William Kentridge, convivio notturno.

“Dimenticare è naturale, ricordare è lo sforzo che uno fa.” William Kentridge

Magia, illusione, meraviglia, sogno, nostalgia. Sono solo alcuni dei pensieri che si alternano nella nostra mente assistendo alla brillante performance “Triumphs and Laments” di William Kentridge che appare magicamente sulle rive del biondo Tevere. Artista di calibro internazionale, Kentdridge decide così di onorare e celebrare l’eterna Roma con la sua arte.  Il 21 aprile 2016 si fa tassello nella storia di Roma, non solo in quanto anniversario della  ricorrenza dei suoi natali, ma anche come giornata in cui ha visto la luce un’opera unica, che resasi visibile per qualche ora ha rischiarato la tiepida notte romana e si è poi lentamente spenta, ritirandosi nel suo ambiente naturale. Emozionante e ammaliante, i nostri occhi vengono rapiti dalla festosa sfilata che appare in tutto il suo incanto.

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William kentridge, performance “Triumphs and Laments”, Lungotevere Roma, 2016

Ombre che sfilano fiere e festose lungo gli argini di un Tevere notturno, presenze spettrali ma amichevoli che danzano e marciano ripercorrendo i giorni, i mesi, gli anni e i secoli. Si apre il libro della storia e le sue pagine scorrono riportando a galla vittorie e sconfitte di battaglie che hanno segnato la crescita di Roma. Le ombre si stagliano sopra i muri, che intrisi già di storia quotidiana, grazie a Kentridge possono mostrare il loro vero Io attraverso murales che segnano le tappe fondamentali della storia di Roma, diventando tracce tangibili delle varie storie. La leggerezza e la vitalità delle ombre si confrontano con la fisicità e la staticità del murales. Nasce un richiamo tra i due medium, un intreccio di finzione e verità, che tramite l’illusione fa scaturire la luce di una verità lasciata nel buio. E’ la rivelazione che si manifesta  dall’incatesimo del gioco delle ombre. Ed è questa la sua risoluzione. Le apparizioni hanno lo scopo di far riemergere e allo stesso tempo di scrivere ulteriormente la storia tramite l’evento stesso della loro presenza concreta nel momento presente. Si elogia e si celebra la monumentalità della città che nella sua essenza è storia.

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Il gioco del negativo su positivo è portato alle massime conseguenze con questa performance che può ricordare i primi vagiti del cinema delle attrazioni del neonato campo cinematografico alla fine del XIX secolo; come l’invenzione della lanterna magica con la quale era possibile proiettare immagini sul muro, attraverso una scatola al cui interno la luce della fiamma viva di una candela veniva filtrata attraverso un foro e una lente, dando forma alle immagini. William riprende e fa riferimento anche ad altre invenzioni del cinema delle origini per i suoi lavori come il fenachitoscopio,  lo zootropio, il prassinoscopio e il kinetoscopio. Oggetti antichi e dimenticati che portano con sé l’ingenua gioia di una visione semplice, visione che regala meraviglia e stupore,  lasciando libera la fantasia e l’immaginazione di giocare su confini infiniti. Le radici che riscontriamo sono quindi molto profonde e radicate. L’idea di antico non è più limitazione ma possibilità, alternativa ad un mondo digitalizzato e nuovo dove la voglia di stupire sembra essere sparita dall’angolo di visione. Nonostante ciò il gioco delle ombre, da cui tutto prende forma e consistenza, non è deceduto con il pre-cinema,  ma anzi esso riprende vita e splendore sotto nuove spoglie nel mondo tecnologico. L’artista deve trasformarsi in mago, illusionista ed imbonitore per riuscire a rapire l’anima e le emozioni dello spettatore. La spettacolarizzazione si prefigge di assumere quindi questo arduo compito. Ed è per questo che veniamo rapiti del fascino del gioco delle ombre di Kentridge.

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L’incontro delle due parate d’ombre, diventa momento di ritrovo e di unione. I percorsi lineari seguiti dai due cortei si trasformano in un unico percorso circolare, creando un rocambolesco girotondo. E’ l’attimo clou, il secondo in cui la scintilla della vita può far accadere tutto, anche far incontrare diverse culture e riappacificarle. Il qui ed ora diviene attimo di conoscenza e condivisione. La memoria rivive le sue storie che assumono una folgorante concretezza. I ricordi sono vividi, non morti, riescono ancora a suggestionare e toccare le nostre anime.  Ma la processione di ombre è destinata a concludersi, a svanire lasciando come traccia solo la vaga impressione che rimane allo spettatore dopo la sua conclusione. Il pieno e il vuoto corrono mutevoli nelle nostre  teste, che si sforzano di ricordare ciò che è avvenuto, e che faticano a credere alla verità innegabile di ciò a cui abbiamo assistito. L’inganno intrinseco nell’illusione disorienta e si viene trascinati in questa nebulosa fatale che ci confonde e ci fa perdere nell’incanto del mondo della finzione. Entriamo in un labirinto ottico la cui solo uscita compare nel momento in cui i granelli di sabbia, che veloci scorrevano nella clessidra, cessano la loro corsa. L’azione scandisce la durata dell’apparizione. L’incontro termina, il momento cruciale finisce e di nuovo le figure si scindono tornando ognuna sulla loro strada.  Si torna verso casa, verso l’oscurità con una nuova esperienza, con un nuovo ricordo e con la consapevolezza che il tempo anche se sbiadisce i ricordi, non può cancellare gli avvenimenti avvenuti. Essi sono in grado di rivivere reincarnandosi e modificandosi, ma la loro essenza rimane invariata e immutabile nel percorso della storia.

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