Helene Frankenthaler

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Campiture di colore, schizzi, macchie e linee si contendono lo spazio nelle tele dall’artista americana Helene Frankenthaler (1928-2011), esponente negli anni ’70 della corrente del Color Field Painting, la stessa in cui operava Mark Rothko. Ispirandosi alla natura, e in particolare alle acque del Long Island Sound, l’artista realizza opere uniche nelle quali l’elemento naturale si destruttura, generando la trama astratta in cui si intessono le costellazioni di chiazze e spruzzi. Porte su una nuova dimensione Altra, il fruitore può immergersi all’interno di un tessuto artificiale immateriale. Emozionanti gli scenari realizzati da Frankenthaler, invitano lo sguardo a vedere ciò che ci circonda da una prospettiva diversa.

 

Gagosian
Helene Frankenthaler: Sea Change: A Decade of Paintings, 1974-1983
dal 13 marzo – 19 luglio 2019

 

Cristallizzazione identitaria e ritmi controcorrente

 <<I vasi di Shio tendono a deviare il linguaggio – eppure, essi sono paralleli alla sua struttura sintattica.>> cit. Michael Ned

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Shio Kusaka, mostra Shio Kusaka, Gagosian Gallery, Roma, 2017

Avanti, sempre più in là si spinge la grigia ma netta linea che traccia anelli concentrici di rettangoli e di forme più morbide, sinuose, come onde di un delicato mare primaverile; l’occhio va per strade familiari eppure estranee allo stesso tempo e l’incanto ha il sopravvento sulla ragione, ipnotizzate sono così ora le pupille che si dilatano ammirando lo spettacolo che incrocia la loro vista nelle fragili e metodiche linee che si increspano annaspando come in un laghetto nei lavori dell’artista giapponese Shio Kusaka, che con pazienza e dedizione lavora le sue creature con una tecnica magistrale, ottenendo risultati straordinari. Nella personale di Kusaka ospitata alla Gagosian di Roma le opere sono esposte impazienti lungo un basamento ondulato che serpeggiando le scuote ancora di più nonostante il movimento sia già molto sottolineato dall’alternanza vivace delle diverse e varie forme e dimensioni che compongono l’insieme e dalle linee che infestano copiose il loro corpo scultoreo, tutto ciò contribuisce a evidenziare ulteriormente la forza dinamica dei vasi che nonostante la peculiarità del materiale con il quale sono modellate (la porcellana, fragile ma pesante), rivelano la loro sorprendente vivacità.

20180405_124517.jpgLa serie dei vasi più grandi si snoda nella sala centrale ovale: alti, bassi, gonfi come palloni o snelli come colli di cigno, le forme più bizzarre si susseguono mescolandosi ritmicamente in un’alternanza di colori tenui pastello che non stancano l’occhio con la monotonia e la pacatezza, ma che piuttosto l’aiutano ad essere ancora più attento alle differenze, notando ogni più piccola sfumatura che intercorre tra una scultura e l’altra, e ciò diviene utile anche per il discernimento dei motivi che si creano sullo specchio cristallino delle stesse opere; nella porcellana sono infatti disegnate forme geometriche che a seconda del loro modello identificano ogni scultura, regalandogli un’autentica identità di oggetto particolare e unico. Finalmente si riesce a intravedere una parte dell’intenzione che spinge Shio Kusaka a creare i suoi piccoli vasi e anche la serie di sculture più piccole che accolgono il fruitore nella prima sala, diviene più chiara a chi la intravede inizialmente. Nel colore monocromo bianco e nelle forme ridotte questi piccoli gioielli forse più dei loro variopinti e grandi fratelli riescono a entrare in connessione con chi li guarda, ma solo dopo un passaggio intermedio – perdersi nella magnificenza delle grandi dimensioni- dopo ciò si può apprezzare a pieno l’astrattezza e la cura nel dettaglio messa maggiormente in evidenza in queste più oculate opere dove la mano si muove più attenta e la mente presta maggiore attenzione per non rovinare quelli che sono dei piccoli capolavori di manualità.

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Il ritorno al minimalismo in queste opere è pressoché sbalorditivo e il rigore compositivo è altrettanto centrato da Kusaka che può essere considerata come una delle protagoniste assolute della nuova stagione artistica giapponese. Non solo ritorno al minimalismo ma ancora un rimando alla Pop Art e ai suoi temi come la riproducibilità dell’opera d’arte e la questione di cosa possa essere considerato effettivamente arte, ecco quindi l’utilizzo delle forme comuni e più disparate che ricalcano il pensiero di un’arte popolare e consumistica; nonostante la figurazione in forme esistenti come quelle del vaso, l’astrazione primeggia suprema nei lavori dell’artista. Le forme geometriche richiamano l’ordine naturale del mondo; citazione fibonacciana, ricordano gli albori della Storia con l’arte delle civiltà antiche come quella greca che modellava il suo pensiero sulla vita e il mondo nelle terracotte di argilla (anche qui la geometria era fortemente utilizzata, schematizzando lo stesso pensiero della cultura del tempo). Un ritorno al passato ma con la consapevolezza dell’attualità del gesto, astratto e stilizzato in comunione con il pensiero della società del post-umano. Pezzi unici e vasi di Pandora queste opere fondono in loro l’idea di identità, di comunicazione astratta, e di evoluzione aprendo nuove questioni sulla comprensione dell’opera stessa astratta, il rapporto tra comunicazione e incomunicabilità; c’è da pensare che quello che a un primo sguardo sembra un semplice oggetto di arredamento che può essere reperito dovunque sia invece non solo opera di un pregiato artigianato, ma anche creazione d’arte poiché pensata e voluta al mondo dall’artifex. Kusaka imprime il soffio vitale in ogni sua creatura di porcellana e questo le rende organiche, dinamiche e atemporali. Sarebbe il caso di tenere d’occhio un’artista che riesce nonostante il corso dei tempi a dare nuova linfa all’ibrido dell’arte figurativa e astratta.

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Balula, le ombre svelatrici e le forze incrociatamente dipendenti

<<La combustione e la produzione di carbone sono responsabili delle più antiche manifestazioni nel fare arte. Anch’io tengo occasionalmente un fuoco addomesticato quando fumo una sigaretta e mi piace pensarlo come una torcia portatile e giocare con l’intensità della brace e con le sue variazioni di colore.>> cit. Davide Balula

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Davide Balula, mostra Iron Levels, Gagosian Gallery, Roma, 2017

Camminando vicino ai muri dei palazzi durante una giornata particolarmente soleggiata ci si può facilmente accorgere di non essere soli, e di avere sempre accanto quel fedele nero compagno, chiamato ombra, che ci scorta costantemente nelle ore solitarie. L’ombra è forma magica e satellite del nostro vivere quotidiano, essa accompagna ogni singolo oggetto nel percorso della sua vita, e così come essa si dimostra leale scorta ogni giorno si riesce a riscoprire il suo ruolo originario proprio nel lavoro di Davide Balula, artista di origine portoghese e naturalizzato francese, che ne mostra le immense ed infinite possibilità di espressione in una mostra come quella di Iron Levels ospitata presso gli spazi della Gagosian di Roma. Qui l’ombra non è intesa nel suo senso più comune, ma viene invece interpretata nel ruolo di calco negativo e di impronta che lascia la sua traccia dopo l’inevitabile contatto. È ciò che resta dell’accaduto, perciò è conseguenza di un’azione e di evento così come le ceneri dopo la combustione.

 

Tele grigie tempestate di invasori curiosi sono quelle proposte da Balula con la serie dei Burnt Paintings che vanno ad occupare la sala centrale della galleria. In questi l’idea di ombra viene data non solo dall’impronta che lascia il contatto diretto con il carbone, ma anche dai resti stessi del fenomeno fisico della combustione; questi due elementi si alternano così in un carosello ciclico, perennemente in contrasto e perennemente in armonia, poiché legati indissolubilmente dalla natura tra di loro estremamente possessiva. I segni neri divengono esploratori in un universo perturbante, che anche se potrebbe apparire nuovo in realtà è conosciuto molto bene dagli stessi; sono il processo chimico e quello fisico che legano la materia negli stati del suo essere, l’artista mette così in evidenza la relazione che intercorre tra le varie fasi e tra i cambiamenti che avvengono durante tutta la durata del processo. Esperienza estraniante si pone come occasione per poter familiarizzare con cose che abbiamo dimenticato, con il gioco di forze e destini che si susseguono ciclicamente in natura. Sicuramente quello che Balula riesce a mostrare è la dinamica della trasformazione e di quel che vi è dietro le quinte della stessa, ciò è ben visibile anche nell’opera Untitled posta proprio all’inizio del percorso espositivo: un metal detector insolitamente legnoso si pone come un guardiano attento all’ingresso dell’esposizione; porta alchemica immerge il visitatore in un mondo altro, al di fuori dai normali schemi del tempo lineare, controllando però prima colui che si appresta a penetrare nel nuovo impero, un grande fratello che rivela l’insensatezza di qualcosa di estraneo all’interno degli indumenti portati giornalmente, il metallo viene smascherato come un nemico decisamente insolito, poiché è corpo estraneo al corpo stesso. Con Air Between Fingers invece l’artista si mette nella condizione di indagare l’assurdità che è implica nella relazione instaurata tra tempo e spazio; qui la vicinanza e lo spazio sono percepiti distopicamente tramite un video nel quale due dita tentano di toccarsi ripetutamente, venendo a contatto solo alcune volte quando la distrazione lo concede. Prossimità e lontananza giocano quasi fossero due vecchi compagni di classe il gioco della casualità e in questo esplorano la loro dimensione di paradosso. Idle Hands fa invece scoprire al fruitore il vero significato del reale in cui abita giorno per giorno, conducendolo durante un attimo inaspettato nella dimensione della concretezza della vita, attraverso un’ opera che si consegna direttamente nelle mani del visitatore come dimostrano le sfere di metallo che una volta poste nei convessi palmi ridonano la vista a chi non vede, impostando le coordinate essenziali che caratterizzano la vita: il suo peso e la sua vivida durezza. La gravità acquista forma e nonostante la sua invisibilità, proprio in questo lavoro essa come un pugno nello stomaco rivela la sua continua presenza.

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Fisica, chimica e pensiero liquido intersecano i loro assi sull’asse cartesiano per dar vita a delle opere di estrema profondità e sensibilità. La delicatezza che ne deriva diviene cifra stilistica di un’artista che si è sempre dimostrato molto attento a concetti come quelli di percezione e leggerezza. Non bisogna dimenticare infatti gli esperimenti-performance intitolati Mimed Sculptures condotti in Svizzera nel 2016, che ricreavano le sculture di artisti famosi tramite l’imitazione mimica delle stesse nella trasparenza impalpabile dell’aria. Diversamente da questo caso in Iron Levels il senso della percezione decide stavolta di legarsi non alle emozioni ma alla scienza, materia oggettiva di analisi del mondo, e nonostante ciò essa non perde la sua unicità e le sue peculiarità, anche in questo percorso infatti si possono riscontrare le condizioni essenziali dell’arte empirica di Balula; un’arte che insegna a riconoscere la parte più nascosta dietro la realtà visibile ed a interrogarsi sulla sua funzionalità, sul suo modo di sorreggere quello che vediamo, e che inoltre mette in evidenza la processualità degli iter e la loro essenzialità per la vita svelando la meraviglia intrinseca del sistema all’origine di tutto.

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Sally Mann e il sentimento intramontabile

 

“Usare la fotografia come strumento di memoria è probabilmente un errore perché penso che le fotografie in realtà abbassino la tua memoria in certi modi una sorta di modo per togliere agli altri sensi: il senso dell’olfatto,  il gusto, il tatto quel genere di cose” cit. Sally Mann

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mostra Remembered light: Cy Twobly in lexigton, Gagosian Gallery, Roma, 2017

Affezionarsi è benedizione e maledizione simultaneamente; dono ed arma può aprire le porte di un vero paradiso impensabile oppure condurre alla perdizione più assoluta, sconvolgendo vite monotone e perfette. Un verbo riflessivo che indica quanto si possa sentirsi legati a qualcuno o a qualcosa, costruendo particolari legami, che si annodano e si intrecciano come i fili di una ragnatela; resistenti ma mortali questi come l’affezione nei confronti di qualcuno, possono avere una vita molto lunga o decisamente breve: il sentimento può durare anni o una vita ed insperatamente riuscire ad andare anche oltre questa, mentre altre volte svanire così com’era nato nell’arco di un battito di ciglia. Charlie Chaplin diceva <<Ci vuole un minuto per notare una persona speciale ,un’ora per apprezzarla, un giorno per volerle bene, tutta una vita per dimenticarla>>, e non potevano esistere parole migliori per descrivere l’essenza di tale delicato processo. Quando il sentimento dura, si intravede la sua stessa verità che diviene costante nella vita, e va ad influenzare ogni aspetto di questa, anche quello creativo. Così l’artista americana Sally Mann, crea un percorso fotografico che ripropone uno spaccato della vita dell’amico artista scomparso Cy Twombly nella mostra Remembered Light: Cy Twombly in Lexington, ospitata ora presso la Gagosian di Roma.

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Nella sua fotografia Sally conduce il fruitore in mezzo a sculture, oggetti di uso quotidiano, e strumenti di lavoro che hanno fatto parte della vita di una delle personalità più significative dell’espressionismo astratto americano. Cy towbly è stato amico e mentore per la Mann, e questo legame indissolubile viene raccontato delicatamente dalle foto immutabili della Mann, che ammiccano ad uno stato di estraniamento e nostalgia tipico della metafisica di De Chirico. Sono immagini statiche, fisse ed immobili nello spazio recintato della pellicola quelle di Sally, che emano un tepore particolare, una nota di calore apprensivo e quasi materno. La nostalgia permea inevitabilmente ogni oggetto dietro all’obiettivo che cosciente posa il suo occhio sui resti ancora visibili e concreti della vita di un uomo d’arte come Cy nel suo studio di Lexington. La luce soffusa che penetra piano, quasi come volesse abbracciare lo studio e ciò che vi è gelosamente custodito, tramuta la realtà e la concretezza dei materiali in sostanze eteree che ricreano l’atmosfera immaginifica del sogno: dove tutto sembra perdere i contorni, questi sfociano in una costante ed evidente sfumatura, elemento caratterizzante della terra di confine tra il reale e l’irreale e tra il ciò che è e il ciò che è stato. Il dialogo tra le due sfere temporali è molto forte e inteso, e ciò dà spazio anche ad una memoria che si misura con il peso del tempo che la costituisce.

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Residui e rovine di un mondo in abbandono, che raccontano visivamente la propria storia; amati, odiati, usati o trascurati, sono presenze materiali del tempo passato che ora non hanno altro scopo se non quello di narratori erranti nel tempo sospeso. Il ricordo si fonde con l’immagine frizzante dell’oggi e da questa felice unione nasce il sorprendente senso di malinconia che traspare dalla pellicola fotografica. Un mondo lontano ed un modo di vivere quasi dimenticato vengono a trovarsi a contatto con la dura concretezza della corteccia del presente; l’urto che si sprigiona non è incidente ma piuttosto improvvisa positiva coincidenza che porta ad un nuovo modo di esperire la negativa circostanza della perdita. La forza rigeneratrice derivata dalla consapevolezza invita alla calma e diviene portatrice del germe di una nuova e spiazzante serenità. Sally riesce così ad annullare la tristezza fondendola con l’idea di speranza in un tempo futuro, che guarda non solo al presente ma anche al passato. E’ un omaggio sincero quello della Mann che nella mostra Remembered Light: Cy Twombly in Lexington stupisce tutti gli astanti increduli e scettici sul potere che può acquisire un ricordo se maneggiato con cura e attenzione, facendolo divenire emblema di rinascita.

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Taryn Simon, i fiori del potere.

“Credo che sia legato a una lotta continua per trovare una sorta di ordine o di equazione nel caos.” Taryn Simon

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Taryn Simon, mostra “Paperwork and the Will of Capital”, Gagosian Gallery, Roma, 2016

Non sempre la realtà si rivela a prima vista. Essa ama giocare a nascondino e indossando bellissime maschere, vive celandosi finché arrivato il momento propizio non svela l’inganno togliendo la sua protezione e mostrando la sua verità. E’ un inganno a fin di bene quello che realizza l’apparenza, essa  diviene mediatrice cosciente e amica sensibile in grado di cogliere il momento utile per rivelarsi. Rivelazione, scoperta e verità appaiono come mete ultime del percorso conoscitivo che si dipana come un viaggio. E in questo viaggio si colloca l’opera “Paperwork and the Will of Capital” di Taryn Simon, esposta alla Gagosian Gallery di Roma, che ci porta alla scoperta del mondo politico che crea e plasma, con le sue scelte, il nostro presente e la nostra realtà ogni giorno.

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L’obiettivo di Taryn immortala, cristallizzando, allegre e maestose composizioni floreali. Si scorgono rose, iris, gigli, gerbere e tanti altri protagonisti che dialogando tra loro, si stagliano armoniosi su fondali colorati, creando un gradevole contrasto cromatico. L’occhio rimane incantato dalla bellezza delle nature morte, ma la loro immagine non è che apparenza, poiché la loro essenza in realtà è quella di essere testimonianza e simbolo delle decisioni politiche ed economiche prese dalle varie nazioni nel mondo. Sono un dolce specchio per le allodole, che attrae magneticamente e ricorda l’importanza delle determinanti trattative ed accordi che hanno cambiato negli anni il nostro attuale modo di vivere. Dunque non è così difficile riuscire ad immaginare l’accostamento di due mondi (natura e politica) all’apparenza così distanti. Entrambi esercitano potere. Quante volte un fiore ha fatto la differenza durante un litigio o in una situazione romantica? La sua delicatezza e la sua fragilità non rappresentano un limite, anzi sono proprio questi suoi attributi a definire la sua forza e il suo potere.

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Attraverso la precisione nel dettaglio l’artista enfatizza la concretezza e il peso degli accordi presi e al contempo rivela lo stretto legame della fotografia con la pittura. Le foto difatti sono così minuziosamente perfette e dai colori così pastosi da sembrare dei perfetti dipinti ad olio più che delle semplici fotografie. L’illusione è estrema e perfettamente riuscita. Si percepisce uno strano senso di disorientamento nella constatazione che si tratta della vera realtà che viene rivelata, ma non si è in presenza di una realtà in grado di riportare solo il soggetto catturato dallo scatto. E’ una realtà che si fa carne viva, forma reale di una similitudine e di un paragone spiazzante ma al tempo stesso famigliare. Il mondo del potere politico si incarna nel regale regno floreale. E’ quest’ultimo che con la sua immagine perfetta e la sua carica espressiva rende ancora più potente il mondo che va a rappresentare, in un gioco sorprendente di scambio di significati e allusioni.

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L’armonia che regna sovrana nelle composizioni riecheggia la stessa che vige nell’arte classica greca, così come anche l’equilibrio che sembra quasi far fluttuare le forme in un’aria immutabile. Il momento è bloccato nel tempo. Da qui nasce la staticità, ma questa viene frammista dalla dinamicità delle tensioni partorite dalle speranze e dalle paure riposte nelle azioni di chi detiene ed esercita il potere. Simon dà rilievo a queste speranze e a questi timori con leggiadra maestria. Focalizzandosi sui momenti chiave e trasmutandoli, li libera dalla loro unica forma, avvicinandoli come con uno zoom agli occhi del pubblico. Diventiamo falene attratte dalla luce e in questo modo riusciamo a prendere atto del bicchiere mezzo pieno, che tante volte confondiamo con quello mezzo vuoto, e degli sforzi che per tanti anni si sono fatti affinché avvenissero reali cambiamenti positivi nel mondo a livello globale. Perciò l’opera di Simon è così importante, essa ci aiuta a vedere ciò che da soli non saremo in grado di vedere.

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L’atto creativo e Prototypology

“Scopre le diverse incarnazioni dei processi preliminari di ricerca, di sviluppo e di progressione per rivelare infine la pratica individuale di ciascun artista – la natura stessa dell’innovazione”  Aaron Moulton

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mostra “Prototypology”, 2016, Gagosian Gallery, Roma

Creatore o artefice? C’è differenza tra questi due aspetti. La creazione di qualcosa implica l’utilizzo del “nulla” come materia prima, si crea dal niente, mentre quando si parla di “fare” e quindi di essere artefice si costruisce sempre da un elemento già costituito seppur nella sua più piccola unità base. Quindi l’artista può essere considerato artefice, ma non creatore. Nonostante ciò egli è in grado di avvicinarsi all’esperienza mistica della creazione proprio tramite questa sua capacità di essere artefice e di poter plasmare qualsiasi materia attraverso l’immaginazione e la creatività. Il desiderio di dare forma perfetta al proprio pensiero e alla propria interiorità, spinge colui che è artista a iniziare il progetto che porterà al lavoro finito. In questa fase le idee si rincorrono ossessivamente nella mente dall’artista e danno vita a modelli, bozze e prove che diventano embrione nascente della continua ricerca. Questa delicata e affascinante fase progettuale ci viene mostrata da “Prototypology”, mostra ospitata alla Gagosian Gallery di Roma, spazio sempre in continua trasformazione.

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Nello spazio si può percepire la vibrante energia emanata dai numerosi e vari studi realizzati da trenta diversi artisti. Sono trenta teste che nella loro singolarità creano idee uniche e fuori dagli schemi. La varietà è l’elemento comune ed è ciò che rende veramente interessanti tali prove. Nel dipanarsi della mostra troviamo: modellini in legno di trottole dell’artista Allan Mccollum; le stampe preparatorie con la casa che affonda per il lavoro “An Artwork About My Parents” di Mike Bouchet ; gli schizzi in vinile e smalto su mylar di Will Boone, le prove con matita e collage di Cy Twombly, il modello di mano robotica realizzato con laser sinterizzato plastica, poliuretano e alluminio di Aleksandra Domanovic; gli schizzi e i modellini di Robert Therrien, ecc. L’ironia condisce molte di queste prove come ad esempio nella fotografia dello sbattitore che impasta il colore di Rudolf Stingel, nel segnale di pericolo stradale che viene infilzato dal suo stesso supporto del russo Vladimir Arkhipov ; nelle stampe a pigmenti su carta per il lavoro “35 images of Russian homemade things” sempre di Arkhipov , nelle tre scarpe allineate di Jason Dodge, nella prova di  Giuseppe Penone per “L’uomo scompare nella terra” realizzata con matita acquerello e inchiostro e nei prototipi di funghi per “Giant Triple Mushroom” di Castern Holler.

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La materia è protagonista indiscussa della fase nascente dell’opera. Gli artisti utilizzano una varietà sconcertante di materie che mescolandosi insieme creano entità in continuo mutamento. La matita si fonde con l’acquerello e l’inchiostro, il poliestere con la resina, lo stucco e la vernice, il cuoio con il bronzo e il legno, il collage con l’acrilico, il vetro specchiato con l’alluminio e l’acrilico, ecc. Troppe da elencare tutte, queste materie sono le portatrici sacre di infinite possibilità creative. L’immaginazione viene così filtrata prima dalla materia poi da una serie di prove iniziali, grazie alle quali viene data una forma definitiva al materiale grezzo. Si procede per addizioni e sottrazioni, quasi un processo matematico dove si moltiplica e si divide incessantemente. La trasmutazione cambia forma sia alla materia sia all’idea di partenza che attraverso la negazione di se stessa può essere riaffermata o superata con il lavoro finale. Tutto ciò che si otterrà alla fine del paziente processo sarà un lavoro di squisita qualità. L’opera ultima diventa emblema di ciò che è stato, il prodotto delle fasi che l’hanno portata ad essere ciò che è. Ed è per questo che non bisogna mai trascurare l’origine dell’idea, il grezzo liquido dal quale essa nasce e si evolve. Fine ed inizio hanno la stessa importanza e così le fasi che si interpongono tra esse. E’ un viaggio, una trasformazione, una metamorfosi alla scoperta di ciò che dal “può essere” porta al “diventare”.

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La moltitudine di materie utilizzate e l’infinità di possibilità creative danno ampio respiro a questi artisti che con assoluta libertà realizzano il loro pensiero dandogli sostanza reale e concreta attraverso le vari fasi del processo artistico. Le opere come farfalle si concretizzano lentamente, partendo dal loro stato germinale, come i bruchi si chiudono nel bozzolo e aspettano di uscire per mutare forma e volare. La trasformazione avviene lentamente e con pazienza. L’artista non ha fretta di creare, il suo portare alla luce è un partorire opere che siano quanto più simili a ciò che egli tenta di esprimere con le sue idee e con il suo Io. L’evoluzione richiede tempo e il mutamento non è mai indolore. Bisogna sacrificare per creare. Il cambiamento è un giudice attento e un dio avido di sacrifici, promette tanto ed esige tanto a sua volta. Ma ciò non ferma gli artisti che consapevoli di questa condizione, coraggiosamente si apprestano al fare artistico. Per avere l’occasione di sentire e vivere in minima parte la sensazione portata dall’atto creativo che regala libertà, estasi e gioia.

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