Gusci rassicuranti e dimore astrattamente inusuali

<<Lavoro dalle emozioni prese dalla struttura archetipica che cancella il materiale. Poi, una volta che ho procurato l’oggetto provo a prendere possesso della sua struttura con le mie mani, organizzandolo in varie posizioni finché lo sento all’unisono con me fisicamente… >> cit. Mario Merz

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mostra The Place to Be, MAXXI, Roma, 2017

Vivere ed abitare sono parole alle quali molte volte non si fa troppo caso. È facile dire vivere, consapevoli del fatto che nel qui ed ora si sta respirando e si pensa, il cuore batte e tutto sembra naturale, nella norma; eppure nessuno si sofferma mai a pensare a cosa significa realmente vivere. Esiste una netta differenza tra vivere e sopravvivere, e spesso le due azioni vengono confuse, così come lo stazionare in un luogo e quindi abitarlo non è una cosa a cui si fa molto caso, poiché si dà per scontato. Avere un tetto sopra la testa è ciò che permette all’uomo di esprimere la sua individualità e le sue capacità, poiché è solo nella sicurezza di essere protetti che esso può sentirsi libero di creare. Così fin dagli albori della civiltà umana l’essere umano si è ingegnato per trovare soluzioni congeniali che gli permettessero di proteggersi dai pericoli della natura, e le case sono presto divenute sinonimo di protezione, luoghi in cui ogni individuo potesse sentirsi libero e protetto. L’arte ha ovviamente indagato questo bisogno di protezione negli anni, ma è nella mostra The Place to Be ospitata negli spazi del Maxxi che si possono riscontrare i primi risultati dell’analisi che l’arte ha condotto sull’azione del vivere.

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Nella mostra si trovano artisti come Mario Merz, Alighiero Boetti, Anselm Kiefer che nonostante la loro diversità ed il loro linguaggio artistico e concettuale specifico, si sono addentrati nella speculazione sul tema dell’abitazione e del vivere e hanno analizzato il rapporto instauratosi tra uomo e casa. Ad esempio con Igloo di Mario Merz si assiste alla creazione dell’idea di casa, un luogo che si struttura naturalmente e che viene ad assurgere funzione protettiva ed abitativa, così l’igloo di vetro che non cela la sua impalcatura sembra generarsi organicamente con una sovrapposizione di due igloo al suo interno che dalla loro unione lo erigono, ed a dimostrazione di ciò sempre all’interno di questo si possono intravedere dei numeri in neon luminescenti che riprendono la serie di Fibonacci, rivelando la correlazione tra nucleo abitativo e natura.
Diversamente da Merz, Kara Walker realizza una narrazione di silhouette nere e bianche che vanno a stazionare le loro pose sulla parete grigia; le figure sono macabre e inquietanti, deformate e surreali, raccontano la storia della schiavitù nella Carolina del Sud dove nel XVIII secolo i proprietari di campi di cotone sfruttavano e torturavano gli schiavi negri. Sopra i corpi di candidi cigni si ritrovano così teste nere di schiavi e donne ben vestite con accanto asce e ai loro piedi teste, ammonendo il fruitore che la violenza non cessa mai di esistere, si reitera solo in contesti diversi, anche se oggi la schiavitù è stata abolita il male del razzismo ancora vive nella società.
Ancora diverso è l’approccio del duo artistico londinese Gilbert & George che con molta ironia immettono le loro figure all’interno del contesto arboreo del parco, tramutandolo in una giungla selvaggia; Il luogo si trasforma.
Particolare è poi l’analisi di Nico Vascellari che con Nido destruttura l’abitazione tipica degli uccellini, schematizzando e sintetizzando l’elemento portante del nido, i rametti. Uno accanto all’altro giacciono i segni della costruzione nella teca di vetro. Enfatizzare il materiale di costruzione sottolinea il bisogno di capire il processo e il procedimento con il quale si costituisce l’abitazione, ed è proprio facendo un percorso a ritroso che si ritrova l’essenza.
Anselm Kiefer in Sternell si concentra invece su un’analogia: egli dipinge un cielo stellato, dove ogni costellazione riconduce ad un codice alfanumerico come il numero inciso sui polsi dei prigionieri ebrei all’interno dei campi di concentramento. Il cielo diviene rete che lega ogni singolarità ad altre loro simili, una cartina e una bussola che orienta chi la legge verso la via della conoscenza e del ricordo. Una casa cosmica per i morti della strage, che si fanno stelle luminose che conducono il cammino di coloro che sono rimasti.
Alighiero Boetti si addentra nella riflessione perdendosi, con il dittico Orme I e Orme II l’artista sposa ordine e caos in un unico universo, la tela si dipinge a festa e scoppiano una moltitudine di colori e materiali che danzano tra di loro sfrenatamente. Uno sgargiante spettacolo di oggetti e cose, dove le regole si invertono e il sopra è sotto e quel che appare non è ciò che sembra. Solo avvicinandosi alla tela si possono notare le differenze tra i differenti medium impiegati: biglietti, fogli di giornale, cartoline ed inviti.

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The Place to Be recinta il campo d’azione, restringendo l’obiettivo sul rapporto che intraprende l’essere umano e l’habitat in cui egli vive, un rapporto che ha assunto aspetti diversi nell’arco del tempo, eppure il senso di sicurezza si è sempre dimostrato come una costante imprescindibile di questa relazione. L’artista può svolgere la sua attività proprio per via di questo, così non è poi tanto strano pensare che l’arte si sia interrogata su questo rapporto tra oggetto inanimato e soggetto animato. L’abitazione inanimata prende fiato ed inizia a respirare, trasformandosi in organismo vivente, perché entrando essa in contatto con la vita diventa essa stessa vivente; ed è qui che nasce la simbiosi che lega inseparabilmente le mani ai mattoni e il pensiero alle mura. Le costruzioni essendo opera del pensiero intellettuale, sono parte concreta e visibile della vita e la loro importanza è rilevata ed esaltata in modo molto preciso all’interno della mostra. Finché l’essere umano sarà sulla terra avrà bisogno di costruirsi intorno uno spazio sicuro, ciò dimostra l’importanza di una mostra che come tema allestitivo affronti questo argomento. The Place to Be è uno stimolo oltre che uno studio e un’analisi, un input a migliorare lo spazio che abbiamo intorno per migliorare conseguentemente noi stessi.

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Mario e Marisa Merz, l’anima ritrovata.

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Mario e Marisa Merz, mostra “Sto in quella curva di quella montagna che vedo riflessa in questo lago di vetro. Al tavolo di Mario”, Macro Nizza, Roma, 2016

“E questo foglio di carta? L’hai scritto tu? Quando diciamo ‘bellissimo’ siamo viventi.     Questo mi è venuto in mente in un certo momento. Perché a dirlo in un dato momento diventa “bellissimo”. Ora però lo voglio togliere.” Marisa Merz

“Se la forma scompare la sua radice è eterna.” Mario Merz

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Armonia, serenità e pace sono queste le emozioni che si percepiscono scontrandosi con i lavori  di Mario e Marisa Merz nella mostra “Sto in quella curva di quella montagna che vedo riflessa in questo lago di vetro. Al tavolo di Mario” all’interno degli spazi espositivi del Macro Nizza di Roma. Il cortocircuito scaturito dall’incontro di queste due così singolari personalità porta alla costituzione di un incredibile connubio personale e artistico. Le differenze si fanno mezzo armonizzatore di  forme e concetti; comprensione e rispetto concorrono come elementi fondanti per la creazione dell’insolito accostamento tra due tipi di arte e di pensiero, che si compenetrano e si influenzano a vicenda plasmandosi, senza mai omologarsi, ma innescando un processo di evoluzione continua. Il miglioramento è il risultato dell’inarrestabile crescita sia individuale che collettiva dei due artisti, che vivendo e sperimentando l’uno accanto all’altro approdano in territori inediti e sconosciuti agli occhi dei singoli.

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La collaborazione tra Mario e Marisa è ben visibile nella prima sala del percorso dove notiamo un tavolo trasparente che avvoltosi in una spirale fa da sopporto a delle piccole e amorfe teste in argilla, e sulle due pareti che delineano lo spazio emergono una spirale con i numeri della serie Fibonacci in neon blu ed alcuni elementi geometrici quasi invisibili in filo di nylon e rame. Il tavolo e la spirale sono l’impronta distintiva dell’arte di Mario poiché in esse egli identifica e ritrova  il senso dell’evoluzione, della crescita, della trasformazione, un continuo e perenne infinito che si fa strada, mentre le piccole teste informi e il filo di nylon e il rame sono i segni che contraddistinguono Marisa in quel suo voler essere solo in parte visibile, percettibile ma non totalmente, lasciando spazio a colui che ella reputa dover brillare più di altri, brillare come nelle sua opera dove piccole scintille si osservano solo guardando dal giusto punto di vista. E’ una simbiosi unica che ci ricorda come l’amore e la tolleranza possano far germogliare bellissimi fiori.  A riprova di ciò oltre le varie opere possiamo ammirare le foto, scattate da Claudio Abate, che ricordano la perfomance dei Merz avvenuta prima della mostra del 1970 alla galleria L’Attico di Fabio Sargentini a Roma. Negli scatti vediamo da una parte la preparazione per un volo sopra l’eterna città di Roma nel cui svolgersi Marisa comunica a terra le quote raggiunte, creando una sorta di mappa alternativa, dall’altra alcune delle sue opere che sul bagnasciuga del Villaggio dei pescatori di Fregene tracciano disegni mutevoli facendosi trasportare dalle onde battenti. Ancora una volta veniamo sorpresi da esempi di pura poetica e bellezza. La delicatezza e l’immaterialità di queste azioni ci portano a vivere un mondo surreale e trasparente, creato per notare le cose più insignificanti e dotarle di significato.

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Il sodalizio tra questi due artisti non ha mai avuto fine nemmeno dopo la morte di Mario. Marisa ha infatti continuato a lavorare e a farsi influenzare dal brillante marito esponente più autorevole dell’arte povera italiana. La luce di lei che come un faro aveva guidato Mario durante il viaggio della sua esistenza, non si spegne ma si sposta cambiando contenitore. La moglie sempre nascosta dietro l’angolo si espone, seguendo la sua stessa luce che è ora emanata dallo scomparso marito. Come la frase scritta nell’opera omonima di Mario, conservata nel cortile del Peggy Guggenheim di Venezia, “Se la forma scompare la sua radice è eterna”, così anche se la forma di egli scompare nella vita, la sua essenza rimane nell’opera di lei assumendo nuove fattezze. Nell’immaginario di Marisa si fanno largo creature angeliche, leggere e fragili, relegate in una sorta di limbo atemporale dove la loro presenza è ostentata dai numerosi tratti, che sovrapponendosi tra di essi le rendono evidenti. L’incertezza viene mischiata al coraggio e così tra tratti rimossi e affermati, fluttuano leggiadri su supporti di friabile carta le figure alate. Le teste prendono finalmente un corpo, ma è un corpo transitorio, rarefatto, che può vivere solo all’interno di quel mondo immobile. In questa dichiarata leggerezza ritroviamo la Marisa di un tempo, quella delle opere in rame, dalla vita volutamente celata e dalla delicatezza innata. Stavolta però si riesce ad intravedere anche la sua insopprimibile forza  che la porta oltre,  avanti in un impeto di nuova vitalità artistica e rinnovamento.

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Tutto cresce e si trasforma nell’opera dei Merz che prendono la serie di Fibonacci come emblema di questa crescita continua e senza fine. Secondo il noto matematico ogni numero che componeva la serie era prodotto dal risultato della somma dei due numeri precedenti. Ciò rappresenta in maniera perfetta l’idea di crescita organica, della vita e del suo ciclo costante e continuo nel quale ogni individuo viene sottoposto a continui mutamenti che innescano la trasformazione e l’inizio di nuove storie. Mario e Marisa hanno sempre vissuto con questa consapevolezza che li ha portati ha creare opere spontanee, ma allo stesso tempo sofisticate, permeate da quella forte energia che tutto anima e muta, rivitalizzando condizioni stantie o di mera immobilità. La loro arte è stata carburante e nuova linfa per il mondo dell’arte, e tutto ciò è stato possibile grazie al loro incontro, alla loro ricongiunzione. Come scrive Platone nel Simposio “Ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale torna all’antica perfezione.”

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