Chiharu Shiota e il legame indissolubile

“Posso vedere le persone attraverso questi oggetti. Posso riconoscere chi sono o chi fossero attraverso gli oggetti che hanno usato o dei libri che hanno letto. Le persone si muovono, viaggiano, cambiano, ma lasciano qualcosa su tutto ciò che toccano ed impiegano: vestiti, scarpe, mobili, case, anche dopo che sono andati via.” Chiharu Shiota

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Chiharu Shiota, mostra “Follow the line”, 2015, Istituto di Cultura Giapponese, Roma

I legami sono il frutto raro dell’incontro e della conoscenza. Come tali devono essere trattati con molta cura e attenzione, il rischio è quello di consumarli e logorarli tanto da arrivare lentamente a spezzarli e quindi inevitabilmente a distruggerli. Nel nostro tempo così frenetico e dinamico troppe volte le persone dimenticano quanto i propri legami siano delicati e vulnerabili. Sono entità fragili, che necessitano di volontà, costanza e impegno per renderli forti e preziosi come cristalli. Quando si rompono la salvezza è solo nell’adattamento alle rapide variazioni e modifiche che possono intercorrere in tali rapporti. Il bisogno di avere legami è indispensabile all’essere umano ed è grazie a questo bisogno così forte che riesce a intuire il valore inestimabile di tali rapporti. La vita si riempie di memorie e di storie che vengono custodite e condivise anche quando il legame si spezza. Ed è proprio il ricordo che diventa medicina per la riparazione e la riconciliazione attraverso lo strumento del dialogo.

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Per evitare di fare errori, insegnandoci a tornare a vedere oltre la nostra dimensione frenetica è la mostra Follow the Line che ha luogo negli spazi dell’Istituto di Cultura Giapponese di Roma. Il nome dell’artista è Chiharu Shiota che con il suo immaginifico pensiero crea opere uniche dotate di una folgorante carica emotiva, facilmente percepibile dal pubblico che assorto viene avvolto da questo mondo incantevole, fatto di fili e connessioni che si intrecciano animatamente tra loro. Il filo, metafora dell’unione, riesce a far incontrare realtà ed esistenze diverse che recano ognuna storie diverse. L’impatto emotivo percepito dallo spettatore è dato proprio dalla sua empatia con l’opera. Egli percepisce quasi inconsapevolmente quel sentimento emanato dalla trama dei fili e dagli oggetti nascosti nel loro interno. Così troviamo scarpette di bambina, specchi, e spazzole e altri oggetti che racchiusi all’interno di cubi e parallelepipedi formati da fili neri, sprigionano tutta la loro energia. Nella vasta sala c’è anche una casa rossa fatta interamente di fili che nasce e irradia la propria materia partendo da un pilastro, struttura portante dell’edificio. Anche qui l’oggetto è una cosa comune che rappresenta il basamento della vita che si conduce all’interno dell’Istituto, che ogni anno apre le sue porte a tanti studenti e studiosi che cercano di avvicinarsi alla cultura della terra del Sol levante.

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Nella religione animista gli oggetti non animati sono dotati in contrapposizione alla loro comune definizione di un’anima. L’oggetto diventa essere vivente animandosi e dalla morte passa alla vita. Da bambini tutti hanno desiderato almeno una volta che il proprio giocattolo preferito prendesse vita. E’ una credenza che ci arriva da lontano. La mente razionale non può concepire una cosa simile, ma nel lavoro di Chiharu gli oggetti proprio come nella religione animista, possiedono un’anima ed esprimono emozioni. Sono frazioni di vita di persone sconosciute che si incontrano, superstiti e sopravvissuti tra il vasto mare di oggetti abbandonati e ritrovati. Raccontano le storie dei loro padroni che usandoli li hanno segnati e permeati della loro esistenza. Sono storie diverse, di esistenze diverse che nel fantasmagorico reticolo si mescolano dando corpo ad un mondo alternativo, dove domina l’unione e non la scissione e per questo non esiste la frattura, ma solo l’insieme. L’unicità e la particolarità sono date solo dalle singole personalità degli oggetti acquisite dai loro possessori. La divisione è concepita solo con lo scopo di dare forma alla globalità e viene risolta nella condivisione e nella comprensione.

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La nostalgia del passato lascia spazio alla speranza del presente. Un presente pieno di memorie, ma che reagisce proprio ricordando e omaggiando quel tempo andato. Più il ricordo è vivo più la speranza aumenta. La speranza di avere la possibilità di vivere ancora esperienze  che si trasformeranno in ricordi belli o brutti. Dal connubio tra vecchie e nuove relazioni, e passato e presente nasce la speranza. L’animo dello spettatore è travolto da quest’onda di armonia e fede. Ma non è una fede scaturita dall’ambiente bensì dallo stesso spettatore. Sono le sue emozioni ad essere sacre. Egli immergendosi in questo mondo, prova emozioni che lo portano ad uno stato di trascendenza, durante la quale capisce cos’è veramente importante, e riflette serenamente sul senso dei propri legami e della propria vita. E’ qui che prende corpo la riflessione, ed è sicuramente questa una delle capacità più significative e straordinarie di questo lavoro, concedere il dono della consapevolezza unito a quello della speranza.

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Cristiano Pintaldi e lo schermo riflesso

“La televisione è per me fonte di ispirazione primaria. Sono sempre stato attratto dall’idea di utilizzare la televisione come elemento che testimoni un’epoca, una generazione. La televisione è realtà doppia, materiale e virtuale, ed ha assunto oggi una importanza totale.” Cristiano Pintaldi

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Cristiano Pintaldi, mostra “Dalla luce alla materia”, 2015, Macro Testaccio, Roma

La scomposizione è un processo che molto spesso spaventa. Dividere e frazionare sono parole astiose, che non piacciono, poiché sono collegate ad idee quali: smantellare, finire ed eliminare. La distruzione tramite la divisione è una cosa che terrorizza. Ma nel suo lato più catastrofico, più buio si nasconde la divina potenzialità creatrice. In fin dei conti la nostra realtà è forgiata grazie agli atomi, la più piccola unità che costituisce la materia e questi a loro volta sono costituiti da unità ancora più piccole, i protoni e gli elettroni. Tutto nasce dall’aggregazione di unità base. Analizzare il processo di scomposizione, andare a ritroso non dovrebbe spaventarci, ma aprirci nuove porte sulle infinite possibilità di combinazione, unione e creazione.

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Strizza l’occhio a questo processo di scomposizione l’artista Cristiano Pintaldi, che attraverso i suoi lavori nella mostra “Dalla luce alla materia” negli stabilimenti del Macro di Roma, ci offre una visuale alquanto insolita. Entrando nella sala troviamo immagini prese dalla nostra realtà che per la loro perfezione sembrano gigantografie fotografiche. Avvicinandoci alle opere ci accorgiamo di una certa sfumatura che non può essere né data né ammessa dalla fotografia (in quanto essa registra solo il dato reale di fronte all’obiettivo) . Andando sempre più vicino si nota facilmente che l’immagine è costruita tramite dei punti di colore. Sono pixel artigianali che tramite la tipica colorazione RGB (Red, Green, Blue) del mondo computerizzato, realizzano immagini di varie formati.

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Il pixel (contrazione di picture element), che normalmente è l’unità strutturale che compone una comune immagine digitale, diventa in questi lavori unità compositiva dalla quale prende forma l’immagine pittorica. Si riscopre così l’importanza della base, del principio strutturale che genera e assembla insieme le unità per dare forma all’informe, come già avevano fatto i divisionisti e i puntinisti già a metà del ‘800. Interessante è il fatto che Pintaldi utilizzi proprio l’elemento del pixel, emblema del progresso tecnologico odierno  come basamento e pilastro portante per le sue composizioni.  La realtà naturale vista dall’occhio umano si trasforma in realtà virtuale attraverso la sua costruzione artificiale che mira a una trasformazione macchinicistica della realtà.

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L’attenzione per la tecnologia e la comunicazione acquistano un ruolo decisivo per l’ispirazione dell’artista che ci mostra il potere di queste realtà sulla nostra mente e sul nostro subconscio.  Riconosciamo nei suoi lavori immagini familiari che ricorrono nella nostra mente come un déja vu. Sono immagini legate al mondo contemporaneo e alla nostra attualità. Ci sono volti di personaggi famosi attori, politici, religiosi; eventi di cronaca come l’attacco alle torri gemelle nel 2001; paurosi disastri climatici come uragani e tempeste; aerei che solcano incessantemente i cieli lasciando dietro una compatta scia; monumenti e luoghi di interesse culturale colpiti da saettati e temerari fulmini e ancora immagini tratte dall’immaginario filmico o passate alla storia come il logo dell’antenna della RKO pictures.

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E’ una realtà fittizia, irreale, ovattata anche se le immagini proposte appartengono al mondo reale. Questa dicotomia tra finzione e verità crea due mondi paralleli, due specchi speculari nei quali è possibile perdersi. Gli occhi vagano confusi cercando la verità nella nebulosa virtualità, come negli schermi retro-illuminati delle televisioni e dei computer. Il fruitore vive l’attesa dell’emersione delle figure fluttuanti, che galleggiano nello spazio del dipinto. Il tempo si ferma e si cristallizza. L’immagine si materializza in un’ aria rarefatta, dove le figure emerse cercano e reclamano il contatto con lo spettatore, che riesce a percepire la contraddittorietà nella loro rivelazione. La profondità spiccata e il senso illusorio di un falso 3D rendono facile l’immersione totale dello spettatore nelle opere. Le contraddizioni, la familiarità e la virtualità rendono notevole, intrigante e innovativa la visione espressa da Pintaldi.

Alberto Di Fabio e l’infinita preghiera

“Il mio lavoro può sembrare ripetitivo, ma è come una preghiera che, recitata all’infinito, rilassa; fa avvicinare agli atomi fino ad essere in sincronia con il movimento della danza cosmica.”  Alberto Di Fabio

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Alberto Di Fabio, mostra CosmicaMente, 2015, Macro Testaccio, Roma

L’infinito, l’ignoto e l’indefinito hanno sempre affascinato l’essere umano fin dalla sua comparsa sulla terra, e ancora oggi continuano magneticamente ad attrarlo. E’ un’attrazione magica, un sortilegio che l’infinito lancia all’uomo che diventa cavaliere alla continua e perenne ricerca di questo suo eterno amore. Impresa impossibile, l’eroe riesce solo ad avvicinarsi ma non ad abbracciare totalmente il suo santo Graal. Immaginare difatti l’infinito non è cosa facile, poiché esso per sua natura non può essere limitato, quindi non può essere pensato dalle menti che provano ad imprigionarlo nella loro limitatezza. D’altro canto l’ingresso nel mondo metafisico, dove si procede oltre la realtà oggettiva, non è un ingresso così facilmente praticabile a causa delle limitazioni della mente umana. Nonostante queste premesse il costante interesse e una sorta di febbrile ossessione per questo universo possono portare una persona particolarmente sensibile ad approdare al punto di partenza per capire in piccola parte questo grande mistero. L’artista si fa scopritore, rivelatore e mediatore della realtà  metafisica. Questo ruolo viene svolto egregiamente da Alberto Di Fabio che ci porta alla scoperta di quel mondo estraneo e misterioso, iniziandoci al mondo invisibile.

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Alberto Di Fabio

L’invisibile si rende visibile tramite la mano dell’artista che dipingendo svela i misteri del mondo naturale. Nei suoi dipinti ritroviamo le immagini di galassie costellate dall’immensità di stelle e pianeti che le formano;   i neuroni e le sinapsi, connessioni che modellano la mente umana;  gli atomi, gli elettroni e i  neutroni che plasmano la materia e creano ogni cosa intorno a noi.  Sono immagini astratte-figurative che non sono mai rappresentazioni naturalistiche della natura, ma sono sempre percezione di essa.  Le immagini sono filtrate dalla realtà  interiore dell’artista che tramite la mediazione dei sensi fa emergere il suo più intimo cosmo, racchiuso dentro di sé. Ecco perché non si può parlare di lavori figurativi. Non vogliono rappresentare, ma vogliono esprimere qualcosa di più celato di ciò che può apparire ad occhi distratti.

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Alberto Di Fabio, Spazio Luce n°2, 2010

Il microcosmo entra in contatto con il macrocosmo. L’Io dell’artista, l’incessante movimento dell’anima, urta impercettibilmente la verità della realtà esterna, l’ambiente circostante. La sottile linea che  divide i due si assottiglia sempre di più, e per un momento sparisce rendendo possibile l’abbraccio tra queste due verità. E’ un momento intenso, commovente. Dalla lieta riunione deriva lo straordinario potere che esercitano questi lavori di Di Fabio, che sfocia in un profondo senso di serenità. Serenità che riesce a ricreare un universo unico, intimo, familiare, pieno di calma e mistero che porta chi lo guarda a desiderare di poter raggiungere quel luogo, luogo troppo distante e poco ospitale per poterlo solo visitare, eppure percepiamo un forte senso si pace trasparire da questo abisso, e il desiderio aumenta.  Divenuto incontenibile, la nostra anima in tumulto, tenta realmente di avvicinarsi a quell’incanto cercando di elevarsi, per poter anche solo sfiorare per un misero istante quel mondo unico e ricco di serenità

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Alberto Di Fabio, Neurone Rosa, 2009

La forza energetica che fuoriesce traboccante da questi lavori concede allo spettatore di vivere per breve tempo un incomprensibile esperienza spirituale. Ci accorgiamo che l’artista crea volontariamente una sorta di mondo della trascendenza.  Il nostro pensiero razionale si ferma e ammutolisce.Un silenzio surreale invade ogni spazio e diviene santuario nel quale osiamo esprimere i nostri più reconditi desideri. Tutto può accadere in questo mondo trascendente e così preghiamo. Scandiamo una costante e incessante preghiera nel sublime assoluto. Lo spirito individuale si eleva e inizia a tendere a quell’assoluto che tanto anela. Ci abbandoniamo in questo tempo atemporale all’infinito e fluttuiamo estasiati nei cosmi e negli universi, oceani di speranze e desideri. E’ una preghiera cosmica, senza fine, che riecheggia nel vasto abisso, espandendosi come una macchia d’olio. L’espansione e il continuum fanno sì che l’energia emanata dalla preghiera possa tornare indietro, e un’onda tiepida ed errante ci assale, rendendoci felici partecipi della spensierata danza cosmica.

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Alberto Di Fabio, Realtà Parallele, 2012

Laboratorio eterno, l’utopia e il sogno

 

“Ho scoperto (come migliaia di pittori prima di me) che è il fenomeno stesso dell’occhio che è costantemente sfidato da una piccola differenza nella corsa, un piccolo passaggio dal blu al rosso, dal chiaro allo scuro, che significa che è possibile continuare a trovare un’immagine nuova e stimolante “. Nina Sten-Knudsen

Percepire è un atto estremamente delicato. Tutto dipende da questo quotidiano gesto nelle nostre vite. Percepire in un dato modo, piuttosto che in un altro la realtà può portare a un cambiamento nell’angolo di campo della nostra visione, quindi a un modo differente di  vedere in prospettiva. Vedere in maniera diversa ci permette di pensare e di  vivere in maniera totalmente differente la nostra realtà. E’ tutto questione di percezione,  anche e soprattutto nell’arte. Per giocare al gioco della percezione è bene fare visita al museo Hendrik Christian Andersen, dove cinque artiste nord-europee: Marianne Gronnow, Anita Viola Nielsen, Siri Kollandsrud, Jane Maria Petersen e Elizabeth Westerlund; attraverso la mostra “Laboratorio Eterno” ci consentono di capire cos’è la percezione attraverso vibranti e ricche visioni che ci fanno immergere in un mondo, che è  fusione tra due pensieri e due culture: la nostra, quella italiana e in particolare quella romana e la loro, quella dei paesi del nord Europa e in particolare quella della loro casa, la Danimarca.

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Mostra “Laboratorio Eterno”, Museo Christian Andersen, Roma, 2015

Utopia, sogni e fiabe si legano intrecciando un legame inestricabile. L’atmosfera è ricca, fiabesca, onirica e permeata di un piacevole senso d’intimità mischiato a un senso di nostalgia. Si percepisce uno strano e invadente calore. All’ingresso del primo piano del palazzo il nostro sguardo è subito attirato da alcuni tavolini neri sui quali sono poggiati delicatamente vari coni di diverse misure e colori, che ricordano vagamente una di quelle magiche e misteriose foreste che si trovano all’interno dei libri per l’infanzia. Sono coni creati con plastica trasparente colorata, leggeri ed immobili i loro colori vibrano tra di loro al contatto con la luce, poiché lo stesso materiale dal quale prendono forma  li rende traslucidi e luminosi. Una paesaggio contemporaneo, che attrae ma allo stesso tempo respinge con le sue forme aguzze, quello di Marianne Gronnow, che tenta di coniugare l’incanto con il disincanto e l’utopia con la distopia facendo dello spettatore critico consapevole dei propri desideri utopici.

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Marianne Gronnow, Laboratorio eterno, 2015

Il tema del paesaggio è ripreso anche da Anita Viola Nielsen, che dipinge affascinanti vedute di una Roma a volte segreta, che solo nella sua solitudine può essere contemplata e ammirata. Le ambientazioni dei quadri sono infatti prive di esseri  viventi. E’ solo percepibile  lo sguardo inquieto dell’artista in azione che viene scorto solo prestando molta attenzione. Sono spazi vuoti, deserti,  simili a quelli che creava De Chirico. Ma anche se non  praticabili da esseri umani diventano facile luogo di ritrovo per i sentimenti dell’artista. Il paesaggio incontra le emozioni e i ricordi che fanno di esso la loro nuova dimora. Si innesca così un’accattivante simbiosi che riesce ad attrarre lo sguardo dello spettatore che si perde in queste isole di solitudine e reminiscenze.

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Anita Viola Nielsen, Villa Borghese illuminante, 2015

Nella stanza attigua si ode un rumore d’acqua, sono onde che si infrangono e per qualche attimo sembra che prendano vera consistenza attraverso l’opera di Siri Kollandsrud, che riproducendo molteplici volte il motivo degli spruzzi d’acqua volti a sorreggere le gambe di un fortunato satiro, rende possibile la felice sinestesia tra il suono e il ricordo dell’opera di Andersen che fu scultore prolifico e appassionato visionario. Sempre nello stesso ambiente ritroviamo tre acqueforti, una delicata tenda e una bizzarra installazione. Le acqueforti e la tenda riprendono parole che evocano ed invocano il ricordo della vita di Andersen e delle suggestioni avute dalla città romana, così come le chiare parole sulle bandiere  sparse per tutto il museo, che declamano messaggi quasi sottovoce riesumando i ricordi.

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Siri Kollandsrud, Step fall or fly, 2015

Tre vecchi telefoni in ceramica su un tavolinetto bianco, dei disegni caricature di Anderson e del compagno, grandi e piccoli collage pieni di immagini di telefoni sono le opere di Jane Maria Petersen che dimorano nell’altra ala del palazzo. Sono opere estremamente ironiche, che portano lo spettatore a una riflessione più profonda rispetto alla sua quotidianità in rapporto all’attualità in cui vive. A volte l’impressione è quella di vedere lavori realizzati da bambini specialmente nelle caricature e nei collage, ma in realtà è volontà dell’artista quella di usare il gioco e lo scarabocchio, tipici dei bambini, come espressione per arrivare alla comunicazione di concetti più complessi ed a uno stato di riflessione indotta nello spettatore. Ed è questa la vera abilità di Petersen collegare la nostra realtà alla storia facendoci riflettere sul concetto di comunicazione.

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Jane Maria Petersen, 2015

I collage all’ingresso della sala sono i lavori di Elizabeth Westerlund che ricordano dei delicati acquerelli astratti, ma che in realtà sono dei sofisticati e intelligenti collage resi attraverso piccole immagini di gambe, braccia, colonne e altri elementi architettonici, che si combinano in modo molto ordinato e sapiente tra di loro, lasciando armonici spazi vuoti nel loro intreccio perfetto. E’ l’ordine combinato con la fantasia che regna in questa visione di Westerlund che con ironia, crea un forte gioco di contrasti e tensioni nei suoi fogli che regalano l’impressione sorprendente di essere schemi precisi di complicati labirinti del pensiero razionale. Sono enigma e soluzione allo stesso tempo e rappresentano la felice simbiosi tra l’uomo e l’oggetto.

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Elizabeth Westerlund, Building Body, 2015

Utopia, sogno e piacevole senso d’intimità questo è ciò rende originale il lavoro di queste cinque artiste che tentano attraverso i loro lavori di rendere possibile il sogno e la speranza di Andersen, nella costruzione di una città mondiale, cosmopolita, punto di riferimento per le arti e la cultura. E’ questo che l’esposizione propone, un piccolo passo verso quella meravigliosa utopia, attraverso l’incontro con un’altra realtà lontano dalla nostra. E quale posto migliore se non Roma per essere elevata ad emblema di quella città mondiale che tanto desiderava Andersen. La città eterna. L’eternità alla quale tutti aspirano, vissuta anch’essa come utopia suprema. Dietro questo pensiero si nasconde il desiderio di creare e sperimentare all’infinito, ed è questo l’input che dà il via a tutto, è l’archè da cui scaturisce l’idea e il nome della mostra. E’ l’idea di infinito, di eternità mescolata con tutte le varie suggestioni di ogni singola personalità artistica che rende unico e indimenticabile questo progetto.

 

 

 

Three Romans, dialoghi aperti

“Credo sia fondamentale per l’artista, per il suo lavoro, scambiare il più possibile visioni, idee, fantasie. Senza scambio non ci sarebbe nessuna creazione, nessuna produzione”.  Emiliano Maggi

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Mostra “Three Romans”, Galleria Locarn O’ Neill, 2015

Incontrarsi e crescere. E’ questo che ci spiegano le opere di Emiliano Maggi, Gianni Politi e Marco Palmieri nella mostra Three Romans presso gli spazi della Galleria Lorcan O’ Neill. Tra statue dalle sembianze inquietanti, quadri di mille spessori e tele dalle delicate fattezze ci si immerge in un mondo fatto di dialogo e contrapposizioni tra opere che in apparenza non sembrano avere alcun legame, ma che in realtà sono incatenate dalla forza attrattiva della conoscenza. Se si fa attenzione infatti si può ben percepire un’animata conversazione tra i lavori che dialogano ognuno con il suo linguaggio, ognuno con il suo modo unico di essere e si mettono a confronto mettendosi a nudo nella loro reale essenza.

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Emiliano Maggi, Ghostdancer n°1, 2015

Le opere di Maggi parlano di un mondo fantastico, governato da leggi magiche e abitato da strane figure spettrali, presenze inquietanti ma al tempo stesso magnetiche, che emanano un logorante sentimento di nostalgia. Nostalgia che si rispecchia nell’aria aleatoria ed evanescente di questi personaggi. Maggi tenta di dar corpo al ricordo delle persone che hanno fatto parte del suo passato. Così scopriamo che queste figure così enigmatiche ed ambivalenti non sono altro che l’incarnazione incorporea di familiari e amici di Maggi. Persone dei ricordi che egli ritrova e fa riemergere sulla tela per prendere parte alla festa del loro breve rendez vous. Sospesi in un tempo atemporale, dove festeggiano la loro uscita dalla gabbia della memoria e dal tempo reale, essi continuano ad avere un aspetto volutamente precario e immateriale. Rimangono intangibili ed evanescenti consapevoli che il loro incontro e la loro festa è destinata a finire e loro a svanire nuovamente nella loro prigione, ma il loro passaggio rimane cristallizzato dalla mano di Maggi che per non dimenticare li ferma prendendo nota del felice evento.

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Gli strati sovrapposti delle tele di Politi parlano invece di viaggi di esperienze e di incontri. La sovrapposizione diventa metafora concreta sulle grandi superfici che si tingono di varie tinte. Momento sopra momento, le emozioni giocano a nascondino tra loro nell’intricata trama dei materiali. Si viene a celebrare la felice unione tra nuovo e vecchio, pensieri odierni e ricordi che si ritrovano, legandosi indissolubilmente. Passato e presente sono ora la stessa cosa, e possono così riaffiorare le tracce di ciò che è stato, delle storie e degli eventi passati che acquistano nuovi e sorprendenti significati attraverso la loro stessa attenta analisi che permette a queste storie di tornare alla luce e di rinascere dalle ceneri della dimenticanza, attraverso l’occhio scrutatore ed insaziabile del visitatore che avido di storie si perde in questi lavori.

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Gianni Politi, Totenmaske des Tutanchamun, 2015

Le opere di Palmieri parlano, al contrario di quelle di Politi, una lingua essenziale, concisa, tramite una linea morbida e sinuosa che dà forma a delicati ritratti fluttuanti. La linea nera definita e i colori piatti e uniformi sono le uniche cose a dare peso a questi visi. Il vuoto, le attese si contrappongono a un segno forte ma gentile, il cui passaggio è deciso ma non prepotente, e la cui innegabile presenza dà consistenza alle fragili immagini di questo universo. Le composizioni e i volti sono leggeri come i ricordi. Ed è il ricordo del persistente amore per Matisse che Palmieri provava fin dalla tenera età, che perseguita dolcemente il suo segno e che l’artista decide di celebrare in queste tele, facendo aleggiare questa magica presenza che lo conduce come il filo di Arianna attraverso una comprensione maggiore della sua passione per il suo idolo e per la sua pittura.

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Marco Palmieri, 2015

I ricordi sono l’inesauribile fonte creatrice per l’ispirazione di questi tre artisti che fanno riemergere mondi lontani, plasmandoli secondo il loro pensiero attuale. Gli artisti vivono sulla loro pelle quella strana e incalzante nostalgia che li porta ad essere turisti della storia. Le opere si tramutano in ricche casseforti che accolgono e custodiscono i diversi passati degli artisti. I ricordi riemersi si presentano si incontrano instaurando il dialogo e creando un legame. Ed è tramite la riscoperta e la metamorfosi che i tre ci offrono nuove e innovative suggestioni che invadono la nostra immaginazione portando la nostra mente in condizione di percepire alternative realtà di esistenza.