L’isola delle schegge di follia

Alienarsi dalla realtà, perdere il controllo di sé, abbandonandosi alla follia è ciò che accade quando la stanchezza lascia il posto alla malattia, e la pazzia prende il sopravvento. È di solito l’imprevidibilità correlata allo stato d’insanità mentale a spaventare la gente comune, ecco perché dai primi anni del Novecento si è cercato d’indagare la psiche nel tentativo di trovare una cura all’alienazione che sfugge alla comprensione umana. Tra i diversi approcci applicati fondamentale si è rivelato l’esperimento di Nieuw Dennendal, compiuto negli anni ’70 nei Paesi Bassi, che è divenuto il punto di partenza di un’ambiziosa ricerca artistica condotta dal Domenico Mangano & Marieke van Rooy, duo artistico formatosi nel 2014. Basato sul concetto di antipsichiatria, la sperimentazione olandese prevede la prossimità fisica tra i soggetti danneggiati e sani, che vanno a stemperare le dinamiche di polarizzazione e gerarchizzazione del gruppo malato. Verificando personalmente le derive prodotte dalla prova, gli artisti recatisi nelle Antille Olandesi per quattro mesi hanno convissuto a fianco dei pazienti della clinica psichiatrica sull’isola di Caracao e collaborando con loro nell’ambiente eterogeneo hanno realizzato il documentario When the Whistle Glares, presentato in occasione della mostra omonima ospitata presso la galleria Magazzino di Roma. Il film affronta il concetto di diluizione insito nella ricerca antipsichiatrica: partendo dal metodo repressivo adottato all’interno dei manicomi si osserva come quest’ultimo si sia evoluto verso un più libero trattamento psichiatro determinando un progresso senza precedenti. Il vento acquista un ruolo principale all’interno della terapia. Nella personale sono presenti inoltre diverse sculture in terracotta facenti parte della serie Color Draft, Mental Reef. Forme tubolari dai colori vivaci si intrecciano, sovrapponendosi, ricordando l’estetica del cervello umano; le strutture sono cave così da rendere possibile il passaggio dell’aria e del vento, trasmutandosi in strumenti a fiato. Anche qui il ricorre, stavolta accresciuto, il fenomeno della diluzione. Interessante la ricerca di Mangano e Van Rooy, si afferma come una stuzzicante scommessa, vinta dal coraggio e dall’istinto, che portano alla luce le vibrazioni di una realtà sommersa, in cui l’anomalia gioca duplicemente un doppio ruolo.

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Le ceneri di Notre Dame de Paris

Era chiamata la Forêt, ovvero la foresta, il tetto ligneo sottostante la copertura in tegole di piombo che proteggeva gli interni di Notre-Dame de Paris, cattedrale gotica situata nel cuore parigino dell’Île de la Cité, che proprio due giorni fa, il 15 Aprile, è stata vittima di un improvviso incendio divampato tra le impalcature del restauro in corso. Costruito intorno al 1220, in età medievale, il tetto nella zona della navata centrale e in quella del coro era stato realizzato con un procedimento meticoloso e complesso che aveva permesso alle travi in quercia d’intrecciarsi tra di loro, configurando un’articolata foresta di rami, da cui è derivato il suo soprannome; ed in effetti era servita un’intera selva per completare la struttura in legno, difatti nel 1160 e nei dieci anni seguenti erano stati abbattuti ben 21 ettari di bosco per poter dare avvio ai lavori. Il fuoco ha polverizzato anche la copertura in piombo applicata nel 1326. A cadere inoltre è stata anche l’elegante guglia ottocentesca la Flèche (la freccia) che si ergeva nel punto di convergenza tra il transetto e il coro. Realizzata nel 1860 durante la ristrutturazione della cattedrale ad opera dell’architetto Eugène Viollet-le-Duc, sebbene in un primo momento fosse molto criticata da buona parte della popolazione francese, era divenuta in tempi odierni emblema di Parigi. Ispirata alla guglia della cattedrale d’Orléans, la sua altezza raggiungeva i 45 metri, e la base ospitava inferiormente un ordine di bifore sulle quali si poggiavano una serie di monofore, mentre la sua sommità era presidiata da una scultura in rame, ritraente un gallo, che conservava le reliquie di Saint Denis, Santa Geneviève e un frammento sacro della corona di spine indossata da Cristo durante la Crocefissione. Le fiamme hanno mutato in cenere pezzi unici della storia dell’arte sia medievale che moderna, non è però la prima volta che la cattedrale viene ferita, ricordiamo i danni provocati dal vandalismo degli Ugonotti nel 1548, e altri causati a seguito della Rivoluzione francese durante la quale la cattedrale viene convertita in Tempio della Ragione e i suoi spazi sono adibiti a magazzino, e inoltre da sottolineare è il forte degrado in cui versa all’epoca dello scrittore Victor Hugo, che testimone del decadimento realizza un romanzo storico che cambia le sorti dell’edificio. Dopo l’incendio, oggi rimane uno scheletro, privo di pelle e debole che ha bisogno di cure. Poteva svanire in un attimo nel cinereo pulviscolo, abbiamo rischiato di perderla, ma ha resistito ed è sopravvissuta. In un’ora grave come questa diviene fondamentale conservare il ricordo di ciò che andato perso e preservare e tutelare quel che è rimasto di un’opera unica, universale ed estremamente fragile come Notre Dame de Paris.

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