L’arte artificiale e l’arrivo dei raggi dalle luci al di là dell’orizzonte digitale

<<Ci piace lavorare con l’ovvio, il banale. Questi sono uomini e donne, età, ferocia e civiltà, povertà e benessere, servitori e dominatori, ecc…>> cit. AES+F

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Dump Type, mostra DigitalLife2017, Palazzo delle Esposizioni, Roma, 2017

Nuove frontiere si aprono quotidianamente spontanee e naturali come rari germogli selvatici, di fronte ai nostri occhi ancora restii ed increduli ad accettare possibilità ormai evidenti e inimmaginabili, contro ogni senso razionalista che mira a soggiogare il ruolo dell’immaginazione nella costruzione e nella visione di un mondo in progressiva espansione; una realtà dove l’impossibile si tramuta in possibile, e dove ogni desiderio e ogni pensiero si realizzano senza più la minima difficoltà, grazie a sofisticate macchine e ad un progresso senza precedenti. Il regno dei medium si allarga e così l’arte ricostruisce il suo volto restaurando le sue nobili rughe; una particolare luce artificiale si irradia nelle sale del Palazzo delle Esposizioni a Roma, dove dal 7 ottobre al 7 gennaio, saranno esposte sei installazioni di artisti e collettivi internazionali, rappresentanti-fiaccole dei visionari del nuovo universo immateriale.

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Disturbi elettronici e particelle di luce si susseguono in un rocambolesco spettacolo, dove la scienza e la tecnica padroneggiano supreme. In particolare si può notare una singolare attrazione per la luce che è fattor comune e dominante nei vari lavori. La luce artificiale vince su quella naturale, anche se la presenza di opere come quella di Ivana Franke Instants of Visibility sembra quasi voler contraddire questa affermazione, intonando un canto d’amore per una luce più primitiva e naturale, quella stessa che fu all’origine del tutto; stelle dal profondo nero si apprestano al loro viaggio intergalattico per avvicinarsi alla Terra, curiose di conoscere l’essere umano; luce di conoscenza si porta accanto al nostro petto entrandoci dentro e oltrepassandoci. È un viaggio e una conoscenza inaspettata, e la cosa più strana è pensare che quella luce stellare sia in realtà artificio di lampade e cilindri di tulle che permettono ai raggi emessi di assumere la giusta direzione. In altri lavori la luce invece acquista un’aurea più scientifica come nell’installazione site specific del tedesco Robert Henke Phosphor, dove luminescenti scie verdi e viola si rincorrono senza interruzione su un terreno nero come la pece che è spazio altro, ignoto e inconoscibile. Le segmentate scie planano come fulmini, scandendo ogni secondo che batte l’orologio biologico della vita. Opera delicata e affascinante, attraverso la visione della luce ultravioletta che muore e rinasce sulla superficie coperta di fosforo ogni volta in modo differente, conduce il fruitore a interrogarsi sulla questione del tempo e del suo scorrere.
In Memorandum or Voyage opera-video del collettivo Dump Type l’accensione e lo spegnimento del video che ripercorre le varie perfomance attuate negli anni dal collettivo, creano contrasti molto significati, dove luce e ombre si scontrano in uno scambio simbiotico che simula una lotta dove ogni performance sovrasta l’altra e viceversa; un moto ondoso di continuo disturbo e interruzione, poiché nella vita non si cammina mai in rettilineo ma sempre in zigzagando da una parte all’altra ricercando la linearità che non fa parte di essa e che il video riesce a ricordare esattamente con la linea che intermezza lo svolgersi delle performance, elemento d’unione e segnale di fine come durante un decesso.

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Cos’è il progresso se non il trovare escamotage e soluzioni innovative a problemi di difficile risoluzione? È in ciò che si identifica una mostra come quella di DigitalLife, che grazie ad una spasmodica intraprendenza e continua sperimentazione riesce a dare vita a miracoli e visioni in grado di cambiare il piano dell’orizzonte visibile; la scienza e la tecnica divengono parte integrante dell’arte e il futuro diviene già presente dando un esempio del suo avvenire ineluttabilmente, come per esempio fa pensare Allegoria Sacra video-opera del collettivo russo AES + F nella quale creature mitologiche, ferventi fedeli e religiosi musulmani e cristiani continuano una lotta statica e arida nelle vaste lande desertiche che ricoprono un mondo in decomposizione, come dimostrato dai ruderi dell’aeroporto, ex non luogo per eccellenza. Immagine futuristica apocalittica o forse già presente riflette e denuncia la condizione nella quale la Terra versa. Un tempo lontano e un modo di concepire e di fare arte vecchio e stantio vengono rivisitati per dare spazio alla nuova era, che nulla dimentica ma accumula con enorme voracità, fagocita ogni briciola di cultura e intuizione per rivelare al fruitore gli estremi del mondo che oggi vive, rendendolo critico attivo di una realtà molteplice, ambigua e frammentata in modo da renderlo capace di agire di fronte ad un simile contesto e in un certo senso a renderlo in grado di prendere delle scelte in un universo colmo di possibilità. L’arte digitale perde il suo abito pieno di fronzoli e luccichii di innovazione e spettacolo e diviene severa e attenta insegnante, assumendo un potere capace di  sconvolgere irrimediabilmente il pensiero critico dell’odierno essere umano, nuova chimera digitale e figlio dell’arte virtuale.

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ArtFutura, il festival delle visioni digitalmente futuristiche

<<State tecnicamente cercando di risolvere qualcosa, e state sculturalmente tentando di risolvere qualcosa e poi state concettualmente cercando di risolvere qualcosa. Questo succede più spesso che no, tutti gli artisti stanno inventando, stanno capendo come risolvere.>> cit. Chico MacMutrie

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ArtFutura-Creature Digitali, ExDogana, Roma, 2017

Andare al di là del visibile, cercando di guardare oltre l’orizzonte limitante dell’oggi. Un tempo era questo il compito affidato ai veggenti e agli indovini, per vincere l’ansia derivata dalla paura dell’incerto e dell’imperscrutabile. Oggi il ruolo di queste figure antiche non è appassito, ma si è invece traslato nella più odierna immagine dell’artista, che grazie alla sua sensibilità e al suo andare al di là degli schemi imposti dalla società, riesce a visualizzare realtà altre, che lo conducono ad entrare in altri universi e a scoprire nuove dimensioni. In particolare sono quegli artisti affascinati ed orientati all’utilizzo delle nuove tecnologie a detenere ora questa funzione, in quanto essi vivendo più intensamente l’immersione nel tempo presente si avvicinano ad uno stato di preveggenza più esatto e veritiero, immaginando sogni e realtà future inimmaginabili. Squarciando il telo che separa l’oggi dal domani, i pionieri dell’invisibile immettono nella realtà una parte di quelle visioni che vivono al di là dello squarcio e nella mostra Artfutura mostrano al visitatore negli spazi dell’Ex Dogana di Roma una parte di quel futuro che potrebbe presto divenire realtà.

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L’occhio del visitatore si perde da subito nello strano spazio, opera dell’artista-fisico Paul Friedlander, dove la luce gioca con se stessa ricorrendosi tra gli specchi che riflettono le intriganti radiazioni luminose. Tra spirali di luci viola, e sfere che ruotando vorticosamente cambiando colore, che ricordano vagamente gli esperimenti del pazzoide Dottor Frankenstein di Shelly, Spinning Cosmos è l’opera che apre il percorso della mostra Artfutura; essa accoglie il fruitore in questo nuovo universo, dove la sensazione è quella di trovarsi all’interno di una navicella spaziale proiettata verso mondi sconosciuti. La dialettica tra esterno ed interno è resa in maniera spettacolare e vistosa. Superata la soglia della navicella il viaggio astrale continua, e figure geometriche si rendono visibili susseguendosi in una particolare progressione, che le moltiplica all’infinito. Si tratta dell’opera Morphogenis di Can Buyukberber. Una mappa che crea ambienti virtuali tramite la modica e la duplicazione di cerchi, quadrati e rettangoli. Più avanti un’altra opera dello stesso artista, General Tissues, permette al fruitore di poter manipolare una sorta di agglomerato metallico in sospensione su uno schermo, plasmandolo a proprio piacimento solo tramite un semplice click sullo smarthphone. Un’opera interattiva e creativa, che evidenzia bene la possibilità di far vivere un oggetto attraverso il semplice uso dei nuovi media digitali. Ancora presente nella mostra un’ultima opera di Buyukberder Celestial Collision, anche questa opera interattiva che rimodella l’universo attraverso il movimento del fruitore che di fronte a una telecamera con un gesto riesce a plasmare l’universo racchiuso all’interno dello schermo. Nella sala centrale dello spazio espositivo si viene catturati dall’improvvisa scoperta di Organic Anches, nata dall’incontro del collettivo Amorphic Robot Works e dell’artista Chico MacMurtrie. Sculture gonfiali bianche si contorcono nelle loro stesse strutture modificando la loro forma in precisi momenti della giornata. Lo scheletro prende vita e diviene organismo vivo. Così come il nero materiale contenuto nelle vasche di Sachiko Komada, che alzandosi e abbassandosi simula il respiro di una creatura amorfa. La luce disegna riflessi di luce che animano ancor di più la già perturbante sostanza nera. La serie prende il nome di Protrude Flow e all’interno di ogni vasca giace il metallo ferrofluido. Questo presenta particolari proprietà magnetiche e tramite queste può essere controllato e plasmato. Sculture in movimento, delineano un nuovo modo di fare scultura in combinazione con un tipo di ricerca che entra in contatto con ambiti più scientifici del sapere come la fisica e la chimica. Continuando il percorso si incontrano le animazioni di Esteban Diacono, che fanno riferimento alle paure e alle fobie della società contemporanea. Uncunny è visione e allo stesso tempo esorcismo di ciò che angoscia la psiche umana. Corpi che si deformano e oggetti che si animano in un esposizione che fa quasi sorridere. Nell’ultima stanza infine un enorme schermo diventa schermo cinematografico in cui vengono proiettati vari corti, i cui temi affrontano ovviamente le difficoltà connesse alla convivenza tra società e nuove tecnologie. Intorno alla schermo sfilano invece una serie di piccoli display in cui sono esibiti i risultati positivi di questa convivenza che vede la tecnologia perfettamente integrata nel tessuto sociale.

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Tecnologia, progresso e scienza si uniscono al mondo dell’arte e dell’estetica per ricercare nuovi campi di azione. Il loro incontro dà vita a situazioni e contesti fuori dall’ordinario, o forse proprio perché ormai si è così tanto a contatto con una realtà che è sempre più artificiale che queste opere innescano nel fruitore una sorta di emozione perturbante; egli vive una familiarità conturbante ed estraniante allo stesso tempo e questa sensazione lo porta non solo a stupirsi, ma anche a interrogarsi su ciò che lo circonda e sul proprio modo di vivere. Mostra rivelatrice, svela le carte del presente e quelle messe in serbo dal futuro. Si delinea così il volto di un futuro immateriale, nel quale anche l’arte, facendosi specchio di una realtà intangibile e schiva, diverrà arte per il vuoto, un’arte tesa alla trasparenza e alla leggerezza dell’immagine virtuale, dove gli schermi saranno finestre di verità malleabili. Un mondo volto all’assenza vissuta come presenza fisica segnando il ribaltamento delle due condizioni e la nascita consequenziale del nuovo paradosso. Artfutura si fa strumento di indagine del domani e proprio per questo dovrebbe cercare di estendere al meglio il suo vero potenziale, strutturando con più cura l’organizzazione dietro a un evento di tale portata.

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None, viaggio nel database

“Ci interessa portare il fruitore in una dimensione realizzata con questo immaginario, dove lo spazio e il tempo non esistono” cit. Deep Dream_Act II

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None, Deep Dream Act II, mostra “DigitalLife” , Macro Testaccio Pelada, Roma, 2016

Che siate nerd o semplicemente amanti della tecnologia, ma anche profani del mondo dei computer sicuramente l’opera “Deep Dream_Act II”, progettata in occasione della mostra DigitalLife al Macro Testaccio dal collettivo None, non potrà non sconvolgervi notevolmente. Esperienza trascendentale in un certo senso, conduce il fruitore in una sorta di realtà virtuale nella quale è facile smarrirsi e rimanere scioccati. Come Marty Mcfly nel film degli anni 80′ “Ritorno al futuro”, il fruitore viene letteralmente trascinato attraverso un tempo ancora inesplorato, di cui si fa fatica a riconoscere l’esistenza. In questo caso però non si tratta del tempo di un immaginario futuro prossimo quanto piuttosto del tempo che al giorno d’oggi quotidianamente impieghiamo in rete. Ogni giorno navighiamo senza sosta e senza metà in un mare di dati che rifluiscono come onde accumulandosi e stratificandosi, e tutte le immagini e le informazioni che si visualizziano costruiscono una parte considerevole della coscienza collettiva degli utenti e quindi di ogni persona.

img-20161016-wa0049“Deep Dream_Act II” come installazione immersiva permette al fruitore di viaggiare all’interno dell’interrotto flusso di dati che si evolve aggiornandosi continuamente in internet. All’interno di una stanza specchiata, degli input visivi costituiti da piccole immagini luminose ad alternanza si accendono e si spengono creando una danza unica di dati, che passano in rassegna ai nostri occhi. Complice della riuscita magistrale dell’opera è anche la parte sonora che attraverso rumori sempre più forti e cacofonici, riesce ad amplificare l’illusione di essere realmente all’interno del regno di internet. Ma forse in realtà l’illusione non è poi così illusione, in quanto i dati vengono mostrati in modo reale e tangibile. Il fruitore diviene navigatore ed esploratore del mondo racchiuso all’interno dell’immensa rete, che collega istantaneamente ogni server e di conseguenza ogni utente. A galla emerge il processo dietro al servizio, e l’impatto con la marea gigantesca e incalcolabile di dati fa sì che il fruitore sia allo stesso tempo attratto e respinto dall’opera stessa. L’eccitazione data dal ritmo crescente delle immagini che appaiono e scompaiono in una caleidoscopica danza di presenza-assenza, viene attutita dal profondo senso di smarrimento che si prova con il crescere esponenziale delle immagini che si presentano nello spazio. Il bombardamento ottico e acustico partorisce il senso di caoticità e di confusione che lascia spazio alla non comprensione e al rifiuto. Ma dopo la paralisi subentra l’estasi per un inatteso carattere sublime.

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Il senso di sublime è percepibile in modo molto netto. La fascinazione e l’attrazione scaturiscono dal fatto che il fruitore si sente in un certo senso creatore egli stesso di questo mondo computerizzato e connesso. E’ lui insieme ad ogni altro individuo, compresi noi, a formare la comunità degli utenti. Siamo tutti noi a scegliere in ogni istante i contenuti ai quali vogliamo avere accesso e che vogliamo visualizzare. Il database quindi non è altro che l’enorme archivio digitale dei nostri desideri, dei nostri pensieri e delle nostre idee. Insieme viviamo nel mondo irreale della connessione, che grazie alla nostra continua partecipazione si concretizza ed è in grado di esistere. E’ un mondo dipendente dall’essere umano, ma quest’opera apre la riflessione anche per la domanda inversa, che ora appare quasi scontata: Siamo divenuti anche noi dipendenti da questo mondo irreale? La risposta è illustrata molto bene da “Deep Dream_Act II”, che con il suo infinito circolo di dati ci ricorda il nostro attuale stato di assoggettamento ai social e alla rete. Si è schiavi della connessione e questo apre nuove questioni e nuovi interrogativi nel campo dell’etica e della psicologia umana. Ed è questa la potenza di un’opera che pone l’accento su una nuova psicosi, che ci accompagna e ci accompagnerà per molto tempo se sottovalutata.

 

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Shiro Takatani, la magia della pioggia

“Le nuove tecnologie ci permettono di catturare ogni istante e di osservare ogni più piccolo dettaglio. È un processo in cui possiamo afferrare il tempo che non possiamo vedere, sentire.” cit. Shiro Takatani

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Shito Takatani, Sti/ll 3d water matrix, mostra “DigitalLife”, Macro Testaccio Pelada, Roma, 2016

Cosa si prova quando si vede avverarsi davanti ai propri occhi una magia? La sensazione è molto simile a ciò che si prova di fronte all’opera di Shiro Takatani “St/ill 3d water matrix” ospitata nella mostra DigitaLife al Macro Testaccio Pelada. Si resta intontiti, paralizzati. E’ una vera magia o un trucco ben congegnato? Ovviamente la risposta è ovvia in quanto la magia non esiste, ma se si prova a immaginare come potrebbe presentarsi nel mondo reale probabilmente le sue fattezze non sarebbero così diverse da quelle assunte, illusoriamente, in quest’opera, che ci riporta a quando eravamo bambini e credevamo alla magia senza batter ciglio, come se il mondo ed ogni cosa che lo abitava non potesse esistere senza quell’aura magica, che lo circondava e che lo animava. L’aria era frizzante e piena di aspettative ed è proprio quest’aria che riesce a ricreare Takatani.

img-20161016-wa0044Milioni di particelle d’acqua danzano sospese senza sosta nel 3d water matrix, macchina generatrice attraverso le sue 900 valvole dà vita a uno spettacolo unico e a coreografie sensazionali. Ad un primo sguardo s’immagina che l’artista abbia voluto ricreare un agente atmosferico, ma rimanendo a guardare si nota come questa pioggia sia un tipo di pioggia atipica, argentea e brillante, scende e sale in un continuo ciclo di nascita e morte. Creazione e distruzione si alternano nel loro incessante corso. La vita si manifesta solo per pochi istanti, quelli concessi alle gocce che inesorabilmente si dissolvono. Il precipitare non è più azione apocalittica che porta alla fine e alla distruzione. Essa viene vissuta piuttosto come azione positiva che conduce alla rigenerazione della forma. Le evoluzioni assumono forme geometriche, spirali, linee, diagonali, cerchi e a volte forme meno geometriche come cuori e macchie. La trasformazione è continua in questo tempo, ma si tratta di tempo atemporale in quanto l’atmosfera che viene creata è soffusa, sospesa, ferma. Dinamismo e staticità si confrontano in una lotta che porta ad uno strano, ma efficace equilibrio. Guardare questa particolare pioggia in effetti dona un insolito senso di benessere e armonia.

img-20161016-wa0041Opera profondamente poetica, plasma artificialmente l’invisibile dandogli una forma in continua evoluzione. L’artificialità costruisce l’illusione nascondendo la sua reale natura di congegno. Le valvole magnetiche vengono infatti offuscate dalla luce che le divora. E’ surreale, il tempo è fermo ma allo stesso tempo si muove. Le variazioni sono alla base dell’illusione, prima piano poi più velocemente la gocce cadono imperterrite suggerendo allo spettatore ipnotizzato il ritmo incalzante di una giornata piovosa. La realtà è resa quasi perfettamente, ma viene contaminata dall’incontro con l’irrealtà che i disegni producono. In questo incontro tra realtà e irrealtà è racchiuso il segreto, il trucco che crea la magia. Così nasce un’opera di magica, talmente verosimile da creare non solo l’incanto, ma anche la realtà di ciò che appare. Questa è la favola e la speranza, una realtà cristallizzata nelle fattezze di un incantesimo, che grazie all’immaginazione e al meccano prende forma, divenendo visibile nella sua perfetta irrealtà.

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“Right Here, Right Now” e il mondo tecnologico

“Le tecnologie digitali hanno effetto su tutte le nostre vite. Con i dati aperti, l’internet delle cose e costanti nuovi sviluppi digitali, proprio qui proprio ora, si chiede se le nostre percezioni e le interazioni stanno cambiando, al punto in cui siamo ora, diventando tutti noi ‘sistemi pensatori’.” Lucy Dusgate

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Mostra “Right Here, Right Now”, Lowry Gallery, Manchester, 2016

Quanto influisce la tecnologia sulla nostra vita? E quanto siamo dipendenti-inermi di fronte ad essa? Abbiamo reale coscienza di ciò che realmente implica nelle nostre esistenze? Queste sono solo alcune delle domande dalle quali nasce “Right Here, Right Now” mostra presentata alla Lowry Gallery di Manchester. La mostra attraverso l’operato di 16 artisti internazionali svela e scopre alcuni dei meccanismi nascosti, dietro i circuiti del mondo tecnologico in relazione alla nostra realtà umana e al nostro vissuto quotidiano, innescando nello spettatore una dinamica e profonda riflessione sulla tecnologia, come indispensabile protesi artificiale del nostro essere e come ambiente ancora sconosciuto di un attuale mondo distopico, che può assumere aspetti alquanto inquietanti.

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Daniel Rozin, Darwiniana Straw Mirrow

Nella mostra particolare interesse viene suscitato dall’opera “Darwiniana Straw Mirrow” dell’artista Daniel Rozin, installazione cinetica con la quale si viene a creare un ambiente dinamico, nel quale lo spettatore interagendo con uno schermo e con una webcam ben nascosta, può prendere realmente parte all’opera dell’artista. Il fruitore diventa opera egli stesso, la sua forma viene scomposta e ricostruita sullo schermo tramite linee spezzate, che ricreano la figurata smaterializzandola. Si porta alla luce, sullo schermo, ciò che nella realtà quotidiana non si riesce a vedere, il nostro doppio irreale, la nostra ombra virtuale, il nostro alter-ego. L’immersione nell’ambiente virtuale ci trasforma in esseri virtuali, dotati di un’ innata leggerezza e di aspetto evanescente. Le forme realizzano spettri sconosciuti di un mondo inconsapevole. Questi nostri compagni invisibili sono così ammalianti che li si potrebbe contemplare per ore giocando con essi il gioco dell’imitazione, scoprire chi è reale e chi no attraverso le nostre stesse movenze. La particolarità dell’installazione sta proprio nel suo svelare cosa c’è al di là della percezione che abbiamo sia della nostra corporeità sia dell’ambiente circostante, sempre pieno di megadati e numeri, portati dal consumo eccessivo della tecnologia. Come un’ infausta profezia quest’opera, come quella dello studio Fuse “Snow Fall”, apre la mente all’idea di un mondo dove il nostro gemello virtuale sostituirà la nostra realtà fisica. C’è da chiedersi se già ora quello specchio non mostri ciò che già è,  ma che viene nascosto in un universo  in continuo movimento.

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Studio Fuse, Snow Fall

Altra opera molto poetica è quella di Stephanie Rothenberg “Planthropy” che dà vita a un’ installazione solidale che si permette di chiudere ed aprire le porte usurate della nostra coscienza morale. L’impianto si avvale di alcune mini serre che appese al soffitto, rimangono sospese a mezz’aria nella sala, creando una sorta di atipico giardino pensile. Le piante vengono innaffiate nel momento in cui il fruitore compie una donazione in denaro tramite Twitter. Più donazioni si fanno, più la pianta cresce. Il fruitore-donatore può finalmente vedere concretizzata la metafora visiva della sua generosità. Il donatore non dà peso al suo distacco economico, in quanto non lo visualizza concretamente essendo un passaggio su dispositivi digitali (passaggio immateriale), ma comprende quanto il suo gesto sia indispensabile per la vita di altri esseri viventi. La riflessione è particolarmente pungente. Si riscopre la gioia e la soddisfazione di aiutare il prossimo insieme all’urgente necessità di agire per il bene, che troppo spesso viene messo in secondo piano dalla crudele pesantezza del nostro incalzante bisogno materialistico.

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Stephanie Rothenberg, Planthropy

Altro perturbante lavoro è quello prodotto da Eva e Franco Mattes che con la loro opera “Emily’s Video” riportano a galla il lato oscuro della rete, facendo guardare e reinterpretare ad alcuni  volontari  “il peggior video di sempre” preso dal Darknet, appunto il lato oscuro del net. Le reazioni delle persone che visionano il video sono documentate dal prodotto finale che come un sismografo registra l’evento distruttivo. In questo caso l’evento porta con se i residui delle onde provenienti da quel luogo angusto e oscuro che è il Darknet.  Il video fatto visionare è infatti distrutto dagli artisti che come prova del richiamo e dell’influsso permeante dell’abisso conservano solo i video di seconda generazione che vengono uniti in un unico video trasmesso su uno schermo che agli occhi del fruitore mostrerà un frammento di quell’agghiacciante abisso. Il Darknet può quindi reincarnarsi nel corpo di sempre nuovi ospiti e come un parassita vive a lungo consumandoli e crescendo.  C’è sicuramente un lato oscuro nella tecnologia, ma questo lato è solo uno degli aspetti che essa porta con sé. Thomson e Craidhead ci mostrano proprio questo nel loro lavoro “Corruption”dove un virus informatico, che nella comune accezione del termine è un qualcosa da evitare, può diventare a uno sguardo più vicino oggetto di sofisticata bellezza. L’analisi delle sue forme messe sotto la lente di ingrandimento fa perdere l’attenzione su ciò che esso realmente rappresenta, il suo essere distruttore. Ma guardando le immagini nelle quali è impresso lo si rivaluta almeno nella sua forma estetica. Esistono solo meraviglia e stupore.

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Eva e Franco Mattes, Emily’s Video

La virtualità oggi vive a stretto contatto con la nostra corporeità e il nostro ambiente. Le possibilità si moltiplicano a dismisura e si perdono nell’orizzonte che come un miraggio promette e illude. Da una parte si riesce a vedere l’invisibile ma questo rimane sempre inconsistente, inafferrabile come il fumo dall’altra l’incontro tra arte e virtualità inventa una nuova ed unica dialettica, una strana e innovativa simbiosi dove l’adattamento delle due realtà permette la nascita di mondi di incantata bellezza, che stimolano la profonda riflessione sul mondo contemporaneo, portando il fruitore alla consapevolezza della sua condizione nel mondo trasformato e votato al progresso. Si perde la distinzione tra reale e irreale e gli occhi vedono ciò che secondo loro esiste in quanto guardabile. L’adattamento è l’unica via per sopravvivere a un mondo tecnologico che cambia aspetto giorno per giorno.