Alfredo Pirri, l’equilibrismo di un funambolo

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“Sono interessato a tutto ciò che si muove nell’interstizio delle cose e quindi alle relazioni tra gli elementi. Credo che l’arte e l’architettura siano fatte di queste relazioni.” cit. Alfredo Pirri

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Alfredo Pirri, mostra “I mostri non portano fucili”, Macro Testaccio, Roma, 2017

Tutti da bambini rimangono affascinati dall’immagine dell’equilibrista, ne osservano la figura slanciata, che con delicatezza e decisione cammina sotto quel tendone di luci e con maestria rapisce gli occhi ipnotizzandoli. L’attrazione per la leggerezza e la fragilità sono due costanti che rimangono anche quando si diventa adulti. Ed è proprio quando si cresce che le illusioni e i sogni si mescolano con i dubbi e le incertezze. Il nuovo stato mentale permette di considerare l’eventualità dell’esistenza di ulteriori prospettive, magari proprio quelle ingenuamente trascurate, e l’avvento di nuovi orizzonti. E sono le opere di Alfredo Pirri che conducono il fruitore alla scoperta di nuove frontiere soltanto lontanamente immaginate. Nella mostra “I mostri non portano fucili” ospitata negli spazi allestitivi del Macro Testaccio a Roma Pirri conduce attraverso un percorso quasi iniziatico il visitatore che si viene a trovare a contatto con un’altra percezione della quotidianità.

20170502_165732Entrando nello spazio lo spettatore inizia una sorta di percorso iniziatico, dove ogni opera viene nascosta allo sguardo da alcuni panelli. Solo entrando all’interno del ristretto spazio ad essa dedicato è possibile osservare l’opera. Questa divisione degli spazi va contro la tendenza attuale, proclamata dagli open space, di poter scorgere già con una solo occhiata l’insieme totale delle opere dell’artista. Il percorso diventa così più intimo e meno distaccato e il fruitore è in grado di immergersi meglio e con meno fatica all’interno dell’arte di Pirri. La concentrazione viene quindi da prima intrappolata dalle stampe fotografiche della serie Quello che avanza, realizzate con off-camera e perciò tendenti al colore blu, poi dalle forme della serie Verso N, che come montagne fuoriescono dai muri quasi esplodendo e rendendo visibile una linea rosso-arancio, un’orizzonte nuovo e perturbante. Proseguendo il visitatore viene costretto ad attraversare un pavimento di vetri rotti e scricchiolanti, che oltre che metafora perfetta della soglia che bisogna attraversare per raggiungere l’illuminazione, è anche allegoria dell’uomo odierno che si fa equilibrista vivendo la vita in bilico sui propri dubbi ed suoi propri interrogativi. Passi è sicuramente l’opera più conosciuta di Pirri. Nella sala successiva si trova invece la serie Le Squadre Plastiche, lavori che all’interno di una lastra di plastica concentrano luminose fluorescenze di colore, emanando un evanescenza variopinta. Nell’ultima sala si entra in un antro buio rischiarato solo da luci orizzontali, che creano uno spazio utopico. Si tratta dell’installazione Gas che già dal titolo segnala l’ingresso in una dimensione astratta costituita dalla parte immateriale della stessa materia.

20170502_170019.jpgL’arte di Pirri è una fusione tra architettura, politica ed estetica. Per l’artista la politica deve essere pubblica e non privata, la politica deve poter essere un momento di condivisione e non di esclusione. Questa concezione si rispecchia consapevolmente anche nel suo lavoro. L’arte non può essere neutrale. Essa svela spazi inattesi, e mette in relazione il visibile con ciò che non lo è. Ogni atto di svelamento è un atto decisionale votato ad un determinato scopo. La trasformazione così come la ricerca sono continue nel suo immaginario e nel suo lavoro. Leggerezza e forza si fondono in un tutt’uno creando un’arte minimalista e riflessiva in grado di dare rappresentazione anche al sublime che ogni giorno erompe dai problemi.

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