Laboratorio eterno, l’utopia e il sogno

 

“Ho scoperto (come migliaia di pittori prima di me) che è il fenomeno stesso dell’occhio che è costantemente sfidato da una piccola differenza nella corsa, un piccolo passaggio dal blu al rosso, dal chiaro allo scuro, che significa che è possibile continuare a trovare un’immagine nuova e stimolante “. Nina Sten-Knudsen

Percepire è un atto estremamente delicato. Tutto dipende da questo quotidiano gesto nelle nostre vite. Percepire in un dato modo, piuttosto che in un altro la realtà può portare a un cambiamento nell’angolo di campo della nostra visione, quindi a un modo differente di  vedere in prospettiva. Vedere in maniera diversa ci permette di pensare e di  vivere in maniera totalmente differente la nostra realtà. E’ tutto questione di percezione,  anche e soprattutto nell’arte. Per giocare al gioco della percezione è bene fare visita al museo Hendrik Christian Andersen, dove cinque artiste nord-europee: Marianne Gronnow, Anita Viola Nielsen, Siri Kollandsrud, Jane Maria Petersen e Elizabeth Westerlund; attraverso la mostra “Laboratorio Eterno” ci consentono di capire cos’è la percezione attraverso vibranti e ricche visioni che ci fanno immergere in un mondo, che è  fusione tra due pensieri e due culture: la nostra, quella italiana e in particolare quella romana e la loro, quella dei paesi del nord Europa e in particolare quella della loro casa, la Danimarca.

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Mostra “Laboratorio Eterno”, Museo Christian Andersen, Roma, 2015

Utopia, sogni e fiabe si legano intrecciando un legame inestricabile. L’atmosfera è ricca, fiabesca, onirica e permeata di un piacevole senso d’intimità mischiato a un senso di nostalgia. Si percepisce uno strano e invadente calore. All’ingresso del primo piano del palazzo il nostro sguardo è subito attirato da alcuni tavolini neri sui quali sono poggiati delicatamente vari coni di diverse misure e colori, che ricordano vagamente una di quelle magiche e misteriose foreste che si trovano all’interno dei libri per l’infanzia. Sono coni creati con plastica trasparente colorata, leggeri ed immobili i loro colori vibrano tra di loro al contatto con la luce, poiché lo stesso materiale dal quale prendono forma  li rende traslucidi e luminosi. Una paesaggio contemporaneo, che attrae ma allo stesso tempo respinge con le sue forme aguzze, quello di Marianne Gronnow, che tenta di coniugare l’incanto con il disincanto e l’utopia con la distopia facendo dello spettatore critico consapevole dei propri desideri utopici.

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Marianne Gronnow, Laboratorio eterno, 2015

Il tema del paesaggio è ripreso anche da Anita Viola Nielsen, che dipinge affascinanti vedute di una Roma a volte segreta, che solo nella sua solitudine può essere contemplata e ammirata. Le ambientazioni dei quadri sono infatti prive di esseri  viventi. E’ solo percepibile  lo sguardo inquieto dell’artista in azione che viene scorto solo prestando molta attenzione. Sono spazi vuoti, deserti,  simili a quelli che creava De Chirico. Ma anche se non  praticabili da esseri umani diventano facile luogo di ritrovo per i sentimenti dell’artista. Il paesaggio incontra le emozioni e i ricordi che fanno di esso la loro nuova dimora. Si innesca così un’accattivante simbiosi che riesce ad attrarre lo sguardo dello spettatore che si perde in queste isole di solitudine e reminiscenze.

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Anita Viola Nielsen, Villa Borghese illuminante, 2015

Nella stanza attigua si ode un rumore d’acqua, sono onde che si infrangono e per qualche attimo sembra che prendano vera consistenza attraverso l’opera di Siri Kollandsrud, che riproducendo molteplici volte il motivo degli spruzzi d’acqua volti a sorreggere le gambe di un fortunato satiro, rende possibile la felice sinestesia tra il suono e il ricordo dell’opera di Andersen che fu scultore prolifico e appassionato visionario. Sempre nello stesso ambiente ritroviamo tre acqueforti, una delicata tenda e una bizzarra installazione. Le acqueforti e la tenda riprendono parole che evocano ed invocano il ricordo della vita di Andersen e delle suggestioni avute dalla città romana, così come le chiare parole sulle bandiere  sparse per tutto il museo, che declamano messaggi quasi sottovoce riesumando i ricordi.

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Siri Kollandsrud, Step fall or fly, 2015

Tre vecchi telefoni in ceramica su un tavolinetto bianco, dei disegni caricature di Anderson e del compagno, grandi e piccoli collage pieni di immagini di telefoni sono le opere di Jane Maria Petersen che dimorano nell’altra ala del palazzo. Sono opere estremamente ironiche, che portano lo spettatore a una riflessione più profonda rispetto alla sua quotidianità in rapporto all’attualità in cui vive. A volte l’impressione è quella di vedere lavori realizzati da bambini specialmente nelle caricature e nei collage, ma in realtà è volontà dell’artista quella di usare il gioco e lo scarabocchio, tipici dei bambini, come espressione per arrivare alla comunicazione di concetti più complessi ed a uno stato di riflessione indotta nello spettatore. Ed è questa la vera abilità di Petersen collegare la nostra realtà alla storia facendoci riflettere sul concetto di comunicazione.

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Jane Maria Petersen, 2015

I collage all’ingresso della sala sono i lavori di Elizabeth Westerlund che ricordano dei delicati acquerelli astratti, ma che in realtà sono dei sofisticati e intelligenti collage resi attraverso piccole immagini di gambe, braccia, colonne e altri elementi architettonici, che si combinano in modo molto ordinato e sapiente tra di loro, lasciando armonici spazi vuoti nel loro intreccio perfetto. E’ l’ordine combinato con la fantasia che regna in questa visione di Westerlund che con ironia, crea un forte gioco di contrasti e tensioni nei suoi fogli che regalano l’impressione sorprendente di essere schemi precisi di complicati labirinti del pensiero razionale. Sono enigma e soluzione allo stesso tempo e rappresentano la felice simbiosi tra l’uomo e l’oggetto.

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Elizabeth Westerlund, Building Body, 2015

Utopia, sogno e piacevole senso d’intimità questo è ciò rende originale il lavoro di queste cinque artiste che tentano attraverso i loro lavori di rendere possibile il sogno e la speranza di Andersen, nella costruzione di una città mondiale, cosmopolita, punto di riferimento per le arti e la cultura. E’ questo che l’esposizione propone, un piccolo passo verso quella meravigliosa utopia, attraverso l’incontro con un’altra realtà lontano dalla nostra. E quale posto migliore se non Roma per essere elevata ad emblema di quella città mondiale che tanto desiderava Andersen. La città eterna. L’eternità alla quale tutti aspirano, vissuta anch’essa come utopia suprema. Dietro questo pensiero si nasconde il desiderio di creare e sperimentare all’infinito, ed è questo l’input che dà il via a tutto, è l’archè da cui scaturisce l’idea e il nome della mostra. E’ l’idea di infinito, di eternità mescolata con tutte le varie suggestioni di ogni singola personalità artistica che rende unico e indimenticabile questo progetto.