Kentridge, racconto di una storia dimenticata

“Cercando il senso della storia a partire dai suoi frammenti, troviamo un trionfo in una sconfitta e una sconfitta in un trionfo.” cit. William Kentridge

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William Kentridge, mostra “Triumphs and Laments”, Macro Nizza, Roma, 2016

Viaggiare è sicuramente una di quelle esperienze uniche che ci permettono di conoscere, arricchendoci sempre più. Allontanarci e vedere culture diverse apre le nostre prospettive, amplia i nostri orizzonti e ci rende liberi. Non sempre però ci si deve allontanare troppo per riuscire ad afferrare l’anelata e sfuggente libertà. Da bambini impariamo a stupirci di ogni cosa nuova, la curiosità è la nostra fedele compagna di giochi e con lei ci divertiamo a dare attributi particolari ed eclettici a  quelle piccole cose che costituiscono il nostro mondo e che prendono magicamente vita ai nostri occhi, tutto ciò restando tra le consuete mura della nostra cameretta. In questa ci ritroviamo affascinati e ipnotizzati da tutto ciò che ora vediamo e che prima non riuscivamo a vedere, un nuovo spazio da esplorare e nel quale vivere grandi avventure. Essere in grado di riuscire a vedere altri mondi all’interno del proprio spazio non è cosa da tutti, ma Kentridge riesce in questo gioco di visioni e ci regala il risultato di quel suo perenne sognare nella mostra al Macro Nizza di Roma.

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Schizzi e bozze si alternano sui muri e nelle teche. I disegni si susseguono con un ordine preciso e costruiscono la loro storia in questa temporalità. E’ la storia di Roma che viene recuperata e manipolata in modo da riesumare tappe fondamentali del suo essere “conosciuta”, ma dimenticate allo stesso tempo. Storia che rinasce a nuova vita e dall’oscurità risale i gradini dell’oblio nel quale amiamo destinarla. E così ci ritroviamo davanti Anita Ekberg e Marcello Mastroianni dalla Dolce Vita di Fellini che sono immersi nella vasca di una doccia, anziché nella Fontana di Trevi; il simbolo di Roma, la lupa che allatta due vasi invece che i gemellini leggendari fondatori della città; la statua della vittoria che ostenta tra le mani una tavolozza e un pennello; Mussolini che marcia sul cavallo della morte; ecc. Sono punti cristallizzati quelli che si susseguono senza requie. Episodi intrappolati nell’imperturbabile storia che senza guardare indietro continua la sua corsa in avanti, lasciando dietro di sé chi non è riuscito ad avere il suo stesso passo. L’impetuoso e inarrestabile desiderio di rivalsa sul tempo padrone e tiranno è ciò che chiedono i protagonisti di questa nuova marcia, la volontà di tornare in vita e di resuscitare nelle menti e nei cuori degli spettatori, portando alla luce le glorie e gli orrori nascosti dietro l’evidente segno del successo.

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Potere: per ottenerlo monarchi, imperatori e dittatori sono stati  quasi sempre disposti a tutto. Le loro mani e le loro anime si sono macchiate indelebilmente e perdutamente di crimini disumani e di violenze ineffabili. Tutto per poter provare l’inebriante ebbrezza data dal dettare un ordine. Solitamente la nascita e l’ascesa di una città implicano in sé lotte con vittorie e cadute. La battaglia indetta dalla brama inesauribile del potere porta l’uomo ad una vera e propria ossessione per la vittoria. Gloria e fallimento sono intimamente legate da un destino comune. La storia conduce il condottiero di fronte a un bivio, o si vince o si perde, ma nonostante tutto qualcuno è destinato a cadere e per vincere si dovrà essere disposti a sacrificare preziosi molto significativi. Storia crudele non concede requie ai giorni sereni e Kentridge nella sua opera si confronta con questa storia spietata assassina, pronta anche lei a tutto pur di esistere e di ostentare visibilmente la sua presenza costante. La storia non è niente senza vivi e morti, senza vincitori e vinti. “Memento mori” è questo che ci ricorda immancabilmente, mostrandosi nelle sue multiformi manifestazioni. Così l’artista riprende molti degli episodi oscuri della storia di Roma e li porta alla luce, non solo per denunciare la ferocia nella scalata alla volta del successo, ma anche per riconsegnarli alla storia, facendoli riemergere dall’oblio nel quale erano stati gettati. Insieme al loro ricordo può così riemergere anche la consapevolezza delle azioni svolte e delle decisioni prese nello spirito del popolo contemporaneo che può così diventare organo di giudizio più oggettivo.

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I progetti di Kentridge si fanno documentazione essenziale e fonte inesorabile di nuovi spunti riflessivi per tutti coloro interessati a una cronologia alternativa sulla linea del tempo della storia. Una storia che è stata capace nei secoli di costruire una città emblema assoluto di potenza, splendore e cultura, una città capace di sopravvivere anche al tempo e ai suoi continui attacchi, una città in grado di ruggire e di lottare nonostante ogni nemico e ogni minaccia. Oggi Roma è la città eterna e la sua storia resta indelebile, scolpita nei suoi monumenti e nelle sue vie. Ma se le glorie vengono ricordate le sconfitte e tutto ciò che non si addice ad un’immagine perfetta di città e al suo splendore vengono volutamente rimosse e dimenticate. Per questo l’opera di Kentridge è un’opera di una spiazzante sorpresa e ideale semplicità. L’opera stessa diviene un monumento al ricordo non solo delle glorie, ma anche delle rovinose cadute, di tutto ciò che di negativo è stato fatto per la città e per esaltarne il suo nome e i suoi onori. Essa si trasmuta in faro che ci guida all’insegna della conoscenza e della consapevolezza. Ciò che nei progetti è stato rappresentato non potrà mai più essere cancellato e la traccia rimarrà nonostante il tempo, ricordando perentoriamente che non sempre la grandezza ottenuta vale il male fatto per ottenerla.

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William Kentridge, convivio notturno.

“Dimenticare è naturale, ricordare è lo sforzo che uno fa.” William Kentridge

Magia, illusione, meraviglia, sogno, nostalgia. Sono solo alcuni dei pensieri che si alternano nella nostra mente assistendo alla brillante performance “Triumphs and Laments” di William Kentridge che appare magicamente sulle rive del biondo Tevere. Artista di calibro internazionale, Kentdridge decide così di onorare e celebrare l’eterna Roma con la sua arte.  Il 21 aprile 2016 si fa tassello nella storia di Roma, non solo in quanto anniversario della  ricorrenza dei suoi natali, ma anche come giornata in cui ha visto la luce un’opera unica, che resasi visibile per qualche ora ha rischiarato la tiepida notte romana e si è poi lentamente spenta, ritirandosi nel suo ambiente naturale. Emozionante e ammaliante, i nostri occhi vengono rapiti dalla festosa sfilata che appare in tutto il suo incanto.

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William kentridge, performance “Triumphs and Laments”, Lungotevere Roma, 2016

Ombre che sfilano fiere e festose lungo gli argini di un Tevere notturno, presenze spettrali ma amichevoli che danzano e marciano ripercorrendo i giorni, i mesi, gli anni e i secoli. Si apre il libro della storia e le sue pagine scorrono riportando a galla vittorie e sconfitte di battaglie che hanno segnato la crescita di Roma. Le ombre si stagliano sopra i muri, che intrisi già di storia quotidiana, grazie a Kentridge possono mostrare il loro vero Io attraverso murales che segnano le tappe fondamentali della storia di Roma, diventando tracce tangibili delle varie storie. La leggerezza e la vitalità delle ombre si confrontano con la fisicità e la staticità del murales. Nasce un richiamo tra i due medium, un intreccio di finzione e verità, che tramite l’illusione fa scaturire la luce di una verità lasciata nel buio. E’ la rivelazione che si manifesta  dall’incatesimo del gioco delle ombre. Ed è questa la sua risoluzione. Le apparizioni hanno lo scopo di far riemergere e allo stesso tempo di scrivere ulteriormente la storia tramite l’evento stesso della loro presenza concreta nel momento presente. Si elogia e si celebra la monumentalità della città che nella sua essenza è storia.

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Il gioco del negativo su positivo è portato alle massime conseguenze con questa performance che può ricordare i primi vagiti del cinema delle attrazioni del neonato campo cinematografico alla fine del XIX secolo; come l’invenzione della lanterna magica con la quale era possibile proiettare immagini sul muro, attraverso una scatola al cui interno la luce della fiamma viva di una candela veniva filtrata attraverso un foro e una lente, dando forma alle immagini. William riprende e fa riferimento anche ad altre invenzioni del cinema delle origini per i suoi lavori come il fenachitoscopio,  lo zootropio, il prassinoscopio e il kinetoscopio. Oggetti antichi e dimenticati che portano con sé l’ingenua gioia di una visione semplice, visione che regala meraviglia e stupore,  lasciando libera la fantasia e l’immaginazione di giocare su confini infiniti. Le radici che riscontriamo sono quindi molto profonde e radicate. L’idea di antico non è più limitazione ma possibilità, alternativa ad un mondo digitalizzato e nuovo dove la voglia di stupire sembra essere sparita dall’angolo di visione. Nonostante ciò il gioco delle ombre, da cui tutto prende forma e consistenza, non è deceduto con il pre-cinema,  ma anzi esso riprende vita e splendore sotto nuove spoglie nel mondo tecnologico. L’artista deve trasformarsi in mago, illusionista ed imbonitore per riuscire a rapire l’anima e le emozioni dello spettatore. La spettacolarizzazione si prefigge di assumere quindi questo arduo compito. Ed è per questo che veniamo rapiti del fascino del gioco delle ombre di Kentridge.

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L’incontro delle due parate d’ombre, diventa momento di ritrovo e di unione. I percorsi lineari seguiti dai due cortei si trasformano in un unico percorso circolare, creando un rocambolesco girotondo. E’ l’attimo clou, il secondo in cui la scintilla della vita può far accadere tutto, anche far incontrare diverse culture e riappacificarle. Il qui ed ora diviene attimo di conoscenza e condivisione. La memoria rivive le sue storie che assumono una folgorante concretezza. I ricordi sono vividi, non morti, riescono ancora a suggestionare e toccare le nostre anime.  Ma la processione di ombre è destinata a concludersi, a svanire lasciando come traccia solo la vaga impressione che rimane allo spettatore dopo la sua conclusione. Il pieno e il vuoto corrono mutevoli nelle nostre  teste, che si sforzano di ricordare ciò che è avvenuto, e che faticano a credere alla verità innegabile di ciò a cui abbiamo assistito. L’inganno intrinseco nell’illusione disorienta e si viene trascinati in questa nebulosa fatale che ci confonde e ci fa perdere nell’incanto del mondo della finzione. Entriamo in un labirinto ottico la cui solo uscita compare nel momento in cui i granelli di sabbia, che veloci scorrevano nella clessidra, cessano la loro corsa. L’azione scandisce la durata dell’apparizione. L’incontro termina, il momento cruciale finisce e di nuovo le figure si scindono tornando ognuna sulla loro strada.  Si torna verso casa, verso l’oscurità con una nuova esperienza, con un nuovo ricordo e con la consapevolezza che il tempo anche se sbiadisce i ricordi, non può cancellare gli avvenimenti avvenuti. Essi sono in grado di rivivere reincarnandosi e modificandosi, ma la loro essenza rimane invariata e immutabile nel percorso della storia.

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