Balula, le ombre svelatrici e le forze incrociatamente dipendenti

<<La combustione e la produzione di carbone sono responsabili delle più antiche manifestazioni nel fare arte. Anch’io tengo occasionalmente un fuoco addomesticato quando fumo una sigaretta e mi piace pensarlo come una torcia portatile e giocare con l’intensità della brace e con le sue variazioni di colore.>> cit. Davide Balula

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Davide Balula, mostra Iron Levels, Gagosian Gallery, Roma, 2017

Camminando vicino ai muri dei palazzi durante una giornata particolarmente soleggiata ci si può facilmente accorgere di non essere soli, e di avere sempre accanto quel fedele nero compagno, chiamato ombra, che ci scorta costantemente nelle ore solitarie. L’ombra è forma magica e satellite del nostro vivere quotidiano, essa accompagna ogni singolo oggetto nel percorso della sua vita, e così come essa si dimostra leale scorta ogni giorno si riesce a riscoprire il suo ruolo originario proprio nel lavoro di Davide Balula, artista di origine portoghese e naturalizzato francese, che ne mostra le immense ed infinite possibilità di espressione in una mostra come quella di Iron Levels ospitata presso gli spazi della Gagosian di Roma. Qui l’ombra non è intesa nel suo senso più comune, ma viene invece interpretata nel ruolo di calco negativo e di impronta che lascia la sua traccia dopo l’inevitabile contatto. È ciò che resta dell’accaduto, perciò è conseguenza di un’azione e di evento così come le ceneri dopo la combustione.

 

Tele grigie tempestate di invasori curiosi sono quelle proposte da Balula con la serie dei Burnt Paintings che vanno ad occupare la sala centrale della galleria. In questi l’idea di ombra viene data non solo dall’impronta che lascia il contatto diretto con il carbone, ma anche dai resti stessi del fenomeno fisico della combustione; questi due elementi si alternano così in un carosello ciclico, perennemente in contrasto e perennemente in armonia, poiché legati indissolubilmente dalla natura tra di loro estremamente possessiva. I segni neri divengono esploratori in un universo perturbante, che anche se potrebbe apparire nuovo in realtà è conosciuto molto bene dagli stessi; sono il processo chimico e quello fisico che legano la materia negli stati del suo essere, l’artista mette così in evidenza la relazione che intercorre tra le varie fasi e tra i cambiamenti che avvengono durante tutta la durata del processo. Esperienza estraniante si pone come occasione per poter familiarizzare con cose che abbiamo dimenticato, con il gioco di forze e destini che si susseguono ciclicamente in natura. Sicuramente quello che Balula riesce a mostrare è la dinamica della trasformazione e di quel che vi è dietro le quinte della stessa, ciò è ben visibile anche nell’opera Untitled posta proprio all’inizio del percorso espositivo: un metal detector insolitamente legnoso si pone come un guardiano attento all’ingresso dell’esposizione; porta alchemica immerge il visitatore in un mondo altro, al di fuori dai normali schemi del tempo lineare, controllando però prima colui che si appresta a penetrare nel nuovo impero, un grande fratello che rivela l’insensatezza di qualcosa di estraneo all’interno degli indumenti portati giornalmente, il metallo viene smascherato come un nemico decisamente insolito, poiché è corpo estraneo al corpo stesso. Con Air Between Fingers invece l’artista si mette nella condizione di indagare l’assurdità che è implica nella relazione instaurata tra tempo e spazio; qui la vicinanza e lo spazio sono percepiti distopicamente tramite un video nel quale due dita tentano di toccarsi ripetutamente, venendo a contatto solo alcune volte quando la distrazione lo concede. Prossimità e lontananza giocano quasi fossero due vecchi compagni di classe il gioco della casualità e in questo esplorano la loro dimensione di paradosso. Idle Hands fa invece scoprire al fruitore il vero significato del reale in cui abita giorno per giorno, conducendolo durante un attimo inaspettato nella dimensione della concretezza della vita, attraverso un’ opera che si consegna direttamente nelle mani del visitatore come dimostrano le sfere di metallo che una volta poste nei convessi palmi ridonano la vista a chi non vede, impostando le coordinate essenziali che caratterizzano la vita: il suo peso e la sua vivida durezza. La gravità acquista forma e nonostante la sua invisibilità, proprio in questo lavoro essa come un pugno nello stomaco rivela la sua continua presenza.

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Fisica, chimica e pensiero liquido intersecano i loro assi sull’asse cartesiano per dar vita a delle opere di estrema profondità e sensibilità. La delicatezza che ne deriva diviene cifra stilistica di un’artista che si è sempre dimostrato molto attento a concetti come quelli di percezione e leggerezza. Non bisogna dimenticare infatti gli esperimenti-performance intitolati Mimed Sculptures condotti in Svizzera nel 2016, che ricreavano le sculture di artisti famosi tramite l’imitazione mimica delle stesse nella trasparenza impalpabile dell’aria. Diversamente da questo caso in Iron Levels il senso della percezione decide stavolta di legarsi non alle emozioni ma alla scienza, materia oggettiva di analisi del mondo, e nonostante ciò essa non perde la sua unicità e le sue peculiarità, anche in questo percorso infatti si possono riscontrare le condizioni essenziali dell’arte empirica di Balula; un’arte che insegna a riconoscere la parte più nascosta dietro la realtà visibile ed a interrogarsi sulla sua funzionalità, sul suo modo di sorreggere quello che vediamo, e che inoltre mette in evidenza la processualità degli iter e la loro essenzialità per la vita svelando la meraviglia intrinseca del sistema all’origine di tutto.

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Sally Mann e il sentimento intramontabile

 

“Usare la fotografia come strumento di memoria è probabilmente un errore perché penso che le fotografie in realtà abbassino la tua memoria in certi modi una sorta di modo per togliere agli altri sensi: il senso dell’olfatto,  il gusto, il tatto quel genere di cose” cit. Sally Mann

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mostra Remembered light: Cy Twobly in lexigton, Gagosian Gallery, Roma, 2017

Affezionarsi è benedizione e maledizione simultaneamente; dono ed arma può aprire le porte di un vero paradiso impensabile oppure condurre alla perdizione più assoluta, sconvolgendo vite monotone e perfette. Un verbo riflessivo che indica quanto si possa sentirsi legati a qualcuno o a qualcosa, costruendo particolari legami, che si annodano e si intrecciano come i fili di una ragnatela; resistenti ma mortali questi come l’affezione nei confronti di qualcuno, possono avere una vita molto lunga o decisamente breve: il sentimento può durare anni o una vita ed insperatamente riuscire ad andare anche oltre questa, mentre altre volte svanire così com’era nato nell’arco di un battito di ciglia. Charlie Chaplin diceva <<Ci vuole un minuto per notare una persona speciale ,un’ora per apprezzarla, un giorno per volerle bene, tutta una vita per dimenticarla>>, e non potevano esistere parole migliori per descrivere l’essenza di tale delicato processo. Quando il sentimento dura, si intravede la sua stessa verità che diviene costante nella vita, e va ad influenzare ogni aspetto di questa, anche quello creativo. Così l’artista americana Sally Mann, crea un percorso fotografico che ripropone uno spaccato della vita dell’amico artista scomparso Cy Twombly nella mostra Remembered Light: Cy Twombly in Lexington, ospitata ora presso la Gagosian di Roma.

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Nella sua fotografia Sally conduce il fruitore in mezzo a sculture, oggetti di uso quotidiano, e strumenti di lavoro che hanno fatto parte della vita di una delle personalità più significative dell’espressionismo astratto americano. Cy towbly è stato amico e mentore per la Mann, e questo legame indissolubile viene raccontato delicatamente dalle foto immutabili della Mann, che ammiccano ad uno stato di estraniamento e nostalgia tipico della metafisica di De Chirico. Sono immagini statiche, fisse ed immobili nello spazio recintato della pellicola quelle di Sally, che emano un tepore particolare, una nota di calore apprensivo e quasi materno. La nostalgia permea inevitabilmente ogni oggetto dietro all’obiettivo che cosciente posa il suo occhio sui resti ancora visibili e concreti della vita di un uomo d’arte come Cy nel suo studio di Lexington. La luce soffusa che penetra piano, quasi come volesse abbracciare lo studio e ciò che vi è gelosamente custodito, tramuta la realtà e la concretezza dei materiali in sostanze eteree che ricreano l’atmosfera immaginifica del sogno: dove tutto sembra perdere i contorni, questi sfociano in una costante ed evidente sfumatura, elemento caratterizzante della terra di confine tra il reale e l’irreale e tra il ciò che è e il ciò che è stato. Il dialogo tra le due sfere temporali è molto forte e inteso, e ciò dà spazio anche ad una memoria che si misura con il peso del tempo che la costituisce.

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Residui e rovine di un mondo in abbandono, che raccontano visivamente la propria storia; amati, odiati, usati o trascurati, sono presenze materiali del tempo passato che ora non hanno altro scopo se non quello di narratori erranti nel tempo sospeso. Il ricordo si fonde con l’immagine frizzante dell’oggi e da questa felice unione nasce il sorprendente senso di malinconia che traspare dalla pellicola fotografica. Un mondo lontano ed un modo di vivere quasi dimenticato vengono a trovarsi a contatto con la dura concretezza della corteccia del presente; l’urto che si sprigiona non è incidente ma piuttosto improvvisa positiva coincidenza che porta ad un nuovo modo di esperire la negativa circostanza della perdita. La forza rigeneratrice derivata dalla consapevolezza invita alla calma e diviene portatrice del germe di una nuova e spiazzante serenità. Sally riesce così ad annullare la tristezza fondendola con l’idea di speranza in un tempo futuro, che guarda non solo al presente ma anche al passato. E’ un omaggio sincero quello della Mann che nella mostra Remembered Light: Cy Twombly in Lexington stupisce tutti gli astanti increduli e scettici sul potere che può acquisire un ricordo se maneggiato con cura e attenzione, facendolo divenire emblema di rinascita.

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Piero Gilardi, l’artificio e la natura

“Come ci insegnano anche le più recenti ricerche scientifiche, l’uomo nel corso della sua evoluzione si ibrida continuamente con ciò che è differente. Questa ibridazione ha perciò contribuito alla stessa evoluzione dell’uomo. Se ci pensiamo, per millenni questo ha voluto dire attuare uno scambio.” cit. Piero Gilardi

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mostra Nature Forever-Piero Gilardi, Maxxi, Roma, 2017

Relazionarsi non è mai facile, eppure è nella relazione che nascono e si fanno strada, i fiori che poi sbocceranno; boccioli di conoscenza si affacciano alla vita e si aprono ai raggi del sole che illumina radioso i petali delicati del nuovo sapere. L’incontro dona una ricchezza insperata, talmente preziosa, che sembra quasi l’aurea di un’illusione. <<La felicità è vera solo se condivisa>> così commentava il protagonista Christopher McCandless nell’epilogo del film Into the Wild-nelle terre selvagge; e questo lo sa bene Piero Gilardi che per anni ha creato un’arte portatrice dei semi della relazione e dell’incontro, interessato così come è sempre stato all’antropologia e alla politica, campi del sapere creati dall’essenza intrinseca del vincolo e del rapporto. Il Maxxi decide così di omaggiare con la mostra Nature Forever. Piero Gilardi, un’artista che ha segnato un’intera epoca dagli anni ’60 fino ad oggi, e che attraversando i decenni non ha mai perso quella scintilla, che infonde l’anima alla sua opera, e ciò è evidente proprio nelle opere allestite all’interno della mostra.

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Con la serie Tappeto-natura l’artista riproduce ambienti naturali come: il contesto marino con onde che infrangendosi tra di loro spruzzano schiuma bianca ed eleganti gabbiani che le sorvolano; poi si trovano campi di rigogliose zucche arancioni e cocomeri che sembrano uscire da una fiaba; e ancora terreni grigi ricoperti di pietre e sassi di varie dimensioni, e poi suoli immersi nell’aria boschiva con tutte le foglie che riposano su questi. Tutti questi ambienti sono riproposti tramite sculture rasoterra tridimensionali, che somigliano ad altorilievi traslati dal piano verticale del muro al piano orizzontale del pavimento; questo spostamento di piani crea la magia: gli ambienti si sviluppano esattamente come avviene in natura partendo dal terreno, eppure nonostante la verosimiglianza c’è qualcosa che rimane al di fuori della perfetta illusione, un elemento che stona e che inserisce tutto il realismo nella finzionalità della visione. È il materiale con il quale vengono realizzate le opere, il poliuretano espanso che definisce i campi tra reale e finzione facendoli collassare l’uno sull’altro. Le due dimensioni si mescolano, e da esse ne sorge un’illusoria apparenza perfetta, che solo il fruitore che si relazione da vicino con l’opera stessa può smascherare. L’interazione diventa la chiave di lettura delle opere, che strizzano un occhio ai temi dell’ecologia. Altra serie di opere fondamentali sono le maschere e costumi con tratti buffi e divertenti, che sfidano le logiche di una cattiva politica, inscenando gag e situazione assurde che però sono immagini rappresentati della condizione nella quale si verte in Italia. Si può così trovare un Renzi che si lancia senza paracadute su un tappetto elastico con su scritto UNION; uno squalo divora soldi e uomini; due corvi che sul petto hanno inciso uno in lettere verdi fratelli d’italia lega e l’altro in caratteri rosa naziskin; tre mostri pannocchia che alzano arrabbiati un manifesto con su scritto O.M.G. FREE!; il carosello che in una spirale centripeta narra del terrorismo e dell’immigrazione; la mela che porta a spasso il famelico bruco giallo; berlusconi attorniato da scope che spazzano la parola lavoro; e poi per concludere una selezione di capelli-copricapi che sempre riprendendo il tema della maschera si diversificano in forme totemiche. Ultimo pezzo della collezione un’installazione site-specific che ricostruisce una foresta artificiale dove gli alberi danzano quasi scollati dal resto del mondo e con movimenti frenetici ballano una danza inquietante.


Il rapporto tra natura e artificio è sempre presente nella poetica di Gilardi, che fa coesistere questi due aspetti in un intricato gioco di apparenze; difatti il fruitore sente di essere immerso in una realtà finta, ma comunque per la sua rappresentazione realistica si pone il dubbio se quell’artificio che egli vede non possa essere vero in un certo senso, forse anche più reale del mondo che abita ogni giorno. Le morbide forme di poliuretano donano un senso di sdoppiamento e scollamento con la realtà effettiva. L’artista diviene artefice di un mondo fittizio che però assomigliando così tanto al mondo reale si pone nelle veci di sostituto del reale. L’irreale domina così la sua controparte e rimane sempre un passo avanti ad essa che nel frattempo si rende visibile ma al contempo si allontana dal fruitore che non riesce più a coglierne la vera essenza. Il perturbante diviene sentimento condiviso nella visione e nell’azione esperienziale delle opere di Gilardi, che con la loro familiarità ed estraneità ai due mondi cui appartengono (artificiale e reale), innescano questo processo psichico nella testa della spettatore che non è solo assorto passivamente, ma si fa esistenza partecipe del nuovo mondo, per capirne i misteri e gli inganni.20170614_143239

Gusci rassicuranti e dimore astrattamente inusuali

<<Lavoro dalle emozioni prese dalla struttura archetipica che cancella il materiale. Poi, una volta che ho procurato l’oggetto provo a prendere possesso della sua struttura con le mie mani, organizzandolo in varie posizioni finché lo sento all’unisono con me fisicamente… >> cit. Mario Merz

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mostra The Place to Be, MAXXI, Roma, 2017

Vivere ed abitare sono parole alle quali molte volte non si fa troppo caso. È facile dire vivere, consapevoli del fatto che nel qui ed ora si sta respirando e si pensa, il cuore batte e tutto sembra naturale, nella norma; eppure nessuno si sofferma mai a pensare a cosa significa realmente vivere. Esiste una netta differenza tra vivere e sopravvivere, e spesso le due azioni vengono confuse, così come lo stazionare in un luogo e quindi abitarlo non è una cosa a cui si fa molto caso, poiché si dà per scontato. Avere un tetto sopra la testa è ciò che permette all’uomo di esprimere la sua individualità e le sue capacità, poiché è solo nella sicurezza di essere protetti che esso può sentirsi libero di creare. Così fin dagli albori della civiltà umana l’essere umano si è ingegnato per trovare soluzioni congeniali che gli permettessero di proteggersi dai pericoli della natura, e le case sono presto divenute sinonimo di protezione, luoghi in cui ogni individuo potesse sentirsi libero e protetto. L’arte ha ovviamente indagato questo bisogno di protezione negli anni, ma è nella mostra The Place to Be ospitata negli spazi del Maxxi che si possono riscontrare i primi risultati dell’analisi che l’arte ha condotto sull’azione del vivere.

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Nella mostra si trovano artisti come Mario Merz, Alighiero Boetti, Anselm Kiefer che nonostante la loro diversità ed il loro linguaggio artistico e concettuale specifico, si sono addentrati nella speculazione sul tema dell’abitazione e del vivere e hanno analizzato il rapporto instauratosi tra uomo e casa. Ad esempio con Igloo di Mario Merz si assiste alla creazione dell’idea di casa, un luogo che si struttura naturalmente e che viene ad assurgere funzione protettiva ed abitativa, così l’igloo di vetro che non cela la sua impalcatura sembra generarsi organicamente con una sovrapposizione di due igloo al suo interno che dalla loro unione lo erigono, ed a dimostrazione di ciò sempre all’interno di questo si possono intravedere dei numeri in neon luminescenti che riprendono la serie di Fibonacci, rivelando la correlazione tra nucleo abitativo e natura.
Diversamente da Merz, Kara Walker realizza una narrazione di silhouette nere e bianche che vanno a stazionare le loro pose sulla parete grigia; le figure sono macabre e inquietanti, deformate e surreali, raccontano la storia della schiavitù nella Carolina del Sud dove nel XVIII secolo i proprietari di campi di cotone sfruttavano e torturavano gli schiavi negri. Sopra i corpi di candidi cigni si ritrovano così teste nere di schiavi e donne ben vestite con accanto asce e ai loro piedi teste, ammonendo il fruitore che la violenza non cessa mai di esistere, si reitera solo in contesti diversi, anche se oggi la schiavitù è stata abolita il male del razzismo ancora vive nella società.
Ancora diverso è l’approccio del duo artistico londinese Gilbert & George che con molta ironia immettono le loro figure all’interno del contesto arboreo del parco, tramutandolo in una giungla selvaggia; Il luogo si trasforma.
Particolare è poi l’analisi di Nico Vascellari che con Nido destruttura l’abitazione tipica degli uccellini, schematizzando e sintetizzando l’elemento portante del nido, i rametti. Uno accanto all’altro giacciono i segni della costruzione nella teca di vetro. Enfatizzare il materiale di costruzione sottolinea il bisogno di capire il processo e il procedimento con il quale si costituisce l’abitazione, ed è proprio facendo un percorso a ritroso che si ritrova l’essenza.
Anselm Kiefer in Sternell si concentra invece su un’analogia: egli dipinge un cielo stellato, dove ogni costellazione riconduce ad un codice alfanumerico come il numero inciso sui polsi dei prigionieri ebrei all’interno dei campi di concentramento. Il cielo diviene rete che lega ogni singolarità ad altre loro simili, una cartina e una bussola che orienta chi la legge verso la via della conoscenza e del ricordo. Una casa cosmica per i morti della strage, che si fanno stelle luminose che conducono il cammino di coloro che sono rimasti.
Alighiero Boetti si addentra nella riflessione perdendosi, con il dittico Orme I e Orme II l’artista sposa ordine e caos in un unico universo, la tela si dipinge a festa e scoppiano una moltitudine di colori e materiali che danzano tra di loro sfrenatamente. Uno sgargiante spettacolo di oggetti e cose, dove le regole si invertono e il sopra è sotto e quel che appare non è ciò che sembra. Solo avvicinandosi alla tela si possono notare le differenze tra i differenti medium impiegati: biglietti, fogli di giornale, cartoline ed inviti.

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The Place to Be recinta il campo d’azione, restringendo l’obiettivo sul rapporto che intraprende l’essere umano e l’habitat in cui egli vive, un rapporto che ha assunto aspetti diversi nell’arco del tempo, eppure il senso di sicurezza si è sempre dimostrato come una costante imprescindibile di questa relazione. L’artista può svolgere la sua attività proprio per via di questo, così non è poi tanto strano pensare che l’arte si sia interrogata su questo rapporto tra oggetto inanimato e soggetto animato. L’abitazione inanimata prende fiato ed inizia a respirare, trasformandosi in organismo vivente, perché entrando essa in contatto con la vita diventa essa stessa vivente; ed è qui che nasce la simbiosi che lega inseparabilmente le mani ai mattoni e il pensiero alle mura. Le costruzioni essendo opera del pensiero intellettuale, sono parte concreta e visibile della vita e la loro importanza è rilevata ed esaltata in modo molto preciso all’interno della mostra. Finché l’essere umano sarà sulla terra avrà bisogno di costruirsi intorno uno spazio sicuro, ciò dimostra l’importanza di una mostra che come tema allestitivo affronti questo argomento. The Place to Be è uno stimolo oltre che uno studio e un’analisi, un input a migliorare lo spazio che abbiamo intorno per migliorare conseguentemente noi stessi.

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Grassino e il vuoto riparatore

<<Il mondo sotto ai nostri occhi è conflittuale, frammentato e individualista, confonde le idee e lascia disorientati, crea spazi di vuoto e zone d’ombra. L’individuo viene anestetizzato poco alla volta, le azioni e i pensieri vengono inibiti, la volontà viene annichilita.>> cit. Lorenzo Respi

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Paolo Grassino, La sostenibile visibilità dell’assenza, galleria Anna Mara Contemporanea, 2017, Roma

<<Al tempio c’è una poesia intitolata la “mancanza” incisa nella pietra. Ci sono tre parole, ma il poeta le ha cancellate. Non si può scrivere la mancanza: solo avvertirla.>> così recita una delle battute più suggestive del film Memorie di una geisha. L’assenza non si può esperire, è il vuoto, l’indicibile che non può essere spiegato; quel qualcosa che non può essere fissato e relegato in una forma limitante, altrimenti perderebbe la sua stessa istanza esistenziale, che presuppone uno scarto sostanziale da ciò che è visibile. Nonostante ciò l’artista Paolo Grassino, scettico, sfida l’assunto e ricerca l’assenza non tanto per cristallizzarla, quanto piuttosto per ricreare le contraddizioni messe in campo dal vuoto assoluto, in modo da stimolare la discussione e la riflessione. Così la personale La sostenibile visibilità dell’assenza, ospitata presso gli spazi della galleria Anna Mara Contemporanea, diviene dimora temporanea di una sostanza normalmente intangibile, che si fa intravedere solo in parte tramite il buco di una serratura.

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All’ingresso il fruitore è atteso da Nodi, scultura in bronzo che raffigura due pseudo-uomini, in grado di ammutolire e sbalordire il visitatore, che interdetto viene a trovarsi di fronte a due figure che di umano mantengono solo una vaga parvenza, poiché la mutazione è ormai conclusa. Sculture acefale, l’inquietudine è innescata proprio da questa rimozione. A soppiantare la testa mancante vi sono una serie di tubi e cavi che trapiantati nel corpo, producono un groviglio di nodi. È l’immagine di quel che resta dopo la distruzione causata dal consumismo della globalizzazione, che ha deteriorato e deformato pensieri ed azioni dell’essere umano, trasformandolo in mutante e spaventosa figura amorfa, nuova Medusa post-moderna, sembra quasi uscire fuori da un incubo. Ed è l’incubo dell’era post-human che Grassino cerca di espletare nelle forme degenerate, e così perfettamente imprigionate nella loro immobilità, mostri che puntano saldamente i piedi a terra e che vengono attratti al suolo dalla pesante massa di fili, che li spinge giù nell’inesorabile realtà dell’oggi. La serie delle Eclissi può essere considerata come un’analisi degli effetti dell’assenza in ambito fisico. Piccole perle bidimensionali, stavolta il tema è coniugato con i concetti di luce ed ombra; i due estremi che come lo yin e lo yang si completano per dare luogo al mondo. In questo caso l’alternanza tra pieni e vuoti, modifica gli equilibri, sbilanciando l’ago della bilancia e rendendo noto il difetto che viene a delinearsi nello squilibrio causato dall’assenza di uno dei due fattori. Un difetto che esprime però un senso di bellezza perfetta. Come una mappa astronomica le eclissi orientano il visitatore nel viaggio allo scoperta del vuoto cosmico. Inoltrandosi nella seconda sala il visitatore si trova travolto dalle immagini statiche di alcuni teschi neri di animali. Come fosse un cimitero o un salotto borghese che esibisce la sua collezione di trofei di caccia, l’opera C.C.R.Roma coniuga l’assenza nel suo significato più sinistro, quello relativo alla morte. Tutto è impassibile e fermo, nulla si muove in quanto non vi è vita che possa dimenarsi. I crani sono il simulacro di ciò che una volta era e che ora non è più. La morte vista nella sua dimensione attiva di momento di cancellazione, che nulla lascia se non delle tracce, testamento di uno status passato. L’assenza si fa concreta in queste sculture inquietanti e sublimi allo stesso tempo e finalmente può essere toccata con mano dallo spettatore nelle forme di resine e spugna. Con Fiati si conclude la mostra. Due cervi brucano il terreno uno accanto all’altro. Figure allegoriche e simboliche, come totem si stagliano nello spazio in tutta la loro trascendenza; perché sono forme trascendentali quelle di Fiati, dove l’animale non è più semplice organismo vivente, ma diviene traghettatore di coscienze, che vengono elevate ad un livello più alto della dimensione terrena. Il fruitore si trova magicamente a vivere un altro tempo in un’assenza spaziale. Le ramificate corna dei cervi collegano il terreno al cielo e così l’animale diviene intermediario tra la dimensione terrena e quella spirituale.

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Il tema del passaggio e del mutamento è molto forte nelle opere di Grassino, che rivelano il punto di contatto dove materia e spirito si incontrano in un non luogo, che acquisisce un rimando di porta alchemica. L’artista diventa sciamano e guaritore dell’animo umano contemporaneo, troppo impegnato nella vita di tutti i giorni per potersi rendere conto di ciò che conta davvero, eppure nonostante la velocità delle azioni e gli impegni incessanti una sensazione ignota tormenta quest’anima. Fermarsi vuol dire ammettere la sconfitta e l’esistenza di quell’assenza che non può essere colmata. Oggi l’essere umano vive un horror vacui riempito di gesti e cose da fare; si è intrappolati volontariamente in un eterno presente per non pensare ne al passato ne al futuro, per non prestare attenzione a quel vuoto, che attanaglia la vita che altrimenti diverrebbe reale. Ammirando i capolavori di questo artista finalmente il visitatore è in grado di fermarsi e di non avere più paura di quel vuoto. Sono opere che insegnano a convivere con il dolore di quell’assenza costante, che tende a nascondersi ma in realtà è presente. Questo è il pregio più significativo di quest’opera. Cura e ricuce le ferite provocate dal tempo e dallo spazio. E non è dopotutto proprio questo il compito dell’arte? Curare ciò che tormenta l’anima dell’essere umano?

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ArtFutura, il festival delle visioni digitalmente futuristiche

<<State tecnicamente cercando di risolvere qualcosa, e state sculturalmente tentando di risolvere qualcosa e poi state concettualmente cercando di risolvere qualcosa. Questo succede più spesso che no, tutti gli artisti stanno inventando, stanno capendo come risolvere.>> cit. Chico MacMutrie

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ArtFutura-Creature Digitali, ExDogana, Roma, 2017

Andare al di là del visibile, cercando di guardare oltre l’orizzonte limitante dell’oggi. Un tempo era questo il compito affidato ai veggenti e agli indovini, per vincere l’ansia derivata dalla paura dell’incerto e dell’imperscrutabile. Oggi il ruolo di queste figure antiche non è appassito, ma si è invece traslato nella più odierna immagine dell’artista, che grazie alla sua sensibilità e al suo andare al di là degli schemi imposti dalla società, riesce a visualizzare realtà altre, che lo conducono ad entrare in altri universi e a scoprire nuove dimensioni. In particolare sono quegli artisti affascinati ed orientati all’utilizzo delle nuove tecnologie a detenere ora questa funzione, in quanto essi vivendo più intensamente l’immersione nel tempo presente si avvicinano ad uno stato di preveggenza più esatto e veritiero, immaginando sogni e realtà future inimmaginabili. Squarciando il telo che separa l’oggi dal domani, i pionieri dell’invisibile immettono nella realtà una parte di quelle visioni che vivono al di là dello squarcio e nella mostra Artfutura mostrano al visitatore negli spazi dell’Ex Dogana di Roma una parte di quel futuro che potrebbe presto divenire realtà.

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L’occhio del visitatore si perde da subito nello strano spazio, opera dell’artista-fisico Paul Friedlander, dove la luce gioca con se stessa ricorrendosi tra gli specchi che riflettono le intriganti radiazioni luminose. Tra spirali di luci viola, e sfere che ruotando vorticosamente cambiando colore, che ricordano vagamente gli esperimenti del pazzoide Dottor Frankenstein di Shelly, Spinning Cosmos è l’opera che apre il percorso della mostra Artfutura; essa accoglie il fruitore in questo nuovo universo, dove la sensazione è quella di trovarsi all’interno di una navicella spaziale proiettata verso mondi sconosciuti. La dialettica tra esterno ed interno è resa in maniera spettacolare e vistosa. Superata la soglia della navicella il viaggio astrale continua, e figure geometriche si rendono visibili susseguendosi in una particolare progressione, che le moltiplica all’infinito. Si tratta dell’opera Morphogenis di Can Buyukberber. Una mappa che crea ambienti virtuali tramite la modica e la duplicazione di cerchi, quadrati e rettangoli. Più avanti un’altra opera dello stesso artista, General Tissues, permette al fruitore di poter manipolare una sorta di agglomerato metallico in sospensione su uno schermo, plasmandolo a proprio piacimento solo tramite un semplice click sullo smarthphone. Un’opera interattiva e creativa, che evidenzia bene la possibilità di far vivere un oggetto attraverso il semplice uso dei nuovi media digitali. Ancora presente nella mostra un’ultima opera di Buyukberder Celestial Collision, anche questa opera interattiva che rimodella l’universo attraverso il movimento del fruitore che di fronte a una telecamera con un gesto riesce a plasmare l’universo racchiuso all’interno dello schermo. Nella sala centrale dello spazio espositivo si viene catturati dall’improvvisa scoperta di Organic Anches, nata dall’incontro del collettivo Amorphic Robot Works e dell’artista Chico MacMurtrie. Sculture gonfiali bianche si contorcono nelle loro stesse strutture modificando la loro forma in precisi momenti della giornata. Lo scheletro prende vita e diviene organismo vivo. Così come il nero materiale contenuto nelle vasche di Sachiko Komada, che alzandosi e abbassandosi simula il respiro di una creatura amorfa. La luce disegna riflessi di luce che animano ancor di più la già perturbante sostanza nera. La serie prende il nome di Protrude Flow e all’interno di ogni vasca giace il metallo ferrofluido. Questo presenta particolari proprietà magnetiche e tramite queste può essere controllato e plasmato. Sculture in movimento, delineano un nuovo modo di fare scultura in combinazione con un tipo di ricerca che entra in contatto con ambiti più scientifici del sapere come la fisica e la chimica. Continuando il percorso si incontrano le animazioni di Esteban Diacono, che fanno riferimento alle paure e alle fobie della società contemporanea. Uncunny è visione e allo stesso tempo esorcismo di ciò che angoscia la psiche umana. Corpi che si deformano e oggetti che si animano in un esposizione che fa quasi sorridere. Nell’ultima stanza infine un enorme schermo diventa schermo cinematografico in cui vengono proiettati vari corti, i cui temi affrontano ovviamente le difficoltà connesse alla convivenza tra società e nuove tecnologie. Intorno alla schermo sfilano invece una serie di piccoli display in cui sono esibiti i risultati positivi di questa convivenza che vede la tecnologia perfettamente integrata nel tessuto sociale.

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Tecnologia, progresso e scienza si uniscono al mondo dell’arte e dell’estetica per ricercare nuovi campi di azione. Il loro incontro dà vita a situazioni e contesti fuori dall’ordinario, o forse proprio perché ormai si è così tanto a contatto con una realtà che è sempre più artificiale che queste opere innescano nel fruitore una sorta di emozione perturbante; egli vive una familiarità conturbante ed estraniante allo stesso tempo e questa sensazione lo porta non solo a stupirsi, ma anche a interrogarsi su ciò che lo circonda e sul proprio modo di vivere. Mostra rivelatrice, svela le carte del presente e quelle messe in serbo dal futuro. Si delinea così il volto di un futuro immateriale, nel quale anche l’arte, facendosi specchio di una realtà intangibile e schiva, diverrà arte per il vuoto, un’arte tesa alla trasparenza e alla leggerezza dell’immagine virtuale, dove gli schermi saranno finestre di verità malleabili. Un mondo volto all’assenza vissuta come presenza fisica segnando il ribaltamento delle due condizioni e la nascita consequenziale del nuovo paradosso. Artfutura si fa strumento di indagine del domani e proprio per questo dovrebbe cercare di estendere al meglio il suo vero potenziale, strutturando con più cura l’organizzazione dietro a un evento di tale portata.

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Alfredo Pirri, l’equilibrismo di un funambolo

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“Sono interessato a tutto ciò che si muove nell’interstizio delle cose e quindi alle relazioni tra gli elementi. Credo che l’arte e l’architettura siano fatte di queste relazioni.” cit. Alfredo Pirri

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Alfredo Pirri, mostra “I mostri non portano fucili”, Macro Testaccio, Roma, 2017

Tutti da bambini rimangono affascinati dall’immagine dell’equilibrista, ne osservano la figura slanciata, che con delicatezza e decisione cammina sotto quel tendone di luci e con maestria rapisce gli occhi ipnotizzandoli. L’attrazione per la leggerezza e la fragilità sono due costanti che rimangono anche quando si diventa adulti. Ed è proprio quando si cresce che le illusioni e i sogni si mescolano con i dubbi e le incertezze. Il nuovo stato mentale permette di considerare l’eventualità dell’esistenza di ulteriori prospettive, magari proprio quelle ingenuamente trascurate, e l’avvento di nuovi orizzonti. E sono le opere di Alfredo Pirri che conducono il fruitore alla scoperta di nuove frontiere soltanto lontanamente immaginate. Nella mostra “I mostri non portano fucili” ospitata negli spazi allestitivi del Macro Testaccio a Roma Pirri conduce attraverso un percorso quasi iniziatico il visitatore che si viene a trovare a contatto con un’altra percezione della quotidianità.

20170502_165732Entrando nello spazio lo spettatore inizia una sorta di percorso iniziatico, dove ogni opera viene nascosta allo sguardo da alcuni panelli. Solo entrando all’interno del ristretto spazio ad essa dedicato è possibile osservare l’opera. Questa divisione degli spazi va contro la tendenza attuale, proclamata dagli open space, di poter scorgere già con una solo occhiata l’insieme totale delle opere dell’artista. Il percorso diventa così più intimo e meno distaccato e il fruitore è in grado di immergersi meglio e con meno fatica all’interno dell’arte di Pirri. La concentrazione viene quindi da prima intrappolata dalle stampe fotografiche della serie Quello che avanza, realizzate con off-camera e perciò tendenti al colore blu, poi dalle forme della serie Verso N, che come montagne fuoriescono dai muri quasi esplodendo e rendendo visibile una linea rosso-arancio, un’orizzonte nuovo e perturbante. Proseguendo il visitatore viene costretto ad attraversare un pavimento di vetri rotti e scricchiolanti, che oltre che metafora perfetta della soglia che bisogna attraversare per raggiungere l’illuminazione, è anche allegoria dell’uomo odierno che si fa equilibrista vivendo la vita in bilico sui propri dubbi ed suoi propri interrogativi. Passi è sicuramente l’opera più conosciuta di Pirri. Nella sala successiva si trova invece la serie Le Squadre Plastiche, lavori che all’interno di una lastra di plastica concentrano luminose fluorescenze di colore, emanando un evanescenza variopinta. Nell’ultima sala si entra in un antro buio rischiarato solo da luci orizzontali, che creano uno spazio utopico. Si tratta dell’installazione Gas che già dal titolo segnala l’ingresso in una dimensione astratta costituita dalla parte immateriale della stessa materia.

20170502_170019.jpgL’arte di Pirri è una fusione tra architettura, politica ed estetica. Per l’artista la politica deve essere pubblica e non privata, la politica deve poter essere un momento di condivisione e non di esclusione. Questa concezione si rispecchia consapevolmente anche nel suo lavoro. L’arte non può essere neutrale. Essa svela spazi inattesi, e mette in relazione il visibile con ciò che non lo è. Ogni atto di svelamento è un atto decisionale votato ad un determinato scopo. La trasformazione così come la ricerca sono continue nel suo immaginario e nel suo lavoro. Leggerezza e forza si fondono in un tutt’uno creando un’arte minimalista e riflessiva in grado di dare rappresentazione anche al sublime che ogni giorno erompe dai problemi.

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Giuseppe Penone e il mondo naturale

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“Un albero è un essere che memorizza la sua forma e la sua forma è necessaria alla sua vita, quindi è una struttura scultorea perfetta, perché ha la necessità dell’esistenza.” cit. Giuseppe Penone

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Giuseppe Penone, mostra “Matrice”, Palazzo della civiltà italiana, Roma Eur, 2017

<<Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.>> Queste erano le parole di Shakespeare nella Tempesta per descrivere la corrispondenza tra il mondo del sogno, dell’illusione e quello della vita, del reale. Corrispondenza che ritroviamo anche nelle opere di Giuseppe Penone, dove tutto ciò che vediamo in realtà non è, ma piuttosto appare in determinate forme. Così nella mostra “Matrice”, eccezionalmente ospitata negli spazi del vecchio Palazzo della civiltà italiana a Roma (il cosiddetto Colosseo quadrato), lo spettatore può assistere e rimanere piacevolmente incantato dallo sposalizio tra quotidiano ed immaginazione.

Non appena si entra nella sala, si viene catapultati in un bosco incantato, dove ogni elemento sembra prendere vita propria. Lo sguardo si posa da prima su un mucchio di foglie che non sembrerebbero avere nulla di speciale, se non fosse per il fatto che quel mucchio di foglie diviene letto e calco per l’artista, che sopra di esso imprime la sua forma e con il soffio modella i vuoti all’interno del mucchio. “Soffio di foglie” si rende segno organico e vivo. L’uomo vive la perfetta armonia che si concretizza con la natura e con il tempo. Ciò è visibile anche in “Foglie di Pietra” dove bianchi blocchi di marmo dalle forme di capitelli vengono sollevati da rami intrecciati. La rianimazione di un ricordo lontano irrompe nella mente fruitore. Così come in “Spine d’acacia-Contatto” dove la mimetizzazione e allo stesso tempo la messa in mostra dell’impronta umana dell’artista attraverso l’articolazione di una complessa composizione di spine d’acacia riecheggia appunto l’essenza umana all’interno del disegno naturale. Con “Essere fiume” invece la presenza umana viene celata, e in questo modo anche sottolineata dietro la lavorazione, che porta alla riproduzione quasi perfetta delle pietre che giacciono sugli argini del fiume, e che in natura proprio da esso vengono plasmate. Le pietre assumono fattezze talmente realistiche che la materia marmorea di cui sono composte svanisce nella loro nuova natura di rocce. L’illusione che Penone perpetua nella sua opera ha un’incanto naturale, poiché egli riesce ad accostare elementi artificiali ad elementi naturali facendoli dialogare in un discorso armonico e spontaneo. Altro lavoro di grande impatto è “Ripetere il bosco” una foresta di tronchi dove il fruitore si smarrisce guardando le alte cime che lo sovrastano. Sogno o realtà la linea è sempre più sottile. Alla fine del percorso si trova “Matrice”, opera che dà il titolo alla mostra. Un albero cavo si distende orizzontalmente per l’intera sala e al suo interno giace una piccola scultura in bronzo, copia di una parte del tronco, che diviene cuore pulsante dell’organismo disteso.

Natura e artificialità, spontaneità e artificiosità si fondono in maniera unica nell’arte di Penone, un’ artista che sa guardare le radici senza perdersi in esse, che sa apprezzare e far amare ciò che di più scontato l’essere umano si concede di ignorare. Queste opere si fanno specchi nei quali lo spettatore può intravedere il riflesso di un modo di vivere più semplice e più intimo con il mondo, un tipo di esistenza che ha perso in nome di un mondo artificiale, dove l’incongruenza è regina incontrastata. Con queste opere viene a completarsi così la simbiosi tra natura ed essere umano ed anche l’anima persa dell’uomo si riconcilia con la natura primordiale e primigenia del mondo chiudendo finalmente il cerchio e l’equilibrio restaurato può di nuovo adempire il suo compito.

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Adrian Paci e Centro di Permanenza temporanea

“Il mio lavoro si colloca spesso in uno spazio intermedio, in un momento di transizione su una soglia.” cit Adrian Paci

Tornare a casa navigando per mille mari contro ogni perizia, questo era il sogno e il desiderio di Ulisse, come anche il sogno di tanti altri che andati lontano vorrebbero tornare a ciò che sentono come la loro casa primigenia. Questo è anche il desiderio di Adrian Paci, artista visivo nativo dell’Albania e residente ora in Italia, dopo il suo trasferimento avvenuto nel 1997, per fuggire all’anarchia e agli scontri violenti che si succedevano proprio in quegli anni nel suo paese d’origine. Nelle sue opere ospitate in parte nella mostra Time is Out of Joint presso la Gnam di Roma si riscontra la ricerca utopica e in un certo senso disperata del ritorno verso quella casa così tanto anelata dall’artista e in particolare il video “Centro di Permanenza temporanea” diventa una vetrina illustrativa di quel sentimento di smarrimento e impotenza.

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Adrian Paci, “Centro di Permanenza temporanea”, mostra “Time is Out of Joint”, Gnam, Roma, 2017

“Centro di Permanenza temporanea” è un video presentato per la prima volta nel 2007 nel quale, Paci cantastorie visivo, racconta la storia attuale di un gruppo di migrati, che aspettano su una pista di atterraggio un aereo destinato a  non arrivare mai. Ammucchiati sulla scaletta di un aereo in mezzo alla pista, aspettano un presunto Godot, come in Beckett. I loro corpi non saranno traghettati in un posto migliore, e per ogni interminabile secondo che passa la già tenue speranza si affievolisce. Ma il gruppo continua ad aspettare, incapace di fare altro. Il futuro si unisce al presente e insieme formano un presente continuo, imperturbabile nel quale non possono avvenire cambiamenti. Nessuno si muove e accanto a loro il mondo scorre e gli aerei scorrono veloci sulla pista.

008Le speranze riposte nel sogno vengono facilmente infrante da un destino amaro. Tutti i passeggeri sulla piattaforma non assumeranno mai questo ruolo di persone di passaggio, ma diverranno persone-statue costrette nella loro attesa. L’impotenza si fa scomoda prigione e l’immobilità governa la loro esistenza. Anime penitenti aspettano nel grigio limbo dal quale non usciranno mai.  L’attesa è vissuta con rassegnazione e i volti esprimono l’evidente frustrazione per una situazione che nemmeno loro sanno quando potrà sbloccarsi. L’immateriale attesa viene tratteggiata in una forma tangibile e visibile, così come le emozioni che accompagnano gli sfortunati viaggiatori. Paci ci dà la descrizione precisa di cosa sia l’attesa attraverso le immagini visive, e la forza che queste riescono a sprigionare è sublime. Lavoro unico, ancora oggi riesce a sconvolgere gli animi, e lo spettatore che si ritrova per caso davanti a questo, non può far altro che riflettere e pensare da una parte al dramma attuale che si consuma ogni giorno nelle acque del Mediterraneo, dall’altra ai propri drammi personali, a quel desiderio di poter arrivare dovunque, ma di essere allo stesso tempo bloccati da catene più forti del desiderio stesso, catene che non permettono di raggiungere gli obiettivi e i desideri che si vorrebbero veder realizzati.

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Yayoi Kusama, l’invasione delle zucche

“Ho anche avuto giorni bui e sfortunati, ma li ho superati con il potere dell’arte.” cit. Yayoi Kasuma

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Yayoi Kusama, “All the Eternal Love I Have for the Pumpkins”, mostra “LOVE”, Chiostro del Bramante, Roma, 2017

Immergersi in un mondo altro, respirare un’ aria diversa rarefatta eppure così reale. Questo è ciò che si prova immergendosi nella surreale installazione di Yayoi Kusama “All the Eternal Love I Have for the Pumpkins” ospitata presso la mostra Love nei suggestivi spazi del Chiostro del Bramante a Roma. Un’altra realtà si cela dietro la maschera del vivere quotidiano e aprendo la bianca porta della piccola stanza ci si trova catapultati in uno spazio popolato da ortaggi, che si moltiplicano in una parossistica invasione infinita.

20170208_115210.jpgIl fruitore viene immerso in un campo fertile e lussureggiante ed il suo sguardo si perde in una distesa infinità di zucche, che dal loro interno irradiano una surreale luce arancio-giallastra. Torce tutelari illuminano e rischiarano il buio assoluto del nuovo spazio e mostrano plateali l’esistenza di nuove dimensioni. Nel campo sterminato si ritrova pace e silenzio, avvolti in uno spazio mistico, solo in un secondo momento si riesce a percepire il rumore sconvolgente, che viene dalla coesistenza forzata delle proliferanti zucche. Queste si moltiplicano senza sosta e da tutte le parti emettendo una vibrazione perenne e costante. E’ una vera e propria invasione. Il vuoto non deve e non può esistere. Perfino il fruitore raddoppia e moltiplica la sua esistenza negli specchi facendosi elemento dell’opera e al contempo elemento creatore di spazio. La fusione tra le forme e lo spettatore all’interno dello spazio è perfetta e calibrata. La relazione che si crea tra questi è esclusiva.

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Le zucche rivelandosi e sottolineandosi nel lavoro di Yayoi rendono possibile il loro ridimensionamento nella mente dell’artista, che sfrutta l’arte come medicinale per superare la sua avversione per queste, che durante i difficili tempi della guerra le venivano imposte come unico alimento per nutrirsi e sostentarsi. L’eccessivo consumo però delle innocenti zucche non è passato senza lasciare conseguenze, difatti l’elevato numero assuntone ne ha provocato il ragionevole disgusto dell’artista. Per quanto l’esperienza possa essere risultata spiacevole ed essersi dimostrata esasperante a un certo punto, a differenza di tanti altri che tenterebbero di occultare un esperienza traumatica, lei invece non sceglie di relegare un ricordo odioso in un angolo remoto dei suoi pensieri per non prenderne più visione, ma anzi tenta di liberarsene in questo caso facendo fuoriuscire dalla sua mente quelle forme tanto odiate e mettendole in risalto in un tentativo di esorcismo perentorio. Ogni cosa ed esperienza che la traumatizza e la ossessiona va a creare tutta la sua arte, che acquisisce valenze demiurgiche capaci di disinfettare e curare le ferite dell’artista, ombre che porta con sé da una vita intera. Yayoi è un esempio di artista dalla quale tutti dovrebbero prendere ispirazione, forte più di quanto lei stessa non creda, è riuscita a creare negli anni dei capolavori unici e a saper prendere delle scelte difficili, che non solo l’hanno condotta lontano e resa famosa, ma anche che le hanno permesso di riscoprire sé stessa e di lasciare una traccia tangibile del suo spettacolare operato, che ci rende consapevoli della possibilità intrinseca della guarigione e del fatto che a volte a partire da un gorgo oscuro di dolore e sofferenza possa nascere qualcosa di veramente unico e bello.

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