte; ecc. Sono punti cristallizzati quelli che si susseguono senza requie. Episodi intrappolati nell’imperturbabile storia che senza guardare indietro continua la sua corsa in avanti, lasciando dietro di sé chi non è riuscito ad avere il suo stesso passo. L’impetuoso e inarrestabile desiderio di rivalsa sul tempo padrone e tiranno è ciò che chiedono i protagonisti di questa nuova marcia, la volontà di tornare in vita e di resuscitare nelle menti e nei cuori degli spettatori, portando alla luce le glorie e gli orrori nascosti dietro l’evidente segno del successo.

20160628_114612

Potere: per ottenerlo monarchi, imperatori e dittatori sono stati  quasi sempre disposti a tutto. Le loro mani e le loro anime si sono macchiate indelebilmente e perdutamente di crimini disumani e di violenze ineffabili. Tutto per poter provare l’inebriante ebbrezza data dal dettare un ordine. Solitamente la nascita e l’ascesa di una città implicano in sé lotte con vittorie e cadute. La battaglia indetta dalla brama inesauribile del potere porta l’uomo ad una vera e propria ossessione per la vittoria. Gloria e fallimento sono intimamente legate da un destino comune. La storia conduce il condottiero di fronte a un bivio, o si vince o si perde, ma nonostante tutto qualcuno è destinato a cadere e per vincere si dovrà essere disposti a sacrificare preziosi molto significativi. Storia crudele non concede requie ai giorni sereni e Kentridge nella sua opera si confronta con questa storia spietata assassina, pronta anche lei a tutto pur di esistere e di ostentare visibilmente la sua presenza costante. La storia non è niente senza vivi e morti, senza vincitori e vinti. “Memento mori” è questo che ci ricorda immancabilmente, mostrandosi nelle sue multiformi manifestazioni. Così l’artista riprende molti degli episodi oscuri della storia di Roma e li porta alla luce, non solo per denunciare la ferocia nella scalata alla volta del successo, ma anche per riconsegnarli alla storia, facendoli riemergere dall’oblio nel quale erano stati gettati. Insieme al loro ricordo può così riemergere anche la consapevolezza delle azioni svolte e delle decisioni prese nello spirito del popolo contemporaneo che può così diventare organo di giudizio più oggettivo.

20160628_115438

I progetti di Kentridge si fanno documentazione essenziale e fonte inesorabile di nuovi spunti riflessivi per tutti coloro interessati a una cronologia alternativa sulla linea del tempo della storia. Una storia che è stata capace nei secoli di costruire una città emblema assoluto di potenza, splendore e cultura, una città capace di sopravvivere anche al tempo e ai suoi continui attacchi, una città in grado di ruggire e di lottare nonostante ogni nemico e ogni minaccia. Oggi Roma è la città eterna e la sua storia resta indelebile, scolpita nei suoi monumenti e nelle sue vie. Ma se le glorie vengono ricordate le sconfitte e tutto ciò che non si addice ad un’immagine perfetta di città e al suo splendore vengono volutamente rimosse e dimenticate. Per questo l’opera di Kentridge è un’opera di una spiazzante sorpresa e ideale semplicità. L’opera stessa diviene un monumento al ricordo non solo delle glorie, ma anche delle rovinose cadute, di tutto ciò che di negativo è stato fatto per la città e per esaltarne il suo nome e i suoi onori. Essa si trasmuta in faro che ci guida all’insegna della conoscenza e della consapevolezza. Ciò che nei progetti è stato rappresentato non potrà mai più essere cancellato e la traccia rimarrà nonostante il tempo, ricordando perentoriamente che non sempre la grandezza ottenuta vale il male fatto per ottenerla.

20160628_114942