Rachel Howard, la ferita del segno

“E’ come essere il mare, essere instabile, incerto. Tutto si muove sotto i nostri piedi. Niente è stabile” cit. Rachel Howard

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Rachel Howard, mostra “Painting of violence (Why I am not amere Christian)”, Macro Testaccio, Roma, 2016

Tele violate, ma violate sottilmente, quasi non vi fosse segno dell’avvenuta aggressione. E’ quest’idea di violenza celata, che viene catturata dal ciclo di opere esposto negli spazi del Macro Testaccio, “Painting of violence (Why I am not a mere Christian)” dall’artista ex assistente di Damien Hirst, Rachel Howard. Con questa serie la Howard comunica il senso del dolore causato dall’aggressione e dalla violenza. Non si parla però di una violenza ostentata e visibile, quanto piuttosto di un tipo di violenza studiata e attenta. La forza comunicativa di questo lavoro nasce proprio da questa particolare idea, secondo la quale la violenza può essere molto più intensa anche se nascosta. Ed è in questa diversa prospettiva che l’artista riesce ad affrontare un tema così ostico, dandogli nuova visibilità, nonostante l’uso di una tecnica tradizionale come il colore a olio.

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Nelle tele i segni si dispongono in sovrapposizione fino a formare uno spazio continuum nel quale in evidenza possono essere intravisti alcuni di essi, che si staccano dai restanti di colore più scuro. Per la disposizione dei segni l’artista recupera la performance usata negli anni ’60 e con calma traccia i segni prima dall’alto verso il basso e poi da sinistra a destra. In questo modo va a formare delle precise forme a T che ricordano vagamente il crocefisso di San Francesco, il Tau. Tutte le T si fanno marchio indelebile dell’azione che l’artista opera sulla tela e di conseguenza del suo lavoro e dello sforzo fatto. La fatica è impressa in ogni segno e la precisione denota l’attenzione maniacale adoperata. Si è di fronte a quadri che trasudano sofferenza, sofferenza originata dalla fatica e dallo sforzo impiegato nel concepimento artistico. Sofferenza che viene anche mostrata attraverso i panni impregnati del denso color sangue, che accatastati uno su l’altro sopra un piedistallo modellano i contorni di una statua. Si tratta delle stoffe usate per tamponare sulla tela i segni tracciati. E’ un lavoro di aggiunta e di eliminazione. Un processo meticoloso e faticoso.

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Non si può vedere quanto una ferita sia profonda se nascosta sotto un tessuto coprente. E quando si toglie la stoffa ancora la mente tenta di mascherare il danno subito tramite il processo di negazione. Gli occhi vedono, ma non del tutto, la verità. La visione avviene solo parzialmente. Con i quadri della Howard si attiva lo stesso meccanismo. Lo spettatore sa che è successo qualcosa, sa che c’è un danno, sa che c’è sofferenza, ma non sa quanto sia grave la situazione, poiché non riesce a inquadrare bene la condizione che viene mostrata. L’opera diviene motivo di riflessione ed esercizio per allenare lo spettatore finalmente a riuscire a visualizzare totalmente il male che può arrecare la violenza nel suo lato più devastante. Il forte desiderio di ricordare e di creare una coscienza sensibile alla questione presa in causa fuoriesce spiazzante dall’opera dell’artista.

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Altra serie che si può ammirare è quella nella quale l’artista si interessa in un certo senso analogamente ai processi che stabiliscono la relazione tra primo piano e sfondo sulle tela. Analizzare il dietro le quinte dell’opera in atto è quindi la ricerca costante della Howard, che tramite sovrapposizioni e strati di colore riesce a dare luce a ciò che è nascosto. Le tele vengono così ricoperte di motivi e fantasie, che immergono il fruitore in un mondo alternativo e riescono ad elevare la decorazione classica dal suo status di arte minore. Ciò che sembrava solo un gioco meccanicismico di abbellimento si rivela nella sua realtà di opera unica e irripetibile.

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None, viaggio nel database

“Ci interessa portare il fruitore in una dimensione realizzata con questo immaginario, dove lo spazio e il tempo non esistono” cit. Deep Dream_Act II

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None, Deep Dream Act II, mostra “DigitalLife” , Macro Testaccio Pelada, Roma, 2016

Che siate nerd o semplicemente amanti della tecnologia, ma anche profani del mondo dei computer sicuramente l’opera “Deep Dream_Act II”, progettata in occasione della mostra DigitalLife al Macro Testaccio dal collettivo None, non potrà non sconvolgervi notevolmente. Esperienza trascendentale in un certo senso, conduce il fruitore in una sorta di realtà virtuale nella quale è facile smarrirsi e rimanere scioccati. Come Marty Mcfly nel film degli anni 80′ “Ritorno al futuro”, il fruitore viene letteralmente trascinato attraverso un tempo ancora inesplorato, di cui si fa fatica a riconoscere l’esistenza. In questo caso però non si tratta del tempo di un immaginario futuro prossimo quanto piuttosto del tempo che al giorno d’oggi quotidianamente impieghiamo in rete. Ogni giorno navighiamo senza sosta e senza metà in un mare di dati che rifluiscono come onde accumulandosi e stratificandosi, e tutte le immagini e le informazioni che si visualizziano costruiscono una parte considerevole della coscienza collettiva degli utenti e quindi di ogni persona.

img-20161016-wa0049“Deep Dream_Act II” come installazione immersiva permette al fruitore di viaggiare all’interno dell’interrotto flusso di dati che si evolve aggiornandosi continuamente in internet. All’interno di una stanza specchiata, degli input visivi costituiti da piccole immagini luminose ad alternanza si accendono e si spengono creando una danza unica di dati, che passano in rassegna ai nostri occhi. Complice della riuscita magistrale dell’opera è anche la parte sonora che attraverso rumori sempre più forti e cacofonici, riesce ad amplificare l’illusione di essere realmente all’interno del regno di internet. Ma forse in realtà l’illusione non è poi così illusione, in quanto i dati vengono mostrati in modo reale e tangibile. Il fruitore diviene navigatore ed esploratore del mondo racchiuso all’interno dell’immensa rete, che collega istantaneamente ogni server e di conseguenza ogni utente. A galla emerge il processo dietro al servizio, e l’impatto con la marea gigantesca e incalcolabile di dati fa sì che il fruitore sia allo stesso tempo attratto e respinto dall’opera stessa. L’eccitazione data dal ritmo crescente delle immagini che appaiono e scompaiono in una caleidoscopica danza di presenza-assenza, viene attutita dal profondo senso di smarrimento che si prova con il crescere esponenziale delle immagini che si presentano nello spazio. Il bombardamento ottico e acustico partorisce il senso di caoticità e di confusione che lascia spazio alla non comprensione e al rifiuto. Ma dopo la paralisi subentra l’estasi per un inatteso carattere sublime.

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Il senso di sublime è percepibile in modo molto netto. La fascinazione e l’attrazione scaturiscono dal fatto che il fruitore si sente in un certo senso creatore egli stesso di questo mondo computerizzato e connesso. E’ lui insieme ad ogni altro individuo, compresi noi, a formare la comunità degli utenti. Siamo tutti noi a scegliere in ogni istante i contenuti ai quali vogliamo avere accesso e che vogliamo visualizzare. Il database quindi non è altro che l’enorme archivio digitale dei nostri desideri, dei nostri pensieri e delle nostre idee. Insieme viviamo nel mondo irreale della connessione, che grazie alla nostra continua partecipazione si concretizza ed è in grado di esistere. E’ un mondo dipendente dall’essere umano, ma quest’opera apre la riflessione anche per la domanda inversa, che ora appare quasi scontata: Siamo divenuti anche noi dipendenti da questo mondo irreale? La risposta è illustrata molto bene da “Deep Dream_Act II”, che con il suo infinito circolo di dati ci ricorda il nostro attuale stato di assoggettamento ai social e alla rete. Si è schiavi della connessione e questo apre nuove questioni e nuovi interrogativi nel campo dell’etica e della psicologia umana. Ed è questa la potenza di un’opera che pone l’accento su una nuova psicosi, che ci accompagna e ci accompagnerà per molto tempo se sottovalutata.

 

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