L’arte artificiale e l’arrivo dei raggi dalle luci al di là dell’orizzonte digitale

<<Ci piace lavorare con l’ovvio, il banale. Questi sono uomini e donne, età, ferocia e civiltà, povertà e benessere, servitori e dominatori, ecc…>> cit. AES+F

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Dump Type, mostra DigitalLife2017, Palazzo delle Esposizioni, Roma, 2017

Nuove frontiere si aprono quotidianamente spontanee e naturali come rari germogli selvatici, di fronte ai nostri occhi ancora restii ed increduli ad accettare possibilità ormai evidenti e inimmaginabili, contro ogni senso razionalista che mira a soggiogare il ruolo dell’immaginazione nella costruzione e nella visione di un mondo in progressiva espansione; una realtà dove l’impossibile si tramuta in possibile, e dove ogni desiderio e ogni pensiero si realizzano senza più la minima difficoltà, grazie a sofisticate macchine e ad un progresso senza precedenti. Il regno dei medium si allarga e così l’arte ricostruisce il suo volto restaurando le sue nobili rughe; una particolare luce artificiale si irradia nelle sale del Palazzo delle Esposizioni a Roma, dove dal 7 ottobre al 7 gennaio, saranno esposte sei installazioni di artisti e collettivi internazionali, rappresentanti-fiaccole dei visionari del nuovo universo immateriale.

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Disturbi elettronici e particelle di luce si susseguono in un rocambolesco spettacolo, dove la scienza e la tecnica padroneggiano supreme. In particolare si può notare una singolare attrazione per la luce che è fattor comune e dominante nei vari lavori. La luce artificiale vince su quella naturale, anche se la presenza di opere come quella di Ivana Franke Instants of Visibility sembra quasi voler contraddire questa affermazione, intonando un canto d’amore per una luce più primitiva e naturale, quella stessa che fu all’origine del tutto; stelle dal profondo nero si apprestano al loro viaggio intergalattico per avvicinarsi alla Terra, curiose di conoscere l’essere umano; luce di conoscenza si porta accanto al nostro petto entrandoci dentro e oltrepassandoci. È un viaggio e una conoscenza inaspettata, e la cosa più strana è pensare che quella luce stellare sia in realtà artificio di lampade e cilindri di tulle che permettono ai raggi emessi di assumere la giusta direzione. In altri lavori la luce invece acquista un’aurea più scientifica come nell’installazione site specific del tedesco Robert Henke Phosphor, dove luminescenti scie verdi e viola si rincorrono senza interruzione su un terreno nero come la pece che è spazio altro, ignoto e inconoscibile. Le segmentate scie planano come fulmini, scandendo ogni secondo che batte l’orologio biologico della vita. Opera delicata e affascinante, attraverso la visione della luce ultravioletta che muore e rinasce sulla superficie coperta di fosforo ogni volta in modo differente, conduce il fruitore a interrogarsi sulla questione del tempo e del suo scorrere.
In Memorandum or Voyage opera-video del collettivo Dump Type l’accensione e lo spegnimento del video che ripercorre le varie perfomance attuate negli anni dal collettivo, creano contrasti molto significati, dove luce e ombre si scontrano in uno scambio simbiotico che simula una lotta dove ogni performance sovrasta l’altra e viceversa; un moto ondoso di continuo disturbo e interruzione, poiché nella vita non si cammina mai in rettilineo ma sempre in zigzagando da una parte all’altra ricercando la linearità che non fa parte di essa e che il video riesce a ricordare esattamente con la linea che intermezza lo svolgersi delle performance, elemento d’unione e segnale di fine come durante un decesso.

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Cos’è il progresso se non il trovare escamotage e soluzioni innovative a problemi di difficile risoluzione? È in ciò che si identifica una mostra come quella di DigitalLife, che grazie ad una spasmodica intraprendenza e continua sperimentazione riesce a dare vita a miracoli e visioni in grado di cambiare il piano dell’orizzonte visibile; la scienza e la tecnica divengono parte integrante dell’arte e il futuro diviene già presente dando un esempio del suo avvenire ineluttabilmente, come per esempio fa pensare Allegoria Sacra video-opera del collettivo russo AES + F nella quale creature mitologiche, ferventi fedeli e religiosi musulmani e cristiani continuano una lotta statica e arida nelle vaste lande desertiche che ricoprono un mondo in decomposizione, come dimostrato dai ruderi dell’aeroporto, ex non luogo per eccellenza. Immagine futuristica apocalittica o forse già presente riflette e denuncia la condizione nella quale la Terra versa. Un tempo lontano e un modo di concepire e di fare arte vecchio e stantio vengono rivisitati per dare spazio alla nuova era, che nulla dimentica ma accumula con enorme voracità, fagocita ogni briciola di cultura e intuizione per rivelare al fruitore gli estremi del mondo che oggi vive, rendendolo critico attivo di una realtà molteplice, ambigua e frammentata in modo da renderlo capace di agire di fronte ad un simile contesto e in un certo senso a renderlo in grado di prendere delle scelte in un universo colmo di possibilità. L’arte digitale perde il suo abito pieno di fronzoli e luccichii di innovazione e spettacolo e diviene severa e attenta insegnante, assumendo un potere capace di  sconvolgere irrimediabilmente il pensiero critico dell’odierno essere umano, nuova chimera digitale e figlio dell’arte virtuale.

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None, viaggio nel database

“Ci interessa portare il fruitore in una dimensione realizzata con questo immaginario, dove lo spazio e il tempo non esistono” cit. Deep Dream_Act II

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None, Deep Dream Act II, mostra “DigitalLife” , Macro Testaccio Pelada, Roma, 2016

Che siate nerd o semplicemente amanti della tecnologia, ma anche profani del mondo dei computer sicuramente l’opera “Deep Dream_Act II”, progettata in occasione della mostra DigitalLife al Macro Testaccio dal collettivo None, non potrà non sconvolgervi notevolmente. Esperienza trascendentale in un certo senso, conduce il fruitore in una sorta di realtà virtuale nella quale è facile smarrirsi e rimanere scioccati. Come Marty Mcfly nel film degli anni 80′ “Ritorno al futuro”, il fruitore viene letteralmente trascinato attraverso un tempo ancora inesplorato, di cui si fa fatica a riconoscere l’esistenza. In questo caso però non si tratta del tempo di un immaginario futuro prossimo quanto piuttosto del tempo che al giorno d’oggi quotidianamente impieghiamo in rete. Ogni giorno navighiamo senza sosta e senza metà in un mare di dati che rifluiscono come onde accumulandosi e stratificandosi, e tutte le immagini e le informazioni che si visualizziano costruiscono una parte considerevole della coscienza collettiva degli utenti e quindi di ogni persona.

img-20161016-wa0049“Deep Dream_Act II” come installazione immersiva permette al fruitore di viaggiare all’interno dell’interrotto flusso di dati che si evolve aggiornandosi continuamente in internet. All’interno di una stanza specchiata, degli input visivi costituiti da piccole immagini luminose ad alternanza si accendono e si spengono creando una danza unica di dati, che passano in rassegna ai nostri occhi. Complice della riuscita magistrale dell’opera è anche la parte sonora che attraverso rumori sempre più forti e cacofonici, riesce ad amplificare l’illusione di essere realmente all’interno del regno di internet. Ma forse in realtà l’illusione non è poi così illusione, in quanto i dati vengono mostrati in modo reale e tangibile. Il fruitore diviene navigatore ed esploratore del mondo racchiuso all’interno dell’immensa rete, che collega istantaneamente ogni server e di conseguenza ogni utente. A galla emerge il processo dietro al servizio, e l’impatto con la marea gigantesca e incalcolabile di dati fa sì che il fruitore sia allo stesso tempo attratto e respinto dall’opera stessa. L’eccitazione data dal ritmo crescente delle immagini che appaiono e scompaiono in una caleidoscopica danza di presenza-assenza, viene attutita dal profondo senso di smarrimento che si prova con il crescere esponenziale delle immagini che si presentano nello spazio. Il bombardamento ottico e acustico partorisce il senso di caoticità e di confusione che lascia spazio alla non comprensione e al rifiuto. Ma dopo la paralisi subentra l’estasi per un inatteso carattere sublime.

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Il senso di sublime è percepibile in modo molto netto. La fascinazione e l’attrazione scaturiscono dal fatto che il fruitore si sente in un certo senso creatore egli stesso di questo mondo computerizzato e connesso. E’ lui insieme ad ogni altro individuo, compresi noi, a formare la comunità degli utenti. Siamo tutti noi a scegliere in ogni istante i contenuti ai quali vogliamo avere accesso e che vogliamo visualizzare. Il database quindi non è altro che l’enorme archivio digitale dei nostri desideri, dei nostri pensieri e delle nostre idee. Insieme viviamo nel mondo irreale della connessione, che grazie alla nostra continua partecipazione si concretizza ed è in grado di esistere. E’ un mondo dipendente dall’essere umano, ma quest’opera apre la riflessione anche per la domanda inversa, che ora appare quasi scontata: Siamo divenuti anche noi dipendenti da questo mondo irreale? La risposta è illustrata molto bene da “Deep Dream_Act II”, che con il suo infinito circolo di dati ci ricorda il nostro attuale stato di assoggettamento ai social e alla rete. Si è schiavi della connessione e questo apre nuove questioni e nuovi interrogativi nel campo dell’etica e della psicologia umana. Ed è questa la potenza di un’opera che pone l’accento su una nuova psicosi, che ci accompagna e ci accompagnerà per molto tempo se sottovalutata.

 

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Shiro Takatani, la magia della pioggia

“Le nuove tecnologie ci permettono di catturare ogni istante e di osservare ogni più piccolo dettaglio. È un processo in cui possiamo afferrare il tempo che non possiamo vedere, sentire.” cit. Shiro Takatani

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Shito Takatani, Sti/ll 3d water matrix, mostra “DigitalLife”, Macro Testaccio Pelada, Roma, 2016

Cosa si prova quando si vede avverarsi davanti ai propri occhi una magia? La sensazione è molto simile a ciò che si prova di fronte all’opera di Shiro Takatani “St/ill 3d water matrix” ospitata nella mostra DigitaLife al Macro Testaccio Pelada. Si resta intontiti, paralizzati. E’ una vera magia o un trucco ben congegnato? Ovviamente la risposta è ovvia in quanto la magia non esiste, ma se si prova a immaginare come potrebbe presentarsi nel mondo reale probabilmente le sue fattezze non sarebbero così diverse da quelle assunte, illusoriamente, in quest’opera, che ci riporta a quando eravamo bambini e credevamo alla magia senza batter ciglio, come se il mondo ed ogni cosa che lo abitava non potesse esistere senza quell’aura magica, che lo circondava e che lo animava. L’aria era frizzante e piena di aspettative ed è proprio quest’aria che riesce a ricreare Takatani.

img-20161016-wa0044Milioni di particelle d’acqua danzano sospese senza sosta nel 3d water matrix, macchina generatrice attraverso le sue 900 valvole dà vita a uno spettacolo unico e a coreografie sensazionali. Ad un primo sguardo s’immagina che l’artista abbia voluto ricreare un agente atmosferico, ma rimanendo a guardare si nota come questa pioggia sia un tipo di pioggia atipica, argentea e brillante, scende e sale in un continuo ciclo di nascita e morte. Creazione e distruzione si alternano nel loro incessante corso. La vita si manifesta solo per pochi istanti, quelli concessi alle gocce che inesorabilmente si dissolvono. Il precipitare non è più azione apocalittica che porta alla fine e alla distruzione. Essa viene vissuta piuttosto come azione positiva che conduce alla rigenerazione della forma. Le evoluzioni assumono forme geometriche, spirali, linee, diagonali, cerchi e a volte forme meno geometriche come cuori e macchie. La trasformazione è continua in questo tempo, ma si tratta di tempo atemporale in quanto l’atmosfera che viene creata è soffusa, sospesa, ferma. Dinamismo e staticità si confrontano in una lotta che porta ad uno strano, ma efficace equilibrio. Guardare questa particolare pioggia in effetti dona un insolito senso di benessere e armonia.

img-20161016-wa0041Opera profondamente poetica, plasma artificialmente l’invisibile dandogli una forma in continua evoluzione. L’artificialità costruisce l’illusione nascondendo la sua reale natura di congegno. Le valvole magnetiche vengono infatti offuscate dalla luce che le divora. E’ surreale, il tempo è fermo ma allo stesso tempo si muove. Le variazioni sono alla base dell’illusione, prima piano poi più velocemente la gocce cadono imperterrite suggerendo allo spettatore ipnotizzato il ritmo incalzante di una giornata piovosa. La realtà è resa quasi perfettamente, ma viene contaminata dall’incontro con l’irrealtà che i disegni producono. In questo incontro tra realtà e irrealtà è racchiuso il segreto, il trucco che crea la magia. Così nasce un’opera di magica, talmente verosimile da creare non solo l’incanto, ma anche la realtà di ciò che appare. Questa è la favola e la speranza, una realtà cristallizzata nelle fattezze di un incantesimo, che grazie all’immaginazione e al meccano prende forma, divenendo visibile nella sua perfetta irrealtà.

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