Piero Gilardi, l’artificio e la natura

“Come ci insegnano anche le più recenti ricerche scientifiche, l’uomo nel corso della sua evoluzione si ibrida continuamente con ciò che è differente. Questa ibridazione ha perciò contribuito alla stessa evoluzione dell’uomo. Se ci pensiamo, per millenni questo ha voluto dire attuare uno scambio.” cit. Piero Gilardi

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mostra Nature Forever-Piero Gilardi, Maxxi, Roma, 2017

Relazionarsi non è mai facile, eppure è nella relazione che nascono e si fanno strada, i fiori che poi sbocceranno; boccioli di conoscenza si affacciano alla vita e si aprono ai raggi del sole che illumina radioso i petali delicati del nuovo sapere. L’incontro dona una ricchezza insperata, talmente preziosa, che sembra quasi l’aurea di un’illusione. <<La felicità è vera solo se condivisa>> così commentava il protagonista Christopher McCandless nell’epilogo del film Into the Wild-nelle terre selvagge; e questo lo sa bene Piero Gilardi che per anni ha creato un’arte portatrice dei semi della relazione e dell’incontro, interessato così come è sempre stato all’antropologia e alla politica, campi del sapere creati dall’essenza intrinseca del vincolo e del rapporto. Il Maxxi decide così di omaggiare con la mostra Nature Forever. Piero Gilardi, un’artista che ha segnato un’intera epoca dagli anni ’60 fino ad oggi, e che attraversando i decenni non ha mai perso quella scintilla, che infonde l’anima alla sua opera, e ciò è evidente proprio nelle opere allestite all’interno della mostra.

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Con la serie Tappeto-natura l’artista riproduce ambienti naturali come: il contesto marino con onde che infrangendosi tra di loro spruzzano schiuma bianca ed eleganti gabbiani che le sorvolano; poi si trovano campi di rigogliose zucche arancioni e cocomeri che sembrano uscire da una fiaba; e ancora terreni grigi ricoperti di pietre e sassi di varie dimensioni, e poi suoli immersi nell’aria boschiva con tutte le foglie che riposano su questi. Tutti questi ambienti sono riproposti tramite sculture rasoterra tridimensionali, che somigliano ad altorilievi traslati dal piano verticale del muro al piano orizzontale del pavimento; questo spostamento di piani crea la magia: gli ambienti si sviluppano esattamente come avviene in natura partendo dal terreno, eppure nonostante la verosimiglianza c’è qualcosa che rimane al di fuori della perfetta illusione, un elemento che stona e che inserisce tutto il realismo nella finzionalità della visione. È il materiale con il quale vengono realizzate le opere, il poliuretano espanso che definisce i campi tra reale e finzione facendoli collassare l’uno sull’altro. Le due dimensioni si mescolano, e da esse ne sorge un’illusoria apparenza perfetta, che solo il fruitore che si relazione da vicino con l’opera stessa può smascherare. L’interazione diventa la chiave di lettura delle opere, che strizzano un occhio ai temi dell’ecologia. Altra serie di opere fondamentali sono le maschere e costumi con tratti buffi e divertenti, che sfidano le logiche di una cattiva politica, inscenando gag e situazione assurde che però sono immagini rappresentati della condizione nella quale si verte in Italia. Si può così trovare un Renzi che si lancia senza paracadute su un tappetto elastico con su scritto UNION; uno squalo divora soldi e uomini; due corvi che sul petto hanno inciso uno in lettere verdi fratelli d’italia lega e l’altro in caratteri rosa naziskin; tre mostri pannocchia che alzano arrabbiati un manifesto con su scritto O.M.G. FREE!; il carosello che in una spirale centripeta narra del terrorismo e dell’immigrazione; la mela che porta a spasso il famelico bruco giallo; berlusconi attorniato da scope che spazzano la parola lavoro; e poi per concludere una selezione di capelli-copricapi che sempre riprendendo il tema della maschera si diversificano in forme totemiche. Ultimo pezzo della collezione un’installazione site-specific che ricostruisce una foresta artificiale dove gli alberi danzano quasi scollati dal resto del mondo e con movimenti frenetici ballano una danza inquietante.


Il rapporto tra natura e artificio è sempre presente nella poetica di Gilardi, che fa coesistere questi due aspetti in un intricato gioco di apparenze; difatti il fruitore sente di essere immerso in una realtà finta, ma comunque per la sua rappresentazione realistica si pone il dubbio se quell’artificio che egli vede non possa essere vero in un certo senso, forse anche più reale del mondo che abita ogni giorno. Le morbide forme di poliuretano donano un senso di sdoppiamento e scollamento con la realtà effettiva. L’artista diviene artefice di un mondo fittizio che però assomigliando così tanto al mondo reale si pone nelle veci di sostituto del reale. L’irreale domina così la sua controparte e rimane sempre un passo avanti ad essa che nel frattempo si rende visibile ma al contempo si allontana dal fruitore che non riesce più a coglierne la vera essenza. Il perturbante diviene sentimento condiviso nella visione e nell’azione esperienziale delle opere di Gilardi, che con la loro familiarità ed estraneità ai due mondi cui appartengono (artificiale e reale), innescano questo processo psichico nella testa della spettatore che non è solo assorto passivamente, ma si fa esistenza partecipe del nuovo mondo, per capirne i misteri e gli inganni.20170614_143239

Gusci rassicuranti e dimore astrattamente inusuali

<<Lavoro dalle emozioni prese dalla struttura archetipica che cancella il materiale. Poi, una volta che ho procurato l’oggetto provo a prendere possesso della sua struttura con le mie mani, organizzandolo in varie posizioni finché lo sento all’unisono con me fisicamente… >> cit. Mario Merz

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mostra The Place to Be, MAXXI, Roma, 2017

Vivere ed abitare sono parole alle quali molte volte non si fa troppo caso. È facile dire vivere, consapevoli del fatto che nel qui ed ora si sta respirando e si pensa, il cuore batte e tutto sembra naturale, nella norma; eppure nessuno si sofferma mai a pensare a cosa significa realmente vivere. Esiste una netta differenza tra vivere e sopravvivere, e spesso le due azioni vengono confuse, così come lo stazionare in un luogo e quindi abitarlo non è una cosa a cui si fa molto caso, poiché si dà per scontato. Avere un tetto sopra la testa è ciò che permette all’uomo di esprimere la sua individualità e le sue capacità, poiché è solo nella sicurezza di essere protetti che esso può sentirsi libero di creare. Così fin dagli albori della civiltà umana l’essere umano si è ingegnato per trovare soluzioni congeniali che gli permettessero di proteggersi dai pericoli della natura, e le case sono presto divenute sinonimo di protezione, luoghi in cui ogni individuo potesse sentirsi libero e protetto. L’arte ha ovviamente indagato questo bisogno di protezione negli anni, ma è nella mostra The Place to Be ospitata negli spazi del Maxxi che si possono riscontrare i primi risultati dell’analisi che l’arte ha condotto sull’azione del vivere.

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Nella mostra si trovano artisti come Mario Merz, Alighiero Boetti, Anselm Kiefer che nonostante la loro diversità ed il loro linguaggio artistico e concettuale specifico, si sono addentrati nella speculazione sul tema dell’abitazione e del vivere e hanno analizzato il rapporto instauratosi tra uomo e casa. Ad esempio con Igloo di Mario Merz si assiste alla creazione dell’idea di casa, un luogo che si struttura naturalmente e che viene ad assurgere funzione protettiva ed abitativa, così l’igloo di vetro che non cela la sua impalcatura sembra generarsi organicamente con una sovrapposizione di due igloo al suo interno che dalla loro unione lo erigono, ed a dimostrazione di ciò sempre all’interno di questo si possono intravedere dei numeri in neon luminescenti che riprendono la serie di Fibonacci, rivelando la correlazione tra nucleo abitativo e natura.
Diversamente da Merz, Kara Walker realizza una narrazione di silhouette nere e bianche che vanno a stazionare le loro pose sulla parete grigia; le figure sono macabre e inquietanti, deformate e surreali, raccontano la storia della schiavitù nella Carolina del Sud dove nel XVIII secolo i proprietari di campi di cotone sfruttavano e torturavano gli schiavi negri. Sopra i corpi di candidi cigni si ritrovano così teste nere di schiavi e donne ben vestite con accanto asce e ai loro piedi teste, ammonendo il fruitore che la violenza non cessa mai di esistere, si reitera solo in contesti diversi, anche se oggi la schiavitù è stata abolita il male del razzismo ancora vive nella società.
Ancora diverso è l’approccio del duo artistico londinese Gilbert & George che con molta ironia immettono le loro figure all’interno del contesto arboreo del parco, tramutandolo in una giungla selvaggia; Il luogo si trasforma.
Particolare è poi l’analisi di Nico Vascellari che con Nido destruttura l’abitazione tipica degli uccellini, schematizzando e sintetizzando l’elemento portante del nido, i rametti. Uno accanto all’altro giacciono i segni della costruzione nella teca di vetro. Enfatizzare il materiale di costruzione sottolinea il bisogno di capire il processo e il procedimento con il quale si costituisce l’abitazione, ed è proprio facendo un percorso a ritroso che si ritrova l’essenza.
Anselm Kiefer in Sternell si concentra invece su un’analogia: egli dipinge un cielo stellato, dove ogni costellazione riconduce ad un codice alfanumerico come il numero inciso sui polsi dei prigionieri ebrei all’interno dei campi di concentramento. Il cielo diviene rete che lega ogni singolarità ad altre loro simili, una cartina e una bussola che orienta chi la legge verso la via della conoscenza e del ricordo. Una casa cosmica per i morti della strage, che si fanno stelle luminose che conducono il cammino di coloro che sono rimasti.
Alighiero Boetti si addentra nella riflessione perdendosi, con il dittico Orme I e Orme II l’artista sposa ordine e caos in un unico universo, la tela si dipinge a festa e scoppiano una moltitudine di colori e materiali che danzano tra di loro sfrenatamente. Uno sgargiante spettacolo di oggetti e cose, dove le regole si invertono e il sopra è sotto e quel che appare non è ciò che sembra. Solo avvicinandosi alla tela si possono notare le differenze tra i differenti medium impiegati: biglietti, fogli di giornale, cartoline ed inviti.

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The Place to Be recinta il campo d’azione, restringendo l’obiettivo sul rapporto che intraprende l’essere umano e l’habitat in cui egli vive, un rapporto che ha assunto aspetti diversi nell’arco del tempo, eppure il senso di sicurezza si è sempre dimostrato come una costante imprescindibile di questa relazione. L’artista può svolgere la sua attività proprio per via di questo, così non è poi tanto strano pensare che l’arte si sia interrogata su questo rapporto tra oggetto inanimato e soggetto animato. L’abitazione inanimata prende fiato ed inizia a respirare, trasformandosi in organismo vivente, perché entrando essa in contatto con la vita diventa essa stessa vivente; ed è qui che nasce la simbiosi che lega inseparabilmente le mani ai mattoni e il pensiero alle mura. Le costruzioni essendo opera del pensiero intellettuale, sono parte concreta e visibile della vita e la loro importanza è rilevata ed esaltata in modo molto preciso all’interno della mostra. Finché l’essere umano sarà sulla terra avrà bisogno di costruirsi intorno uno spazio sicuro, ciò dimostra l’importanza di una mostra che come tema allestitivo affronti questo argomento. The Place to Be è uno stimolo oltre che uno studio e un’analisi, un input a migliorare lo spazio che abbiamo intorno per migliorare conseguentemente noi stessi.

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