Sally Mann e il sentimento intramontabile

 

“Usare la fotografia come strumento di memoria è probabilmente un errore perché penso che le fotografie in realtà abbassino la tua memoria in certi modi una sorta di modo per togliere agli altri sensi: il senso dell’olfatto,  il gusto, il tatto quel genere di cose” cit. Sally Mann

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mostra Remembered light: Cy Twobly in lexigton, Gagosian Gallery, Roma, 2017

Affezionarsi è benedizione e maledizione simultaneamente; dono ed arma può aprire le porte di un vero paradiso impensabile oppure condurre alla perdizione più assoluta, sconvolgendo vite monotone e perfette. Un verbo riflessivo che indica quanto si possa sentirsi legati a qualcuno o a qualcosa, costruendo particolari legami, che si annodano e si intrecciano come i fili di una ragnatela; resistenti ma mortali questi come l’affezione nei confronti di qualcuno, possono avere una vita molto lunga o decisamente breve: il sentimento può durare anni o una vita ed insperatamente riuscire ad andare anche oltre questa, mentre altre volte svanire così com’era nato nell’arco di un battito di ciglia. Charlie Chaplin diceva <<Ci vuole un minuto per notare una persona speciale ,un’ora per apprezzarla, un giorno per volerle bene, tutta una vita per dimenticarla>>, e non potevano esistere parole migliori per descrivere l’essenza di tale delicato processo. Quando il sentimento dura, si intravede la sua stessa verità che diviene costante nella vita, e va ad influenzare ogni aspetto di questa, anche quello creativo. Così l’artista americana Sally Mann, crea un percorso fotografico che ripropone uno spaccato della vita dell’amico artista scomparso Cy Twombly nella mostra Remembered Light: Cy Twombly in Lexington, ospitata ora presso la Gagosian di Roma.

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Nella sua fotografia Sally conduce il fruitore in mezzo a sculture, oggetti di uso quotidiano, e strumenti di lavoro che hanno fatto parte della vita di una delle personalità più significative dell’espressionismo astratto americano. Cy towbly è stato amico e mentore per la Mann, e questo legame indissolubile viene raccontato delicatamente dalle foto immutabili della Mann, che ammiccano ad uno stato di estraniamento e nostalgia tipico della metafisica di De Chirico. Sono immagini statiche, fisse ed immobili nello spazio recintato della pellicola quelle di Sally, che emano un tepore particolare, una nota di calore apprensivo e quasi materno. La nostalgia permea inevitabilmente ogni oggetto dietro all’obiettivo che cosciente posa il suo occhio sui resti ancora visibili e concreti della vita di un uomo d’arte come Cy nel suo studio di Lexington. La luce soffusa che penetra piano, quasi come volesse abbracciare lo studio e ciò che vi è gelosamente custodito, tramuta la realtà e la concretezza dei materiali in sostanze eteree che ricreano l’atmosfera immaginifica del sogno: dove tutto sembra perdere i contorni, questi sfociano in una costante ed evidente sfumatura, elemento caratterizzante della terra di confine tra il reale e l’irreale e tra il ciò che è e il ciò che è stato. Il dialogo tra le due sfere temporali è molto forte e inteso, e ciò dà spazio anche ad una memoria che si misura con il peso del tempo che la costituisce.

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Residui e rovine di un mondo in abbandono, che raccontano visivamente la propria storia; amati, odiati, usati o trascurati, sono presenze materiali del tempo passato che ora non hanno altro scopo se non quello di narratori erranti nel tempo sospeso. Il ricordo si fonde con l’immagine frizzante dell’oggi e da questa felice unione nasce il sorprendente senso di malinconia che traspare dalla pellicola fotografica. Un mondo lontano ed un modo di vivere quasi dimenticato vengono a trovarsi a contatto con la dura concretezza della corteccia del presente; l’urto che si sprigiona non è incidente ma piuttosto improvvisa positiva coincidenza che porta ad un nuovo modo di esperire la negativa circostanza della perdita. La forza rigeneratrice derivata dalla consapevolezza invita alla calma e diviene portatrice del germe di una nuova e spiazzante serenità. Sally riesce così ad annullare la tristezza fondendola con l’idea di speranza in un tempo futuro, che guarda non solo al presente ma anche al passato. E’ un omaggio sincero quello della Mann che nella mostra Remembered Light: Cy Twombly in Lexington stupisce tutti gli astanti increduli e scettici sul potere che può acquisire un ricordo se maneggiato con cura e attenzione, facendolo divenire emblema di rinascita.

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Piero Gilardi, l’artificio e la natura

“Come ci insegnano anche le più recenti ricerche scientifiche, l’uomo nel corso della sua evoluzione si ibrida continuamente con ciò che è differente. Questa ibridazione ha perciò contribuito alla stessa evoluzione dell’uomo. Se ci pensiamo, per millenni questo ha voluto dire attuare uno scambio.” cit. Piero Gilardi

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mostra Nature Forever-Piero Gilardi, Maxxi, Roma, 2017

Relazionarsi non è mai facile, eppure è nella relazione che nascono e si fanno strada, i fiori che poi sbocceranno; boccioli di conoscenza si affacciano alla vita e si aprono ai raggi del sole che illumina radioso i petali delicati del nuovo sapere. L’incontro dona una ricchezza insperata, talmente preziosa, che sembra quasi l’aurea di un’illusione. <<La felicità è vera solo se condivisa>> così commentava il protagonista Christopher McCandless nell’epilogo del film Into the Wild-nelle terre selvagge; e questo lo sa bene Piero Gilardi che per anni ha creato un’arte portatrice dei semi della relazione e dell’incontro, interessato così come è sempre stato all’antropologia e alla politica, campi del sapere creati dall’essenza intrinseca del vincolo e del rapporto. Il Maxxi decide così di omaggiare con la mostra Nature Forever. Piero Gilardi, un’artista che ha segnato un’intera epoca dagli anni ’60 fino ad oggi, e che attraversando i decenni non ha mai perso quella scintilla, che infonde l’anima alla sua opera, e ciò è evidente proprio nelle opere allestite all’interno della mostra.

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Con la serie Tappeto-natura l’artista riproduce ambienti naturali come: il contesto marino con onde che infrangendosi tra di loro spruzzano schiuma bianca ed eleganti gabbiani che le sorvolano; poi si trovano campi di rigogliose zucche arancioni e cocomeri che sembrano uscire da una fiaba; e ancora terreni grigi ricoperti di pietre e sassi di varie dimensioni, e poi suoli immersi nell’aria boschiva con tutte le foglie che riposano su questi. Tutti questi ambienti sono riproposti tramite sculture rasoterra tridimensionali, che somigliano ad altorilievi traslati dal piano verticale del muro al piano orizzontale del pavimento; questo spostamento di piani crea la magia: gli ambienti si sviluppano esattamente come avviene in natura partendo dal terreno, eppure nonostante la verosimiglianza c’è qualcosa che rimane al di fuori della perfetta illusione, un elemento che stona e che inserisce tutto il realismo nella finzionalità della visione. È il materiale con il quale vengono realizzate le opere, il poliuretano espanso che definisce i campi tra reale e finzione facendoli collassare l’uno sull’altro. Le due dimensioni si mescolano, e da esse ne sorge un’illusoria apparenza perfetta, che solo il fruitore che si relazione da vicino con l’opera stessa può smascherare. L’interazione diventa la chiave di lettura delle opere, che strizzano un occhio ai temi dell’ecologia. Altra serie di opere fondamentali sono le maschere e costumi con tratti buffi e divertenti, che sfidano le logiche di una cattiva politica, inscenando gag e situazione assurde che però sono immagini rappresentati della condizione nella quale si verte in Italia. Si può così trovare un Renzi che si lancia senza paracadute su un tappetto elastico con su scritto UNION; uno squalo divora soldi e uomini; due corvi che sul petto hanno inciso uno in lettere verdi fratelli d’italia lega e l’altro in caratteri rosa naziskin; tre mostri pannocchia che alzano arrabbiati un manifesto con su scritto O.M.G. FREE!; il carosello che in una spirale centripeta narra del terrorismo e dell’immigrazione; la mela che porta a spasso il famelico bruco giallo; berlusconi attorniato da scope che spazzano la parola lavoro; e poi per concludere una selezione di capelli-copricapi che sempre riprendendo il tema della maschera si diversificano in forme totemiche. Ultimo pezzo della collezione un’installazione site-specific che ricostruisce una foresta artificiale dove gli alberi danzano quasi scollati dal resto del mondo e con movimenti frenetici ballano una danza inquietante.


Il rapporto tra natura e artificio è sempre presente nella poetica di Gilardi, che fa coesistere questi due aspetti in un intricato gioco di apparenze; difatti il fruitore sente di essere immerso in una realtà finta, ma comunque per la sua rappresentazione realistica si pone il dubbio se quell’artificio che egli vede non possa essere vero in un certo senso, forse anche più reale del mondo che abita ogni giorno. Le morbide forme di poliuretano donano un senso di sdoppiamento e scollamento con la realtà effettiva. L’artista diviene artefice di un mondo fittizio che però assomigliando così tanto al mondo reale si pone nelle veci di sostituto del reale. L’irreale domina così la sua controparte e rimane sempre un passo avanti ad essa che nel frattempo si rende visibile ma al contempo si allontana dal fruitore che non riesce più a coglierne la vera essenza. Il perturbante diviene sentimento condiviso nella visione e nell’azione esperienziale delle opere di Gilardi, che con la loro familiarità ed estraneità ai due mondi cui appartengono (artificiale e reale), innescano questo processo psichico nella testa della spettatore che non è solo assorto passivamente, ma si fa esistenza partecipe del nuovo mondo, per capirne i misteri e gli inganni.20170614_143239