PUNK.Its traces in contemporary art, la corsa sfrenata

“We’re the flowers in the dustbin, we’re the poison in your human machine, we’re the future, your future” cit. Sex Pistols

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mostra “Punk. Its traces in contemporary art”, Macba, Barcellona, 2016

Trasgressione, distruzione, dissacrazione. Questi sono solo alcuni dei valori venerati dalla cultura punk degli anni ’70. In quegli anni a Londra e New York si viveva in un periodo nero: la disoccupazione dilagava a dismisura, la paura costante di possibili attacchi terroristici insediava la vita di tutti i giorni e la rassegnazione nell’assenza di futuro rendeva inutile ogni agire. In questo clima si sviluppò la cultura punk, che attecchi le sue radici proprio nell’amarezza e nel dissenso generale della popolazione, che ogni giorno andava crescendo. Questa nuova religione inneggiava all’anarchia, all’anti-conformismo e al dissenso. Si cercava così di sfogare la frustrazione e la rabbia repressa per tutto ciò che fino a quel momento aveva deluso e che continuava inesorabilmente a deludere. La rabbia e la paura divennero fautrici crudeli di sentimenti di rivolta e di ribellione, che si espressero specialmente in campo musicale con l’ascesa di gruppi come i Sex pistols, i Ramones, The Clash, The Damned, ecc. Il punk divenne un’ emblema di rivoluzione, distruzione e sovvertimento dell’ordine politico così forte, che anche con la sua fine continuo comunque a causare molti danni, in particolare continuo ad avere una potente influenza sulle menti e sugli animi e le sue tracce ancora oggi si possono ritrovare negli stili di vita e nell’arte. Il suo respiro, nonostante gli anni e le nuove ideologie, continua imperterrito ad essere fastidiosamente presente. Attraverso la mostra “Punk. Its traces in contemporary art” presso il Macba di Barcellona si sono così volute ricercare le tracce del suo passaggio che ancora oggi continua a scioccare.

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Nel vaso di pandora troviamo fotografie dai contenuti forti e spiazzanti, proiezioni che riproducono lo stato psicotico causato dalle droghe, manifesti che urlano contro lo stato politico e sociale, stanze interamente distrutte dove sembra passato un urano, strumenti che come per magia suonano da soli facendo risuonare un gran frastuono di rumori, un’auto che porta sopra di sé un cartello luminoso con scritto “No Future”, pupazzi rotti che si professano killer, un naso rosso da clown che ridicolizza la regina sulle sterline, fotografie che simulano i comportamenti dei terroristi, video di trans intenti in rapporti bondage e fetish, collage di copertine di dischi punk anni ’70, ecc. In questo mondo ogni cosa è un elemento di contestazione, tutto è dissacrante e dissacratorio, la provocazione padroneggia sull’indifferenza e l’ironia la frammentazione sono gli strumenti principali per dare voce all’insoddisfazione. La violenza e la sessualità si mostrano strafottenti nel loro reale essere. Sono i segni distorti di una ribellione ad un sistema ormai in decadimento. La volgarità e il tresh fuoriescono implacabili dalle opere. Rifiuto, disprezzo e rabbia si intrecciano moltiplicando il senso di forza esplosiva. Siamo di fronte a bombe senza salve pronte a esplodere e a distruggere.

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Distruzione, mai come in queste opere può esprimere il suo essere a pieno. Distruggere per rompere ciò che non va più a genio, per dare forma a un’insita delusione che sempre più forte risale dagli abissi della coscienza. La delusione trasmuta il suo aspetto in rabbia e tutto è possibile per chi viene trafitto dal dolore della cocente delusione. Non ci sono più regole, non esiste più niente che abbia valore, tutto dunque è permesso. La sessualità non è più un tabù. Questa diviene aspetto esaltato e condiviso, il sesso è dovunque e non bisogna nasconderlo. L’ipocrisia e il pudore vengono attaccati dal nuovo stile, che li demonizza facendone nemici. La violenza è il dio della distruzione a questa si deve ricorrere per ottenere risultati concreti. Il rifiuto di tutto e tutti è la fede del punk che denuncia con la sua vita la realtà del mondo conformista.

img_4150Le opere inneggiano l’estetica del brutto, un’estetica che di solito non viene considerata in quanto poco agevole. Ma è con questa sottolineatura dell’aspetto brutto e orribile che riesce a raccontarsi il punk. Il suo è uno stile particolare, che non può essere limitato dal concetto di bellezza tradizionale. Il brutto si oppone al bello, la stranezza alla quotidianità e il particolare al comune. La rivolta ha inizio. “No future” è lo slogan che viene creato per combattere il falso progresso e il lento affondare dei valori tradizionali. Non c’è futuro, si combatte irrequietamente una causa persa. Nessuna speranza per una redenzione, per una salvezza dal mondo apocalittico. Si canta l’anarchia di un mondo che si estingue. Provocare diviene strumento per svegliare le coscienze. Non c’è futuro. Una critica tagliente urla le sue ragioni facendosi strada scalciando e così veniamo travolti da questo strano universo, iniziamo a sentirci ribelli e un insolito senso di libertà ci pervade. Una libertà totale senza limiti, che ci rende euforici ed è questo il bello. Senza freni ci gettiamo in una corsa sfrenata. Viviamo.

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