Andrea Frasser. L’1% c’est moi

“Per me, questo è il momento più importante nella performance. E’ quando io non ho più l’intenzione di essere l’esecuzione, e sto lì dicendo: “Eccomi. Questo è ciò che conta per me essere qui “. Diventa un momento, non direi redenzione esattamente, ma qualcosa al di là della terra bruciata.” cit. Andrea Frasser

Analizzare spesso è la chiave per conoscere realmente l’oggetto del nostro studio. Attraverso la ricerca e lo studio si può arrivare ad avere una piena coscienza di ciò che si sta prendendo in analisi. La possibile critica nasce dalla conoscenza che si ha sull’oggetto in questione, quindi l’analisi non è solo mezzo di scoperta, ma anche intelligente strumento di opinione. La sua facoltà di condurre in un percorso iniziatico di conoscenza permette la formazione di idee, che assumono il potenziale funzionale di opinione. Opinione che è ipotesi documentata, e che perciò può risultare maggiormente vera rispetto ad ipotesi non dimostrabili. La critica scaturisce quindi necessariamente dal confronto tra le ipotesi documentate, che attestano quel qualcosa che crea squilibrio nel sistema. In questo modo le falle vengono individuate repentinamente e su di esse può nascere la riflessione vera propria di un’artista come Andrea Frasser che nella mostra “Andrea Frasser. L’1% c’est moi”, presso il Macba di Barcellona, riesce a creare analogie e corrispondenze portando in evidenza i punti deboli di ogni sistema cristallizzato.

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Seguendo il percorso ci si rende conto della sua suddivisione in settori, ognuno dei quali analizza un diverso tema. C’è il settore “Musei” che si occupa della relazione imprescindibile tra il fruitore-spettatore e il luogo dedicato all’esposizione e delle dinamiche che possono svilupparsi tra questi. Il settore sulla “Globalizzazione”, che prende in questione gli effetti derivati dalla spasmodica crescita esponenziale di quest’ultima negli ultimi anni, una globalizzazione che mai sazia ingoia sempre più voracemente ogni cosa. Il settore “Un bello spettacolo vero?” che si sofferma sul tema del consumo culturale e dei suoi effetti. Poi si trova quello “Fantasie Buttate” dove si ricerca il nesso che collega gli investimenti emotivi nell’arte e i contesti sociali e politici nei quali si investe. Infine l’ala dedicata a “Il personale e il politico” che si concentra sulla duplice relazione dei rapporti intimi e su di quelli pubblici.

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Le opere quindi si alternano a seconda del settore di appartenenza. Tra quelle più significative troviamo “Monumento às Fantasias Descartadas”, monumento realizzato con i costumi usati durante la sfilata di carnevale di Rio de Janeiro e poi gettati al termine dell’evento. Con questo agglomerato di vestiti l’artista intende aprire la riflessione sul gesto del buttare, che è in realtà segno intriso di ulteriori implicazioni. Altra opera molto discussa è “Untitled” nella quale l’artista si mostra in tutta la sua intimità di donna, mentre è intenta nell’atto sessuale. Non si tratta semplicemente dell’azione, questa assume rilevanza solo se accostata all’idea di potere. Tra desiderio e potere si instaura un rapporto di dominanza, che subordina il primo al secondo. Chi desidera è potenzialmente controllabile perciò è un elemento a rischio e chi viene desiderato ha potere quindi domina ed è elemento pericoloso. E’ questa la dialettica che viene mostrata e che in un primo momento può non essere rintracciata, nascosta com’è nella sua apparenza. In un’altra videoperformance “Official Welcome” Frasser recita prima i panni dell’uomo indossando pantaloni e cravatta, per poi svestirsi e restare nuda reclamando il reale ruolo delle donne e denunciando il loro stato attuale che verte in una finta indipendenza e in una falsa accettazione da parte del maschio.

img_4092La domanda, evento scatenante dell’analisi è “Che cosa dobbiamo aspettarci dall’arte?”. La non facile risposta viene perentoriamente cercata nell’opera della Frasser, che ci sorprende costruendo un excursus di ciò che dovremmo e di ciò che non dovremmo aspettarci. Grazie alle teorie di Pierre Bourdieu inerenti i campi sociali Frasser può inoltrarsi nel campo della critica istituzionale per investigare i problemi interni al sistema dell’arte. Lo strumento che predilige nella sua indagine è il video, strumento in grado di registrare le varie performance dell’artista trasformando il loro DNA in quello di documenti-testimonianze. Con una spiritosa ironia e la singolare particolarità di ogni video performance Frasser dà luogo a dibattiti appassionati e fa emergere riflessioni taglienti sul mondo dell’arte che viene inquadrato nei suoi lati nascosti, ma allo stesso tempo reali. La sensibilità e la perspicacia divengono strumenti di ricerca essenziali, tramite i quali l’artista, come un medico, riesce ad individuare i sintomi di un malessere radicato nei meandri che costituiscono il sistema.

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La critica istituzionale che è l’indagine all’interno del sistema dell’arte, è lo studio preso in considerazione dalla Frasser per i suoi esperimenti-opere. Attraverso l’analisi e lo studio l’artista riesce a risalire le trappole imposte dal sistema dell’arte che implica in sé stesso enormi contraddizioni, creando nei suoi lavori piccole oasi di contestazione e di dibattito , che di solito vengono spesso giudicate aspramente proprio da coloro che operano all’interno del sistema preso in esame. La critica nasce sia come vera forma di giudizio sia come mezzo per sollecitare una rivoluzione del pensiero comune, che deve aprirsi alla realtà dei fatti in modo così da acquisire l’armatura contro le contraddittorietà proposte da questo complesso sistema. Frasser conduce un’indagine all’insegna della verità. Verità composta a volte da luci a volte da ombre. L’analisi viene incentrata sull’elaborazione delle varie sfumature che caratterizzano il sistema. L’attenzione si concentra poi su ciò che mostra contraddizioni, elementi pochi chiari e incomprensioni. La riflessione attiva che il fruitore deve dunque svolgere è proprio su questi elementi oscuri ed ambigui. Una mente attiva è così in grado di intravedere e di giudicare autonomamente i chiaroscuri e tutte le problematiche imposte nel sistema artistico ed è questa l’efficacia della Frasser, lei, evento inaspettato, dà le chiavi per poter comprendere e vivere serenamente questo mondo di finzione abbagliante.

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Colletion 31, questione di percezione

“In quali momenti si affillano i sensi?”
“Intendo associarlo a un fulmine. In breve: in un primo momento, qualcosa che attraversa il cervello. Non ha un colore, forma, funzione, qualsiasi cosa. E’ semplicemente un dato di un fatto, un germe, una stranezza.” cit. Cildo Meireles

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Che rapporto si instaura tra esperienza, tempo e conflitto? Sono argomenti che non possono toccarsi e per questo sono condannati ad essere rilegati in compartimenti stagni oppure può esserci una connessione tra essi? C’è un filo invisibile che lega questi tre fattori e permette loro una convivenza inconsueta, ma allo stesso tempo magica. L’esperienza, che presuppone per la sua formazione un passaggio di tempo non indifferente, tramuta sé stessa in conflitto. Il processo è molto facile da intuire. Il tempo svolgendo la sua funzione intrinseca dà forma all’esperienza, questa a sua volta in un secondo tempo, attraverso la riflessione diviene madre del conflitto. Nella mostra “Colletion 31” al Macba di Barcellona ritroviamo il filo indissolubile, che instaura questo particolare rapporto e possiamo vedere da vicino come molti artisti siano stati ispirati da questi temi e abbiano saputo riproporre la magia segreta, che scaturisce dalla loro vicinanza.

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L’attenzione viene immediatamente rapita dall’opera “Condesor Cube” di Hans Haacke, un cubo in mezzo alla sala, nel quale gocce d’acqua scorrono cambiando forma a seconda della temperatura rilevata dal termometro, che a sua volta si modifica quando il fruitore si avvicina all’oggetto. Il visitatore diviene fattore elementare, che solo con la sua presenza, è in grado di permutare il sistema di base. Percorrendo la sala si nota un enorme tunnel in legno, che assomiglia a un tronco d’albero sradicato. Si tratta dell’istallazione “Entrevendo” di Cildo Meireles. Per trarne il senso si deve entrare nell’opera. E’ buio e un rumore fastidioso invade l’orecchio. Nonostante la via senza uscita si tende a camminare verso la fine del tunnel, ma un potente getto di aria calda è guardiano invisibile del tunnel e non fa avanzare. Nelle indicazioni dell’artista per vivere l’esperienza artistica correttamente bisognerebbe entrare nel tunnel con un cubetto di ghiaccio in bocca, in modo da poter vivere un’esperienza sensoriale multipla. Tutti i sensi vengono coinvolti. Fondamentale è infatti il dato sensoriale per gli artisti che muovono i loro passi in questa ricerca, poiché la sensorialità dà forma tridimensionale e concreta all’esperienza.

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Più avanti si trovano delle fotografie che presentano i passaggi di alcune performance degli artisti Jordi Benito, Fina Miralles, Francesc Abad, Esther Ferrer and Àngels Ribé. Le fotografie di Benito mostrano i passaggi della trasformazione di una cartina di sigaretta, che viene colpita da un soffio d’aria . Resistendo essa cambia il suo aspetto per qualche secondo e poi ritorna alla sua forma originale. In un’altra foto l’artista mostra il processo che lentamente porta un cubetto di ghiaccio, attraverso il contatto con il calore delle mani, a trasformarsi in acqua. Fina Miralles invece ci mostra la trasmutazione della donna in albero ricordandoci il mito di Apollo e Dafne. Le fotografie documentano i passaggi della trasformazione dall’umano al vegetale. Angel Ribé invece riesce a cristallizzare con il suo obiettivo la forza e la matericità delle onde del mare che si frantumano sul bagnosciuga, mettendo tra l’acqua e la terra un vetro trasparente che blocca le onde. Il movimento viene spezzato, la forma si divide e la forza è interrotta. In un altro lavoro la lastra di vetro diviene trappola per fermare gocce di pioggia, che sono obbligate a scorrere sulla sua superficie prima di toccare terra, mentre in un’altra foto ancora la lastra viene sostituita da una composizione di fili legati a due alberi che intervengono sull’aria, spostando il percorso abituale del vento tra gli alberi. Gli artisti giocano con il tempo e con i suoi effetti. E’ evidente come agendo su un fattore reale si possa ottenere un risultato sorprendente capace di modificare il naturale scoccare dei minuti e dei secondi attraverso trasformazioni che hanno qualcosa di alchemico nel loro essere.

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Il conflitto viene discusso nell’opera dell’artista Krzysztof Wodiczko “If you see something…” nella quale ci si trova davanti a quattro finestre, nelle quali sono proiettate sagome di uomini e donne che raccontano la loro triste storia. Il tema dell’immigrazione è il collante che lega le varie esperienze. Ogni personaggio si lamenta e si dispera animatamente dello stato in cui è stato gettato dalla società, dalla sua persistente diffidenza e dalla pericolosa sensazione costante di xenofobia, che impadronendosi delle persone le tramuta in mostri. I personaggi sono sopraffatti, schiacciati dal peso di continue umiliazioni e frustrati dal loro mondo. Tutto ciò li fa scomparire rendendoli ombre inconsistenti, in un mondo dove la materia è crudele così come i suoi abitanti. Una sofferenza senza fine è palpabile nei loro racconti. Il sospetto alimenta il timore e l’astio e questo porta a gesti di violenza. Il conflitto nasce da questa paura: la paura dell’altro. Diversamente viene trattato il conflitto come idea di limite e di violenza, così nascono i lavori di Allan Sekula, Angel Rilbes, León Ferrari, Alice Creischer, Carlos Garaicoa, Marcel Broodthaers, Étienne Chambaud, Pere Noguera, Harun Farocki e Alice Creischer. Ci si trova di fronte a mappe e fotografie che sottolineano l’ambiguità dell’idea di confine, concreto nella sua accezione convenzionale di delimitatore fisico di campi ed aree e aleatoria nella sua accezione più generica di confine comportamentale, che determina la linea di demarcazione tra un comportamento pacifico e uno aggressivo.

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Facendo attenzione l’osservatore può scorgere il filo trasparente che fin dall’inizio è riuscito a tenere uniti questi tre mondi paralleli. La percezione si dichiara elemento chiave. Guida soggettiva ed emozionale, essa è fluida e malleabile. In ogni momento modifica i suoi contorni per rendersi disponibile alla comprensione totale dell’opera d’arte. Percezione attiva, mutaforma professionale, opera nei campi di esperienza, tempo e conflitto in maniera così sottile da divenire invisibile alla mente razionale. Essa gestisce la funzione di alterare il nostro approccio all’opera stessa. A seconda di ciò che percepiamo, abbiamo un’ esperienza un’unica con l’opera in ogni istante. Con un percorso alternativo la mostra svela il prodotto e fattore che interviene nella riuscita emozionale della potenziale opera d’arte, che si pone come obiettivo il completo coinvolgimento del fruitore. Grazie all’aspetto inatteso del cortocircuito tra esperienza, tempo e conflitto che innesca la sorprendente dialettica tra questi e come una macchina a raggi x, riesce a rendere visibile lo scheletro che costituisce la struttura dell’intero sistema in questione, compreso quello in cui è immersa la particolare relazione fruitore-opera, si può comprendere a pieno i meccanismi, i dibattiti e i dialoghi nati dall’accostamento di temi così diversi eppure così simili tra loro ed è proprio questa la forza della “Collection 31”.

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PUNK.Its traces in contemporary art, la corsa sfrenata

“We’re the flowers in the dustbin, we’re the poison in your human machine, we’re the future, your future” cit. Sex Pistols

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mostra “Punk. Its traces in contemporary art”, Macba, Barcellona, 2016

Trasgressione, distruzione, dissacrazione. Questi sono solo alcuni dei valori venerati dalla cultura punk degli anni ’70. In quegli anni a Londra e New York si viveva in un periodo nero: la disoccupazione dilagava a dismisura, la paura costante di possibili attacchi terroristici insediava la vita di tutti i giorni e la rassegnazione nell’assenza di futuro rendeva inutile ogni agire. In questo clima si sviluppò la cultura punk, che attecchi le sue radici proprio nell’amarezza e nel dissenso generale della popolazione, che ogni giorno andava crescendo. Questa nuova religione inneggiava all’anarchia, all’anti-conformismo e al dissenso. Si cercava così di sfogare la frustrazione e la rabbia repressa per tutto ciò che fino a quel momento aveva deluso e che continuava inesorabilmente a deludere. La rabbia e la paura divennero fautrici crudeli di sentimenti di rivolta e di ribellione, che si espressero specialmente in campo musicale con l’ascesa di gruppi come i Sex pistols, i Ramones, The Clash, The Damned, ecc. Il punk divenne un’ emblema di rivoluzione, distruzione e sovvertimento dell’ordine politico così forte, che anche con la sua fine continuo comunque a causare molti danni, in particolare continuo ad avere una potente influenza sulle menti e sugli animi e le sue tracce ancora oggi si possono ritrovare negli stili di vita e nell’arte. Il suo respiro, nonostante gli anni e le nuove ideologie, continua imperterrito ad essere fastidiosamente presente. Attraverso la mostra “Punk. Its traces in contemporary art” presso il Macba di Barcellona si sono così volute ricercare le tracce del suo passaggio che ancora oggi continua a scioccare.

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Nel vaso di pandora troviamo fotografie dai contenuti forti e spiazzanti, proiezioni che riproducono lo stato psicotico causato dalle droghe, manifesti che urlano contro lo stato politico e sociale, stanze interamente distrutte dove sembra passato un urano, strumenti che come per magia suonano da soli facendo risuonare un gran frastuono di rumori, un’auto che porta sopra di sé un cartello luminoso con scritto “No Future”, pupazzi rotti che si professano killer, un naso rosso da clown che ridicolizza la regina sulle sterline, fotografie che simulano i comportamenti dei terroristi, video di trans intenti in rapporti bondage e fetish, collage di copertine di dischi punk anni ’70, ecc. In questo mondo ogni cosa è un elemento di contestazione, tutto è dissacrante e dissacratorio, la provocazione padroneggia sull’indifferenza e l’ironia la frammentazione sono gli strumenti principali per dare voce all’insoddisfazione. La violenza e la sessualità si mostrano strafottenti nel loro reale essere. Sono i segni distorti di una ribellione ad un sistema ormai in decadimento. La volgarità e il tresh fuoriescono implacabili dalle opere. Rifiuto, disprezzo e rabbia si intrecciano moltiplicando il senso di forza esplosiva. Siamo di fronte a bombe senza salve pronte a esplodere e a distruggere.

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Distruzione, mai come in queste opere può esprimere il suo essere a pieno. Distruggere per rompere ciò che non va più a genio, per dare forma a un’insita delusione che sempre più forte risale dagli abissi della coscienza. La delusione trasmuta il suo aspetto in rabbia e tutto è possibile per chi viene trafitto dal dolore della cocente delusione. Non ci sono più regole, non esiste più niente che abbia valore, tutto dunque è permesso. La sessualità non è più un tabù. Questa diviene aspetto esaltato e condiviso, il sesso è dovunque e non bisogna nasconderlo. L’ipocrisia e il pudore vengono attaccati dal nuovo stile, che li demonizza facendone nemici. La violenza è il dio della distruzione a questa si deve ricorrere per ottenere risultati concreti. Il rifiuto di tutto e tutti è la fede del punk che denuncia con la sua vita la realtà del mondo conformista.

img_4150Le opere inneggiano l’estetica del brutto, un’estetica che di solito non viene considerata in quanto poco agevole. Ma è con questa sottolineatura dell’aspetto brutto e orribile che riesce a raccontarsi il punk. Il suo è uno stile particolare, che non può essere limitato dal concetto di bellezza tradizionale. Il brutto si oppone al bello, la stranezza alla quotidianità e il particolare al comune. La rivolta ha inizio. “No future” è lo slogan che viene creato per combattere il falso progresso e il lento affondare dei valori tradizionali. Non c’è futuro, si combatte irrequietamente una causa persa. Nessuna speranza per una redenzione, per una salvezza dal mondo apocalittico. Si canta l’anarchia di un mondo che si estingue. Provocare diviene strumento per svegliare le coscienze. Non c’è futuro. Una critica tagliente urla le sue ragioni facendosi strada scalciando e così veniamo travolti da questo strano universo, iniziamo a sentirci ribelli e un insolito senso di libertà ci pervade. Una libertà totale senza limiti, che ci rende euforici ed è questo il bello. Senza freni ci gettiamo in una corsa sfrenata. Viviamo.

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