“Right Here, Right Now” e il mondo tecnologico

“Le tecnologie digitali hanno effetto su tutte le nostre vite. Con i dati aperti, l’internet delle cose e costanti nuovi sviluppi digitali, proprio qui proprio ora, si chiede se le nostre percezioni e le interazioni stanno cambiando, al punto in cui siamo ora, diventando tutti noi ‘sistemi pensatori’.” Lucy Dusgate

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Mostra “Right Here, Right Now”, Lowry Gallery, Manchester, 2016

Quanto influisce la tecnologia sulla nostra vita? E quanto siamo dipendenti-inermi di fronte ad essa? Abbiamo reale coscienza di ciò che realmente implica nelle nostre esistenze? Queste sono solo alcune delle domande dalle quali nasce “Right Here, Right Now” mostra presentata alla Lowry Gallery di Manchester. La mostra attraverso l’operato di 16 artisti internazionali svela e scopre alcuni dei meccanismi nascosti, dietro i circuiti del mondo tecnologico in relazione alla nostra realtà umana e al nostro vissuto quotidiano, innescando nello spettatore una dinamica e profonda riflessione sulla tecnologia, come indispensabile protesi artificiale del nostro essere e come ambiente ancora sconosciuto di un attuale mondo distopico, che può assumere aspetti alquanto inquietanti.

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Daniel Rozin, Darwiniana Straw Mirrow

Nella mostra particolare interesse viene suscitato dall’opera “Darwiniana Straw Mirrow” dell’artista Daniel Rozin, installazione cinetica con la quale si viene a creare un ambiente dinamico, nel quale lo spettatore interagendo con uno schermo e con una webcam ben nascosta, può prendere realmente parte all’opera dell’artista. Il fruitore diventa opera egli stesso, la sua forma viene scomposta e ricostruita sullo schermo tramite linee spezzate, che ricreano la figurata smaterializzandola. Si porta alla luce, sullo schermo, ciò che nella realtà quotidiana non si riesce a vedere, il nostro doppio irreale, la nostra ombra virtuale, il nostro alter-ego. L’immersione nell’ambiente virtuale ci trasforma in esseri virtuali, dotati di un’ innata leggerezza e di aspetto evanescente. Le forme realizzano spettri sconosciuti di un mondo inconsapevole. Questi nostri compagni invisibili sono così ammalianti che li si potrebbe contemplare per ore giocando con essi il gioco dell’imitazione, scoprire chi è reale e chi no attraverso le nostre stesse movenze. La particolarità dell’installazione sta proprio nel suo svelare cosa c’è al di là della percezione che abbiamo sia della nostra corporeità sia dell’ambiente circostante, sempre pieno di megadati e numeri, portati dal consumo eccessivo della tecnologia. Come un’ infausta profezia quest’opera, come quella dello studio Fuse “Snow Fall”, apre la mente all’idea di un mondo dove il nostro gemello virtuale sostituirà la nostra realtà fisica. C’è da chiedersi se già ora quello specchio non mostri ciò che già è,  ma che viene nascosto in un universo  in continuo movimento.

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Studio Fuse, Snow Fall

Altra opera molto poetica è quella di Stephanie Rothenberg “Planthropy” che dà vita a un’ installazione solidale che si permette di chiudere ed aprire le porte usurate della nostra coscienza morale. L’impianto si avvale di alcune mini serre che appese al soffitto, rimangono sospese a mezz’aria nella sala, creando una sorta di atipico giardino pensile. Le piante vengono innaffiate nel momento in cui il fruitore compie una donazione in denaro tramite Twitter. Più donazioni si fanno, più la pianta cresce. Il fruitore-donatore può finalmente vedere concretizzata la metafora visiva della sua generosità. Il donatore non dà peso al suo distacco economico, in quanto non lo visualizza concretamente essendo un passaggio su dispositivi digitali (passaggio immateriale), ma comprende quanto il suo gesto sia indispensabile per la vita di altri esseri viventi. La riflessione è particolarmente pungente. Si riscopre la gioia e la soddisfazione di aiutare il prossimo insieme all’urgente necessità di agire per il bene, che troppo spesso viene messo in secondo piano dalla crudele pesantezza del nostro incalzante bisogno materialistico.

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Stephanie Rothenberg, Planthropy

Altro perturbante lavoro è quello prodotto da Eva e Franco Mattes che con la loro opera “Emily’s Video” riportano a galla il lato oscuro della rete, facendo guardare e reinterpretare ad alcuni  volontari  “il peggior video di sempre” preso dal Darknet, appunto il lato oscuro del net. Le reazioni delle persone che visionano il video sono documentate dal prodotto finale che come un sismografo registra l’evento distruttivo. In questo caso l’evento porta con se i residui delle onde provenienti da quel luogo angusto e oscuro che è il Darknet.  Il video fatto visionare è infatti distrutto dagli artisti che come prova del richiamo e dell’influsso permeante dell’abisso conservano solo i video di seconda generazione che vengono uniti in un unico video trasmesso su uno schermo che agli occhi del fruitore mostrerà un frammento di quell’agghiacciante abisso. Il Darknet può quindi reincarnarsi nel corpo di sempre nuovi ospiti e come un parassita vive a lungo consumandoli e crescendo.  C’è sicuramente un lato oscuro nella tecnologia, ma questo lato è solo uno degli aspetti che essa porta con sé. Thomson e Craidhead ci mostrano proprio questo nel loro lavoro “Corruption”dove un virus informatico, che nella comune accezione del termine è un qualcosa da evitare, può diventare a uno sguardo più vicino oggetto di sofisticata bellezza. L’analisi delle sue forme messe sotto la lente di ingrandimento fa perdere l’attenzione su ciò che esso realmente rappresenta, il suo essere distruttore. Ma guardando le immagini nelle quali è impresso lo si rivaluta almeno nella sua forma estetica. Esistono solo meraviglia e stupore.

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Eva e Franco Mattes, Emily’s Video

La virtualità oggi vive a stretto contatto con la nostra corporeità e il nostro ambiente. Le possibilità si moltiplicano a dismisura e si perdono nell’orizzonte che come un miraggio promette e illude. Da una parte si riesce a vedere l’invisibile ma questo rimane sempre inconsistente, inafferrabile come il fumo dall’altra l’incontro tra arte e virtualità inventa una nuova ed unica dialettica, una strana e innovativa simbiosi dove l’adattamento delle due realtà permette la nascita di mondi di incantata bellezza, che stimolano la profonda riflessione sul mondo contemporaneo, portando il fruitore alla consapevolezza della sua condizione nel mondo trasformato e votato al progresso. Si perde la distinzione tra reale e irreale e gli occhi vedono ciò che secondo loro esiste in quanto guardabile. L’adattamento è l’unica via per sopravvivere a un mondo tecnologico che cambia aspetto giorno per giorno.