Umberto Passeretti, memoria trasparente.

“Le sue figure panneggiate ci fanno vedere in modo nuovo presenze classiche che la nostra pigra indifferenza spesso ci porta a non percepire più, rendendole trasparenti” Gabriele Simongini

20151130_190756

Umberto Passeretti, Anatomia del panneggio, 1984-2015, Fori di Traiano

Attraverso improvvisate navate all’interno dei Mercati traianei, si dipana un percorso mistico che richiama il fruitore a prendere parte al pellegrinaggio artistico attraverso le figure che ricordano antiche statue greche. L’occhio si posa sulle vesti, sui morbidi drappeggi, di figure senza corpo. Sono figure emblematiche ed estremamente affascinanti quelle che propone Umberto Passeretti nel suo ciclo “Anatomia del panneggio”. Dee invisibili agli occhi umani si materializzano a noi grazie ai loro ornamenti e ai loro abiti. Abiti costituiti non da materia reale, ma da una sorta di materia incorporea ma ugualmente visibile. Il forte senso della memoria dona infatti al mezzo il potere di essere riconoscibile e quindi visibile. Così sprofondiamo nella visione di queste divine vesti che ci lasciano intravedere e contemplare, per qualche secondo, una realtà ultraterrena e cosmica. Realtà inquietante in quanto sconosciuta, ma nella quale possiamo ritrovare noi stessi, il nostro mondo interiore, che si confonde e perde nel frammento divino. Nell’immenso si incontra il conosciuto. Guardando le forme viviamo e siamo sopraffatti dalla loro intrinseca ambiguità. Da una parte le respingiamo dall’altra ne siamo irrimediabilmente attratti.

20151130_184456

La classicità per l’artista è esigenza di espressione. Egli dipinge anfratti e pieghe di tuniche e toghe, che costituivano il vestiario della civiltà greco-romana e riprendendo tali dati Umberto applica una nuova grammatica alla sua arte, che come linguaggio utilizza forme antiche in grado di ricreare il presente per mezzo del dialogo tra memoria e attualità.

20151130_181659

Passeretti è un’ artista romano molto legato alla classicità e alla memoria, che sono i temi fondamentali che affronta in tutto il suo iter artistico già dagli anni ’80 quando esce dall’ Ecole Supérieure des Beaux Arts de Paris a Parigi. Molto importante è l’esperienza avuta durante il soggiorno a Villa Adriana nei pressi di Tivoli. La sua permanenza in tale luogo gli permette di vivere a stretto contatto con le strutture architettoniche romane, e ciò lo porta ad assorbire completamente i segni superstiti di una cultura morente. Questi segni ed elementi tipicamente classici diventano tramite la sua azione elementi carichi di nuovi significati e portatori di cultura e di morale.

20151130_191242

La memoria è un tema molto caro a Passeretti, poichè essa è l’input che dà vita alla sua opera. Il desiderio di ritrovare e di ritornare a un ideale mondo passato (quello greco-romano) fanno sì che la memoria sia creatrice assoluta di questo nuovo universo, che viene a costituirsi tramite l’uso di strutture antiche. Le forme vengono filtrate tramite l’incessante lavoro del ricordo, che senza sosta riporta alla luce e ricompone figure di cui ormai si era persa traccia. L’oblio perde la sua battaglia e la memoria issa lo stendardo, divenendo portavoce e testimone di un’ epoca persa e ritrovata.

20151130_183431

Richard Wright e la fragilità

«L’ arte non può durare, è una realtà fragile, fatta per l’ oggi e non per il futuro». Richard Wright

Uno spazio bianco, spoglio, quasi ascetico. Si percepisce una sensazione di vuoto, finché l’occhio non riconosce dei riflessi di luce che inondano la superficie piana del pavimento. Tre vetrate posizionate sul lato sud della stanza ovale filtrano all’interno di essa fasci di luce spezzata, disegnando a terra intriganti intrecci di triangoli di varie forme. E’ questa l’opera di Richard Wright, che per la prima volta espone alla Gagosian Gallery di Roma. E’ un’ opera eterea e nella sua semplicità complessa. La luce proiettata a terra è come un mare in continuo movimento, il cui flusso è regolato dallo scorrere del tempo. Le vetrate con la loro trama in piombo diventano il mezzo con il quale può concretizzarsi l’apparizione visibile dell’elemento immateriale ed effimero che è la luce naturale, vera protagonista di questa opera site specific. Nonostante il suo aspetto semplice ed essenziale l’opera può considerarsi come un qualcosa di complesso e non subito chiaro a chi la guarda, ma dopo un’ attenta visione e una lunga riflessione si può ben comprendere come l’artista metta in scena un esempio di pura poesia. Lo spazio da che in un primo momento sembrava asettico e privo di qualcosa si tramuta in uno spazio sacrale, dove la luce si manifesta e riempie lo spazio trasformandolo così come accadeva nelle chiese gotiche. L’atmosfera ora ai nostri occhi acquista una forte carica sacrale.

20151104_121711.jpg

Richard Wright, No title, 2015, Gagosian Gallery Roma

Richard Wright è un artista londinese che emerge dal gruppo degli Young British Artists degli anni ’90. La sua arte è intrisa di vari elementi provenienti dalla minimal art, dalla storia (Rinascimento e Medioevo), e dalla cultura orientale. Il mix tra questi elementi e il suo forte interesse per lo spazio e la luce naturale creano opere con spiccate connotazioni magiche e poetiche.

IMG-20151209-WA0006Importante è anche il principale credo sul quale l’artista fonda il suo lavoro. Il concetto di durata. Wright decide infatti al termine della mostra di distruggere il suo operato, così come ha fatto in altri suoi lavori precedenti (“Wall drawings” con il quale ha vinto il Turner Prize nel 2009 a Londra). Per lui l’opera non può vivere oltre il tempo della sua esposizione. Ed è forse questo che rende ancora più interessante il suo lavoro. Siamo di fronte a un tipo di arte che non è permanente e non conosce il “per sempre”. Si tratta di un’ arte delicata ed effimera, come dice Richard “fragile”, che si antropomorfizza. L’arte si avvicina a noi esseri umani ricordandoci il nostro stato mortale e la nostra caducità.

20151211_163232