Chiharu Shiota e il legame indissolubile

“Posso vedere le persone attraverso questi oggetti. Posso riconoscere chi sono o chi fossero attraverso gli oggetti che hanno usato o dei libri che hanno letto. Le persone si muovono, viaggiano, cambiano, ma lasciano qualcosa su tutto ciò che toccano ed impiegano: vestiti, scarpe, mobili, case, anche dopo che sono andati via.” Chiharu Shiota

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Chiharu Shiota, mostra “Follow the line”, 2015, Istituto di Cultura Giapponese, Roma

I legami sono il frutto raro dell’incontro e della conoscenza. Come tali devono essere trattati con molta cura e attenzione, il rischio è quello di consumarli e logorarli tanto da arrivare lentamente a spezzarli e quindi inevitabilmente a distruggerli. Nel nostro tempo così frenetico e dinamico troppe volte le persone dimenticano quanto i propri legami siano delicati e vulnerabili. Sono entità fragili, che necessitano di volontà, costanza e impegno per renderli forti e preziosi come cristalli. Quando si rompono la salvezza è solo nell’adattamento alle rapide variazioni e modifiche che possono intercorrere in tali rapporti. Il bisogno di avere legami è indispensabile all’essere umano ed è grazie a questo bisogno così forte che riesce a intuire il valore inestimabile di tali rapporti. La vita si riempie di memorie e di storie che vengono custodite e condivise anche quando il legame si spezza. Ed è proprio il ricordo che diventa medicina per la riparazione e la riconciliazione attraverso lo strumento del dialogo.

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Per evitare di fare errori, insegnandoci a tornare a vedere oltre la nostra dimensione frenetica è la mostra Follow the Line che ha luogo negli spazi dell’Istituto di Cultura Giapponese di Roma. Il nome dell’artista è Chiharu Shiota che con il suo immaginifico pensiero crea opere uniche dotate di una folgorante carica emotiva, facilmente percepibile dal pubblico che assorto viene avvolto da questo mondo incantevole, fatto di fili e connessioni che si intrecciano animatamente tra loro. Il filo, metafora dell’unione, riesce a far incontrare realtà ed esistenze diverse che recano ognuna storie diverse. L’impatto emotivo percepito dallo spettatore è dato proprio dalla sua empatia con l’opera. Egli percepisce quasi inconsapevolmente quel sentimento emanato dalla trama dei fili e dagli oggetti nascosti nel loro interno. Così troviamo scarpette di bambina, specchi, e spazzole e altri oggetti che racchiusi all’interno di cubi e parallelepipedi formati da fili neri, sprigionano tutta la loro energia. Nella vasta sala c’è anche una casa rossa fatta interamente di fili che nasce e irradia la propria materia partendo da un pilastro, struttura portante dell’edificio. Anche qui l’oggetto è una cosa comune che rappresenta il basamento della vita che si conduce all’interno dell’Istituto, che ogni anno apre le sue porte a tanti studenti e studiosi che cercano di avvicinarsi alla cultura della terra del Sol levante.

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Nella religione animista gli oggetti non animati sono dotati in contrapposizione alla loro comune definizione di un’anima. L’oggetto diventa essere vivente animandosi e dalla morte passa alla vita. Da bambini tutti hanno desiderato almeno una volta che il proprio giocattolo preferito prendesse vita. E’ una credenza che ci arriva da lontano. La mente razionale non può concepire una cosa simile, ma nel lavoro di Chiharu gli oggetti proprio come nella religione animista, possiedono un’anima ed esprimono emozioni. Sono frazioni di vita di persone sconosciute che si incontrano, superstiti e sopravvissuti tra il vasto mare di oggetti abbandonati e ritrovati. Raccontano le storie dei loro padroni che usandoli li hanno segnati e permeati della loro esistenza. Sono storie diverse, di esistenze diverse che nel fantasmagorico reticolo si mescolano dando corpo ad un mondo alternativo, dove domina l’unione e non la scissione e per questo non esiste la frattura, ma solo l’insieme. L’unicità e la particolarità sono date solo dalle singole personalità degli oggetti acquisite dai loro possessori. La divisione è concepita solo con lo scopo di dare forma alla globalità e viene risolta nella condivisione e nella comprensione.

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La nostalgia del passato lascia spazio alla speranza del presente. Un presente pieno di memorie, ma che reagisce proprio ricordando e omaggiando quel tempo andato. Più il ricordo è vivo più la speranza aumenta. La speranza di avere la possibilità di vivere ancora esperienze  che si trasformeranno in ricordi belli o brutti. Dal connubio tra vecchie e nuove relazioni, e passato e presente nasce la speranza. L’animo dello spettatore è travolto da quest’onda di armonia e fede. Ma non è una fede scaturita dall’ambiente bensì dallo stesso spettatore. Sono le sue emozioni ad essere sacre. Egli immergendosi in questo mondo, prova emozioni che lo portano ad uno stato di trascendenza, durante la quale capisce cos’è veramente importante, e riflette serenamente sul senso dei propri legami e della propria vita. E’ qui che prende corpo la riflessione, ed è sicuramente questa una delle capacità più significative e straordinarie di questo lavoro, concedere il dono della consapevolezza unito a quello della speranza.

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